Ritanna Armeni.
.
Parola di donna.
Parte 1.
.
2011 Adriano Salani Editore, Milano.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Presentazione.
.
Cento grandi nomi della cultura, della politica e dello spettacolo italiano per un dizionario al femminile, che fa il punto sul nostro passato e sul nostro presente, per capire dove stiamo andando e per ricordare da dove siamo partite e quanta strada abbiamo percorso.
In queste pagine troverete cento voci del privato e del politico, le parole della quotidianit e quelle della filosofia, da abito a zitella, passando per diritti, lavoro, pari opportunit, ma anche desiderio, mamma, sirena, verginit...
Cento voci che hanno segnato profondamente la storia del nostro Paese, che sono cambiate negli anni, ma che sono attuali pi che mai.
Un libro corale, cui hanno partecipato, sotto l'abile regia di Ritanna Armeni, donne diverse per orientamento politico, professione, stato sociale, tutte accomunate dall'entusiasmo di esserci, dal desiderio di raccontare, di raccontarsi, di capire.
E la voce delle donne, spesso percepita solo come un mormorio indistinto o come un canto fatato e affascinante, in questo libro unico e originale diventa parola chiara e distinta, che interpreta il mondo con coraggio e determinazione.
...
.
...
L'Autrice.
.
Ritanna Armeni, giornalista e scrittrice, ha lavorato al manifesto, a L'Unit e a Rinascita; attualmente  opinionista sul quotidiano Il Riformista. Ha condotto la trasmissione di La7 Otto e mezzo, insieme a Giuliano Ferrara. Presso Ponte alle Grazie ha pubblicato: La colpa delle donne, Prime donne e Devi augurarti che la strada sia lunga (con Fausto Bertinotti e Rina Gagliardi).
...
.
...
A Rina.
...
.
...
Introduzione. di Ritanna Armeni.
.
In questo libro troverete cento donne e cento parole. O meglio cento parole spiegate e raccontate da altrettante donne. Giornaliste, scrittrici, filosofe, registe, sociologhe, storiche, sindacaliste, politiche hanno scritto queste pagine con un comune interesse e un comune intento: provare il cambiamento provocato e portato dalle donne attraverso la testimonianza delle parole. Modificando il loro significato e la loro sostanza, nascendo o rinascendo esse, infatti, indicano non solo una modificazione della lingua, ma della realt. In questi anni, vecchi termini hanno indicato cose e fatti diversi dal passato, la stessa parola si  trasformata assumendo significati differenti, rovesciando quelli vecchi e illustrando nuovi pensieri, nuove convinzioni. Pochi se ne sono accorti. Molti hanno preferito ignorare quanto il senso e il significato delle parole non sia pi quello di una volta. E di conseguenza non interrogarsi e non arrivare a una conclusione probabilmente temuta dai pi. Il significato di molte parole  mutato perch sono cambiate le donne e con loro il mondo e gli strumenti coi quali lo si descrive.
Naturalmente le parole che testimoniano questa trasformazione sono molte, ben pi delle cento illustrate in queste pagine. Abbiamo fatto una scelta collettiva e individuale seguendo le inclinazioni di ognuna, ma anche gli studi, le competenze, gli interessi. Nessuna pretesa di completezza e di oggettivit. E neanche di omogeneit di stile e di linguaggio. Attraverso il racconto di una parola si pu trovare piuttosto la consegna di un vissuto e di una storia che sono intessuti di emozioni e pensieri, di sentimenti e di studi, di presa di coscienza e di intenzione di comunicare.
Troverete le parole del femminismo. Quelle che la rivoluzione degli anni 70 ha messo al centro del pensiero e del discorso di tante donne italiane: autocoscienza, personale, piccolo gruppo, autodeterminazione. E ancora: liberazione, differenza, relazione, emancipazione, parit. Parole sorpassate in un mondo che spesso guarda con ironia a ci che racconta l'inizio della rivoluzione pi lunga e radicale degli ultimi cento anni? Forse. Ma quando si possono dire superate e sorpassate alcune parole? Certo oggi non fanno parte, come nel passato, della vita e del discorso comune delle giovani donne. Ma hanno davvero perso di significato, esaurito la loro spinta propulsiva oppure, anche se non pronunciate con la frequenza di un tempo, anche se oramai facenti parte della storia pi che del presente, influenzano i comportamenti, la storia di oggi? Quando ho iniziato questo lavoro pensavo di raccogliere quasi esclusivamente le parole del femminismo. C'era in me una sorta di intento storico e pedagogico. E forse la convinzione pessimistica che fossero solo un retaggio del passato di cui era opportuno che le protagoniste raccogliessero la memoria. Mi sono accorta subito che la raccolta non poteva limitarsi a esse, ma doveva andare oltre, doveva arrivare a ci che avevano prodotto. Perch era evidente che avevano molto seminato modificando il senso e il significato di molte altre. Di conseguenza non c'era solo da guardare al passato, ma da indagare sul presente.
Si pensi alla parola personale. Agli inizi del femminismo venne sorprendentemente collegata con la politica in un momento della storia in cui non c'era quasi nessuna connessione fra le due. Oggi qualcuno si sentirebbe di affermarlo? Di dire che nel dare un giudizio su una scelta politica si cancella quello sulla persona che la sostiene? Non  piuttosto vero il contrario, che nella politica il personale conta e molto? E si guardi alla parola famiglia. A quello che si intendeva comunemente con questo termine qualche decennio fa e a che cosa si intende oggi. C' stato un vero e proprio capovolgimento di significato. Quelle parole, le parole del femminismo erano, quindi, un punto di partenza, ma non potevano bastare.
Ed ecco che la ricerca si  allargata alle parole della quotidianit, della politica, della filosofia. Perch tutte sono cambiate, tutte sono diverse dal passato. Anche quelle che per molti anni e da molti sono state considerate parole del naturale e quindi dell'inamovibile sono state attraversate e rovesciate dalle donne e hanno assunto significati diversi, a volte opposti. Che cosa significava ieri e che cosa significa oggi la parola madre? E si dice padre come lo si diceva qualche tempo fa? E di che cosa parliamo quando pronunciamo la parola matrimonio? E quanto si  modificata la parola vita o la parola corpo da quando le donne ne hanno ripreso consapevolmente possesso?
Il cambiamento ha attraversato la quotidianit e il privato, ma lo ha superato. Oggi parlare di diritti, di potere, di politica, di destra e di sinistra, di lavoro obbliga a un confronto con quello che le donne hanno prodotto nella lingua e quindi nella cultura e nella realt. Il loro pensiero ha cambiato molti mondi e modelli maschili. In alcuni casi ha provocato una rivoluzione culturale e distrutto assiomi che parevano storicamente consolidati. Ha capovolto il simbolico. Che cosa sono i diritti oggi? Sono quelli dell'uomo, come  sempre stato detto? E nell'uomo  compresa, pu essere compresa, la donna? Si pu ancora parlare di diritti universali? E quando si pronunciano parole come potere, politica, destra e sinistra si pu prescindere dalla destrutturazione e ricostruzione che di questi termini  stata fatta?
Ci sono parole difficili ed eterne che sembrano appartenere a un universo concettuale asessuato e universale che coinvolgono e si rivolgono all'umanit tutta. Parole come desiderio, sentimento, amore, morte, tempo, solidariet, eguaglianza, speranza, erotismo, scienza, religione hanno attraversato la storia del mondo, e continueranno ad attraversarla. Ma non si era fatto abbastanza caso al fatto che non sono state pronunciate nello stesso modo degli uomini dalle donne. Queste ultime lo hanno fatto in modo sicuramente pi sommesso, meno riconosciuto. E dando loro un significato che  rimasto ai margini della storia.  stato sicuramente pi flebile nella storia del mondo la parola del desiderio femminile. E persino la morte, che ci riguarda tutti, si  piegata a un dominio culturale maschile. Per non dire della religione e della scienza, dei sentimenti. Oggi scopriamo che le donne possono spiegare di nuovo e in modo differente quasi tutte quelle parole. Che si sono riappropriate e hanno dato un senso nuovo a quelle da cui erano state estromesse. Che le hanno attraversate e inventate di nuovo, distruggendo quelle che parevano categorie eterne, invariabili, a sesso unico.
Le sirene e le streghe, le sorelle e le zitelle, le massaie e le mammane, le prostitute, le liberate e le infibulate. Le troverete tutte in queste pagine. Donne che spiegano le donne, raccontando, cancellando stereotipi e vecchi e comodi modi di pensare. La voce delle donne che spesso si ascolta come un mormorio indistinto, magari come canto fatato e affascinante, si fa parola distinta e chiara che vuole spiegare il mondo. E proprio per questo non  parola omogenea. Non usa gli stessi strumenti, ma quelli che possiede pi fortemente e intimamente. Le scrittrici non possono raccontare il mondo come le sociologhe, le storiche non spiegano come le giornaliste. Ciascuna ha una sua cifra personale e distinta, anch'essa segnale di un cambiamento. Non sono uguali l'una all'altra e non lo sono neppure nel modo di esprimere il cambiamento. La distinzione e la differenza anche nel racconto di una parola sono il segno di una ricchezza che loro hanno imparato a valutare e a raccogliere.
Questo  un lavoro collettivo. Quando ho cominciato pensavo di dover discutere, convincere coloro alle quali mi rivolgevo per un'impresa comune. Insomma che non sarebbe stato facile portare cento donne con una loro parola in un libro. Si tratta di donne impegnate nel loro lavoro e con ruoli rilevanti. Non le sole che hanno raggiunto un posto importante nel mondo ancora in gran parte dominato dagli uomini, ma sicuramente, nel panorama del paese, fra coloro che rappresentano una raggiunta e differente affermazione di autorevolezza. Sono ancora colpita dalle risposte alla mia richiesta. Disponibilit, curiosit, interesse ed entusiasmo per il progetto. Collaborazione, fiducia e, ancora, un vivo senso di militanza. Mi sono chiesta se cento uomini avrebbero avuto la stessa reazione. E naturalmente mi sono data una risposta.

Abito
di Michela De Giorgio
Quando, nel 1913, il laboratorio di antropometria dell'Universit di Cornell, dopo molte misurazioni femminee, individu nel corpo della studentessa venticinquenne Miss Elsee Scheel il calco vivente della Venere di Milo, Margherita, uno dei pi diffusi rotocalchi femminili italiani, inform le lettrici che la naturale alleata della bellezza neovenusiana era proprio la fede suffragista. Il perimetro corporeo della Voluptuous Woman novecentesca costituiva la spettacolare smentita di un pensiero diffuso, ovvero che sotto la bandiera del femminismo non si raccolgano che donne brutte, trascurate dal sesso forte e condannate a invecchiare nella solitudine.
Strane relazioni si sono stabilite tra il femminismo e l'abito. Andrebbe assegnato ad Anna Maria Mozzoni l'onore dell'esasperata protesta contro il sodalizio obbligato tra donne e ornamento, visto che fu proprio Mozzoni la prima a deprecare le dame italiane che vivevano indegnamente e senza diritti tra i fiori e le trine, i nastri e le fettucce. Disobbediente agli appelli di Mozzoni, la generazione di fine Ottocento illanguid nell'ondulazione calligrafica imposta dalla moda orchidacea (cos la defin Mario Praz) che dal copricapo a forma di grosso pistillo fino all'orlo della gonna svasata come una corolla faceva delle donne altrettanti fiori. Abbigliate in forma di fiore, orchidacee dal cappello alle scarpine, si poteva protestare e marciare da vere suffragette? A Londra, nell'aprile del 1909, le rappresentanti del timido e gretto femminismo italico assistettero stupefatte alla trionfale parata di 50.000 militanti che festeggiavano, dopo due mesi di dura prigione per la causa suffragista, la liberazione di Mrs Pethick Lawrence, che marciava trionfante in sella a un magnifico cavallo bianco, travestita da Giovanna d'Arco. Per ragioni numeriche e di habitus, la forza simbolica di quello spettacolo di massa non apparteneva allo stile comportamentale del femminismo italiano della prima decade del Novecento. L'abito ideale della femminista, il Reform Dress (un vestito morbido che eliminava il busto), inutilmente proposto in Italia, scaten le ironie di Matilde Serao. Lo adott Gina Lombroso, rigorosa teorica della differenza sessuale femminile, ma anche nelle strade della Firenze anglofila d'anteguerra il vestito riformato era oggetto di scherno. Nella storia culturale del femminismo italiano non si incontrano voci che risolutamente additino busti e tacchi alti come accessori persecutori della vitalit e dell'energia femminile, n dibattiti sui rispettivi gradi di coercizione del busto con stecche di balena del XIX secolo e del busto di muscoli prodotto da ginnastica e diete del XX. Nel corso del Novecento nessuna scrittrice italiana ha preso a simbolo della stupidit del suo sesso busti assassini o scarpe torturatrici, come fece Colette nel j'accuse del 1924 contro i duri statuti della moda pseudoliberatrice del dopoguerra che, oltre che spazzar via gli antichi pudori delle donne, le aveva martirizzate con tonsure sacrificali, ne aveva deformato i piedi con minuscole scarpe da supplizio. In quegli anni, in Italia, il monopolio dell'avversione contro la moda indecente lo ebbero le organizzazioni femminili cattoliche, scrupolosissime nell'offensiva centimetrata contro orli e scollature scorrette, ma incapaci di caricaturare  come fece Colette  il carattere di massa della moda che, abolito il busto, denudati colli, braccia, gambe, con il potere innovativo dell'abito a un solo pezzo, aveva imposto nuove leggi compositive al corpo femminile di massa. Nelle fotografie delle manifestazioni femministe dei primi anni 70 del Novecento, non  difficile riconoscere tracce floreali. C' grande dovizia di gonne a fiori attraversate da volant, di fiori finti appuntati alle camicie vintage del mercato di Resina, insieme alle borse a tracolla di Tolfa, ai sandali americani con la suola di sughero, alle espadrillas di Santini e Dominici. Sebbene i Fashion Studies (inglesi e americani) sostengano che il femminismo non ha dimostrato nel campo del vestiario l'audacia e l'immaginazione di altre subculture recenti, crediamo di poter affermare che il femminismo italiano degli anni 70 ebbe un peculiare stile di abbigliamento. Fu certo attraversato da implicazioni ideologiche anti Signoraism, ovvero antiborghesi, facili da identificare nelle affinit post-hippy ed etniche, nella propensione al rtro sofisticato e ironico e al look unisex degli anni 60. L'equazione, quasi automatica, tra femminismo e bruttezza che dalla fine dell'Ottocento si  prolungata nel Novecento non ha ragioni documentabili. Potrebbe discendere dall'arbitraria assimilazione tra garonnismo e suffragismo, insistente, gi dalla fine degli anni 20. Ma nessuna ricerca storica ha ancora documentato i rapporti tra agire vestimentario, pose fisiche, atteggiamenti, scelte professionali, stili di vita e passione suffragista delle italiane del tumultuoso decennio del primo dopoguerra. Il mondo, per il moltiplicarsi di quel figurino, vale a dire delle maschiette, appariva tutto popolato di diciottenni, affermava il Dizionario italiano della moda che nel 1936 benediceva la salutare propaganda ricostruttiva autarchica che aveva fatto sparire le rinsecchite, nicotinizzate, antidemografiche maschiette. L'abito della femminista anni 70 (qui ridotto alla dimensione vestimentaria), e le stesse femministe, hanno subito uguale oltraggio. Del look femminista, sbrigativamente classificato come tale, resta l'uniforme della militante, zoccoli e gonnellone, che non ammette varianti di raffinatezza. Le femministe amarono il vintage e Kenzo. Superbamente cosmopolite, alternarono sandali greci, scarpe rosa di Maud Frizon, corazzate Paraboot. Diffusero una grammatica di stile libera ed eclettica, pi che alternativa o antagonista. Le femministe erano  e sono  statisticamente indistinguibili nella loro bellezza o bruttezza dalle non-femministe. Si distinguevano  e si distinguono  nel modo di convivere e far uso dei loro capitali estetici?

Michela De Giorgio insegna Storia del giornalismo all'Universit di Sassari. Tra i suoi libri: Le italiane dall'Unit a oggi; Il modello cattolico in Storia delle donne in Occidente, a cura di G. Duby e M. Perrot e Storia del matrimonio, con Christiane Klapisch-Zuber.

Abnegazione
di Rosetta Stella
L'immagine che mi si presenta davanti agli occhi  quella di una donna circondata da tre bambini: uno le si aggrappa all'avambraccio, uno le si attacca al seno colmo succhiandone il nutrimento, il terzo, pi grandicello, le si appoggia alla schiena reggendo un frutto. Lei sta immobile, lo sguardo rivolto a terra, con una mano si sorregge la testa, l'altra la tiene abbandonata, anzi ripiegata all'indietro sulla gamba. Non li tocca, non fa nulla, sembra non darsene pensiero, chiusa com' in una tranquilla, composta malinconia: eppure  completamente consegnata alle loro mani, al loro bisogno, al loro gioco, alla loro fame.  l,  per loro.
Il quadro di Luca Cambiaso, dipinto nel 1570 circa,  intitolato Carit. La carit, virt teologale, sinonimo di amore, sarebbe dunque sinonimo anche di abnegazione? Ipotesi inquietante.
Cercando su vari vocabolari scopro con sorpresa che la parola, cos come la pronunciamo e scriviamo noi, abnegazione,  di recente utilizzo.
Qualche esempio? Dizionario dell'anno 1829: non c' proprio; c' solo annegazione: significa togliere la forza, o la virt. Dizionario datato 1853, ancora solo annegazione: negamento della propria volont. Uguale di annegamento: uccidere qualcuno col sommergerlo. Soffocare. Fare andare a male. Negare, contrariare, rinnegare (la propria volont o inclinazione). E dicesi anche di una nave troppo caricata: la nave ha annegato il suo forte.
Un'occhiata al dizionario latino: abnegatio, rinuncia, rovina, disfacimento.
Nel dizionario edito nel 1965 il nostro termine finalmente lo trovo: rinunciare a qualcosa per religione o per carit... eccola, la carit. O anche: rinunciare al piacere o all'utile proprio per senso del dovere o dell'amore. Dedizione disinteressata.
Insomma: anche il vocabolario non scioglie l'inquietudine. Questa parola dal retrogusto antico, un po' da libro Cuore, mostra tutto il suo sapore contemporaneo nel cinema. Per esempio ne Il diavolo veste Prada. Di cos'altro si parla in questo film, se non dell'abnegazione? Se non altro quella necessaria a fare carriera. Non la carrieruccia di chi si accontenta di diventare capo ufficio, ma la carriera con la C maiuscola di chi ha ambizioni pi serie: arrivare nella stanza dei bottoni. Tutte le grandi imprese pare lo sappiano: chiedono abnegazione ai dipendenti intenzionati a salire la scala gerarchica. Nella grande famiglia, nella squadra destinata al successo, la capacit relazionale  indispensabile quanto l'abnegazione: doti femminili, si dice. L'argomento  considerato valido anche quando si discute dell'ingresso delle donne nelle fila delle forze armate. Lo spirito di corpo, il corpo femminile sapr farlo ben valere.
Ma come non si nasce imparati, cos non si nasce abnegati, abnegate. Per imparare l'arte dell'abnegazione ci vuole molto esercizio, e il premio deve essere molto ambito.
La madre di famiglia che si dedica ai suoi anima e corpo, dimentica di se stessa, svolge una funzione simbolica importantissima: tutti dipendono da lei, lei  indispensabile, ma l'esercizio deve essere continuamente alimentato dalle necessarie gratificazioni. Cosa farei senza di lei, senza di lei non sarei nulla! sottolinea con enfasi e spesso in pubblico, il capofamiglia. E il direttore soddisfatto rivolge gli stessi complimenti al dipendente che ha rinunciato a tutto per far grande l'azienda. O il giornale. O il partito. O quel che .
L'abnegazione  l'esercizio che conduce all'appartenenza, all'identit, a uno speciale senso di s e della propria importanza e valore. Eppure anche questo esercizio deve finire, non lo si pu portare avanti all'infinito. A meno che non diventi megalomania, quella malattia che ti fa dire sono talmente padrona del mio io che posso farne a meno, sempre sempre sempre. Non  vero. Produce il disastro.
Lo mostra bene Siddartha, quando, al termine del suo lungo percorso di abnegazione di ogni desiderio, guardando lo strumento di un suonatore, si illumina e dichiara: Se tendi troppo la corda, si spezzer; se la lasci troppo lenta, non canter.
Qual  il giusto punto di tensione della corda? Quando porre termine all'esercizio? Per le donne il rischio  di tenderla troppo: c' la storia e c' l'abitudine. La cura la conoscono, quella pu essere la loro soglia. Senza eccesso. A non lasciare la corda troppo lenta devono fare pi attenzione gli uomini: per loro, l'abnegazione pu forse essere d'aiuto nel distrarsi da s, dall'angoscia di sopravvivenza che pu mangiarsi il ben vivere.
Comunque, dove potrebbe stare un tornaconto nell'esercizio di questa pratica cos confinante con  e confinata tra  la carit e il disastro? Per agire la generosit oltre il proprio vantaggio personale ci vuole una buona dose, una dose giusta di amore, prima di tutto per se stessi.
Ama il prossimo tuo come te stesso sta scritto.
E Carla Lonzi, l'originaria pensatrice del femminismo italiano, a proposito delle due santa Teresa, di Avila e di Lisieux, da lei riconosciute come modelli altissimi, non esit a sottolineare nel suo diario quanto esse fossero illuminanti proprio perch sebbene sembra che rinuncino a tutto [...] non hanno rinunciato all'essenziale.

Rosetta Stella  saggista e studiosa del pensiero della differenza sessuale incrociato alle forme di spiritualit cristiana. Ha contribuito alla fondazione della rivista Via Dogana della Libreria delle donne di Milano. Tra i suoi ultimi libri: Divagazioni sul tema del Noli me tangere e Sopportare il disordine. Una teologia fatta in casa.

Aborto
di Alessandra Kustermann
Le donne hanno sempre abortito clandestinamente, illegalmente, rischiando la vita. Il giuramento di Ippocrate nel lontano IV secolo a.C. gi imponeva ai medici di non dare alla donna rimedio alcuno per abortire.  solo a partire dagli ultimi decenni del XX secolo che l'interruzione volontaria della gravidanza (Ivg) viene autorizzata per legge nella maggior parte del mondo occidentale. In Inghilterra nel 1968 viene approvato l'Abortion Act. Negli Stati Uniti, con la sentenza Roe versus Wade, l'aborto diventa legale solo nel 1973.
In Italia prima del 1978, anno di approvazione della legge 194, l'aborto, definito un delitto contro l'integrit della stirpe, era un reato punibile con la reclusione da due a cinque anni della donna e dell'esecutore. Solo in caso di pericolo di vita della madre il codice Rocco stabiliva la non punibilit dell'interruzione volontaria di gravidanza. Nel febbraio 1975 una sentenza della Corte Costituzionale, pur riconoscendo che la tutela del concepito ha fondamento costituzionale, afferm la non equivalenza fra il diritto non solo alla vita, ma anche alla salute di chi  gi persona, come la madre, e la salvaguardia dell'embrione, che persona deve ancora diventare.
Il movimento femminista in quegli anni impose alle forze politiche di addentrarsi in un dibattito, prima impensabile, sui temi della maternit consapevole, della responsabilit femminile rispetto alla vita, della libert di sfuggire a un ineluttabile destino biologico. Con articoli, manifestazioni, autodenunce alla magistratura e raccolte di firme per un referendum abrogativo degli articoli di legge sull'aborto costrinsero la societ a riflettere sui rischi della clandestinit, sui guadagni illeciti delle mammane e dei cucchiai d'oro, sulla solitudine, l'angoscia, il dolore, l'umiliazione delle donne costrette ad abortire illegalmente. Forse nella foga di un confronto cos aspro in quegli anni furono riportati numeri troppo elevati di aborti clandestini in Italia; resta per vero che ancora oggi nel mondo, secondo l'Oms, ogni 8 minuti una donna muore per aborto non sicuro e che questa  la terza causa di mortalit materna. Persino nei paesi industrializzati l'aborto clandestino aumenta il rischio di morte di 20 volte.
L'art. 1 della legge 194 afferma che: Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternit e tutela la vita umana dal suo inizio. Prima dei 90 giorni la gravidanza pu essere interrotta se sussiste un serio pericolo per la salute fisica o psichica della donna (art. 4), dopo i 90 giorni deve sussistere un grave pericolo per la vita della donna (art. 6a) o per la sua salute fisica o psichica (art. 6b), in quest'ultimo caso per in relazione ad accertati fatti morbosi di entit tale da configurare il grave pericolo (art. 7). Al feto viene garantita una maggior tutela con il progredire della gravidanza dal 1 al 2 trimestre, epoca in cui diminuisce la probabilit di aborto spontaneo e la possibilit per il feto di nascere e sopravvivere diviene di settimana in settimana pi attuale.
Ma prima di arrivare ai giorni nostri, la 194 ha dovuto affrontare molti ostacoli. Il referendum abrogativo proposto dal Movimento per la vita nel 1981, sconfitto grazie al 68% degli italiani che si espresse a favore del mantenimento della legge, ha solo momentaneamente sopito il tentativo di modificarne le norme attraverso una nuova discussione parlamentare o con regolamenti pi restrittivi o imponendo colloqui preliminari alle donne che richiedano un'Ivg con operatori dei centri di aiuto alla vita. Oggi il progressivo ricorso all'obiezione di coscienza da parte dei sanitari, previsto anch'esso al primo comma dell'art. 9, non facilita l'organizzazione del lavoro negli ospedali in cui la stragrande maggioranza del personale si  dichiarato indisponibile a prendere parte alle procedure abortive. Forse i legislatori nel 1978 non potevano prevedere che nel 2008 i ginecologi obiettori sarebbero stati 7 su 10 (passando dal 62,8% del 1997 al 71,5% del 2008), mentre gli anestesisti che fanno obiezione si sono stabilizzati su valori di 1 su 2 (dal 53,3% al 52,6%) e il personale non medico, compresi infermieri e ostetriche,  l'unico gruppo in cui vi sia stata una apparente importante riduzione dell'obiezione (dal 54,3% al 43,3%). Questo aumento impressionante dell'obiezione di coscienza, specialmente tra i ginecologi,  dovuto a molte cause e non solo a opportunismo: un fenomeno di rigetto per i troppi aborti affrontati sempre dagli stessi operatori (burn out); il senso di penalizzazione professionale; la sottile riprovazione dei colleghi; la contraddizione tra una professione scelta per salvaguardare la vita umana e la dura realt di collaborare alla soppressione di un progetto di vita; la consapevolezza che molti aborti potrebbero essere evitati se vi fossero pi aiuti concreti per le donne con difficolt sociali o economiche; l'irritazione e il senso di impotenza appena mascherata di fronte alle donne che abortiscono a pi riprese (quasi 1 donna su 4); la perdita collettiva di memoria sui rischi, anche mortali, della clandestinit; la certezza che chi obietta lavora meno di chi non obietta e soprattutto non si sporca le mani e la coscienza (anche per chi non  un cattolico praticante la scomunica ha il significato di una condanna); l'aver osservato, grazie ad apparecchi ecografici sempre pi sofisticati, la rapida evoluzione di un embrione da 6 settimane scarse, poco pi di un puntino dotato di battito cardiaco, a 10 settimane, gi con parvenze fetali e soprattutto con mani, braccia e gambe in movimento, che non permettono di ignorare la sua natura di essere vivente; non ultima la medicina prenatale che ha permesso diagnosi e terapie per il feto, tramutandolo in un paziente alla stessa stregua di sua madre.
Ma, al netto delle polemiche, quante donne ricorrono alla 194 in Italia? La relazione del ministro della Salute pubblicata il 6 agosto 2010 riporta i dati preliminari del 2009 e i dati definitivi del 2008. Nel 2009 sono state effettuate 116.933 Ivg con un decremento del 3,6% rispetto al 2008 (121.301 casi) e un decremento del 50,2% rispetto al 1982, anno in cui si  registrato il pi alto ricorso all'Ivg (234.801 casi). Negli ultimi anni  aumentato il numero degli interventi effettuati da donne con cittadinanza estera raggiungendo il 33% del totale delle Ivg, mentre nel 1998 erano il 10,1%. Se si considerassero solo le donne italiane, il decremento delle Ivg nel 2008 (81.753) rispetto al 1996 (130.546) sarebbe del 37,4%. L'aborto farmacologico, recentemente introdotto in Italia, aumenter il ricorso all'Ivg, rendendolo come pensano gli avversari della RU 486 (mifepristone) pi facile? Non sembrerebbe, guardando i dati scientifici internazionali che dimostrano come non vi siano stati aumenti degli aborti nei paesi che l'hanno adottata da molti anni prima di noi.
Continuo a pensare che  ben meno impegnativo psicologicamente un aborto chirurgico, che dura pochi minuti e consente una dimissione dopo 2 massimo 8 ore dal ricovero, rispetto a un farmaco che necessita di un'assunzione al giorno 0, seguita dalla somministrazione di un altro farmaco dopo 48 ore, seguita a sua volta da una fase di contrazioni (decisamente dolorose per almeno 3 donne su 10) e sanguinamenti (anche molto abbondanti) fino all'espulsione di coaguli frammisti all'embrione.

Alessandra Kustermann, primario,  direttore del pronto soccorso ginecologico della Mangiagalli di Milano e fondatrice dei centri contro la violenza sessuale e quella domestica.

Ambiente
di Fulvia Bandoli
In Italia l'intreccio tra ecologia, pratiche politiche ed elaborazione di donne autorevoli comincia presto, ben prima della nascita del partito Verde che si situa a met degli anni 80. I primi testi americani sull'ecofemminismo escono negli anni 60, e in Italia gi nel 1976, dopo la nube di diossina che si sprigiona dalla Icmesa di Seveso.  una donna, Laura Conti, medica e di sinistra, a svelare pubblicamente e con un lavoro di anni le ragioni di quel disastro evitabile e i nodi cruciali che esso porta in evidenza, il concetto di limite delle risorse, le politiche di prevenzione, la forte relazione tra agricoltura e salute, la salute delle donne e dei nascituri, la salvaguardia e la cura del territorio sul quale tutti e tutte viviamo. Dopo Chernobyl (1986) viene pubblicato in Italia il testo fondamentale dell'ecofemminista Carolyn Merchant La morte della natura, una critica seria e spietata a un certo uso della scienza. In Italia nascono numerosi collettivi donne e scienza che hanno avuto il merito di sensibilizzare l'intera popolazione sui rischi del nucleare. Certo sarebbe una forzatura ricondurre tutti i pensieri e le pratiche delle donne in materia di ecologia al femminismo o rinchiuderli nella definizione di ecofemminismo. Laura Conti e parecchie altre non si definivano femministe, ma il loro pensiero e le loro pratiche concrete hanno portato dentro l'ecologia alcune parole chiave del femminismo: il concetto di limite e quelli di differenza, di cura, di relazione. E un ordine, quello simbolico della madre, che, trasferito all'ecologia, individua nella Terra la madre e il fondamento di ogni processo che coinvolge il vivente umano e non umano. L'incontro fra l'ecologia, le donne e il femminismo  stato un incontro naturale.
Alcuni esempi li abbiamo sotto i nostri occhi da parecchi anni e giova richiamarli. In India nell'84 a Bophal muoiono 30.000 persone nel pi grande disastro ambientale causato da una impresa chimica, la Dow Chemical. Per oltre vent'anni una donna, Rashida Bee, organizza le popolazioni superstiti e ingaggia una battaglia legale per gli indennizzi e la bonifica, riunendo attorno a s migliaia di altre donne. Ma quella lotta non si fonda tanto sulla richiesta di denaro, ma sulla rivendicazione ad avere una terra da coltivare, libera da insediamenti chimici pericolosi che utilizzano quantit di acqua enormi sottraendole all'agricoltura. Dalle stesse motivazioni parte qualche anno pi tardi Vandana Shiva, una scienziata ecologista e femminista tra le pi prestigiose al mondo, quando comincia a dare corpo, prima con testi fondamentali e poi con un movimento gigantesco, a una delle vertenze pi significative contro alcune delle multinazionali pi potenti del mondo per salvare le cinque sementi autoctone fondamentali, e con esse il cibo, il pane, il nutrimento e la terra materna, dai semi transgenici, semi che ogni anno muoiono e che dunque bisogna sempre ricomprare da capo con costi insostenibili.
A difesa dell'acqua come bene comune, contro la delocalizzazione di milioni di contadini che vengono spostati per costruire le grandi dighe, si impegna anche un'altra donna, la scrittrice Arundhati Roy, che prende di mira nei suoi scritti e nella sua pratica politica un'altra multinazionale, la Coca-Cola, e i suoi insediamenti industriali che rubano l'acqua alle campagne indiane. I temi da loro sollevati vanno al cuore delle profonde ingiustizie e distorsioni prodotte dalla globalizzazione seguendo un metodo consolidato della cultura femminista: quello di trarre fuori corpi, materia viva, libert, politica e realt dalla rappresentazione che i poteri forti e gli ideologi del liberismo sfrenato hanno messo in scena.
Ma anche in Italia non mancano esperienze significative.
Nasce a Vicenza in occasione della proposta di costruzione di una seconda base militare americana un movimento che ha avuto come tratto distintivo una forte soggettivit femminile e un intreccio senza precedenti con la citt. Dai gruppi di donne, e dalla presenza attiva di molte femministe, nascono le pratiche e le forme di lotta pi originali come i presidi permanenti pacifici, l'occupazione di un'area contigua alla base come parco giochi per i bambini, e la straordinaria capacit di legare insieme pace, nonviolenza, ecologia, democrazia.
Cammina sulle gambe di molti comitati spontanei di cittadini e tra essi di un numero impressionante di donne la campagna sull'acqua come bene comune. Un impegno che dura da oltre dieci anni e che si  trasformato in una legge di iniziativa popolare e quest'anno in una straordinaria mobilitazione a sostegno del referendum contro la privatizzazione. E non  un caso che il premio Nobel per l'economia sia andato, nel 2009, a una donna, Elinor Ostrom, che da decenni studia e sperimenta modelli di gestione e di governo dei beni collettivi e comuni. La sua elaborazione scioglie magicamente il dilemma se l'acqua debba essere gestita dal pubblico o dal privato coinvolgendo direttamente nella gestione le figure sociali essenziali e mancanti: i fruitori del bene, coloro che hanno bisogno e diritto all'acqua.
La parola che ho usato di pi nel mio lavoro politico per spiegare quel che vedevo cambiare intorno a me e nella vita,  stata proprio manutenzione. Manutenzione pi che produzione di troppe merci o case, manutenzione dell'assetto idrogeologico del territorio, delle citt, del patrimonio edilizio, dei trasporti, delle reti di ogni genere, prima fra tutte quella dell'acqua. Perch non di opere grandi e di operai per costruirle avremo pi bisogno, ma di nuove figure di lavoratori/trici manutentrici e manutentori di ci che  stato finora costruito e che va riqualificato e riparato. Meno merci, pi servizi alla persona, al territorio e alle citt, pi cura, pi relazioni. Da questo punto di vista ritengo assai fecondo e pieno di implicazioni nuove definire (come fa l'ultimo Sottosopra) un bel pezzo del lavoro futuro come arte della manutenzione dell'esistenza. E ancora: Il lavoro che fanno oggi le donne  pi basicamente lavoro: intreccia produzione di cose e di simboli e riproduzione della vita propria e altrui, come a dire che tutto il lavoro che fanno oggi le donne  la strada per ridare un senso al lavoro di tutti e di tutte e soprattutto una critica forte agli indirizzi e alla qualit dello sviluppo e al mercato come finora li abbiamo conosciuti.

Fulvia Bandoli, politica,  stata deputata e dirigente dei Democratici di sinistra. Oggi  nel coordinamento nazionale di Sinistra ecologia libert.

Amore
di Letizia Paolozzi
L'amore ha dominato nelle letterature dal Simposio a Tristano, a Don Giovanni, Lolita, Il dottor Zivago. Passione dell'anima oppure erotismo, si  tradotto in una molteplicit di avventure. Eppure, nei nostri tempi impauriti, meglio non sbandierare la relazione amorosa. Lo diceva gi Roland Barthes in Frammenti d'un discorso amoroso: Ti amo  nella mia testa, ma l'imprigiono tra le labbra. In una societ dove conta il denaro e non la relazione amorosa, questo sentimento, spesso, si vende al mercato come una merce. Si perde nel consumo, si danna nella pubblicit. Eppure, ha un nocciolo duro, una realt originaria. Cos lo scopriamo nei carrugi, via di fuga dalla vita sconfitta di un fuorilegge riemerso dalla galera e di una transessuale nel film La bocca del lupo. Ne ascoltiamo le parole attraverso le pene degli omosessuali, persino nelle ribellioni adolescenziali, mentre di amor profano, o profanato, si nutrono i programmi televisivi pi rozzi e addirittura attraversa il linguaggio sgangherato di un presidente del Consiglio con il suo partito dell'amore.
Dalle parti del femminismo, una certa diffidenza ha segnato il ragionare sull'amore e la sessualit. Si pu capire: il patriarcato, dunque i maschi, i padri, l'autorit, la legge chiedevano oblativit, subalternit, dedizione femminile. Non si desidera soltanto un corpo ma occuparne la mente, i pensieri. Negargli la libert. Per secoli, ricorda Carla Lonzi, l'uomo ha dato il permesso alla donna di svolgere il suo senso dell'esistenza che  di essere in relazione. Ribellarsi a quel permesso sarebbe stata impresa laboriosa: fino alla scoperta della differenza. Spiegher la filosofa Luce Irigaray in Amo a te che non c' un noi possibile senza la differenza irriducibile tra io e tu. Il luogo pi intimo e universale, quotidiano e divino, di questo noi si colloca tra la donna e l'uomo.  quando sono realmente due che le donne e gli uomini possono amarsi e creare insieme.
Essere due. Con l'esplorazione delle diverse figure del legame amoroso, la psicoanalista Jessica Benjamin apre nuovi scenari inseguendo somiglianze e differenze tra i due sessi. Anche se l'eterosessualit  un percorso del desiderio ma non l'unico, ammonisce Teresa de Lauretis. Non tagliamo fuori il percorso lesbico e omosessuale. Un percorso arricchito da Judith Butler rivendicando quell'insieme di attivit umane come la nutrizione, la riproduzione, l'amore e la cura che la storia ha messo assieme alle donne al margine della societ.
Vero  che l'amore pu imboccare strade inattese, inaspettatamente ricche. Secondo Rosetta Stella, solo una donna e tanto pi la peccatrice Maria Maddalena, pu cogliere e ricambiare il messaggio d'amore che viene dalla morte e dalla resurrezione del corpo di Ges perch l'Amore non fa n subisce violenza;  perfettamente giusto, come dice in Divagazioni sul tema del Noli me tangere.
L'amore mistico, in quanto fusione spirituale, si trasfigura nella passione per Dio. Ecco le mulieres religiosae del Medioevo, quelle beghine indagate da Luisa Muraro, per le quali l'esperienza pi trascinante  l'Amore.
Ma se dal cielo torniamo alla terra, distinguendo sessualit da riproduzione, oggi non incontriamo una separazione rigida tra sesso e amore. Chi immaginerebbe ancora le donne dalla parte della relazione amorosa e gli uomini dalla parte del sesso?
Un simile cambiamento non  avvenuto senza conflitti. Per non escludere dal gioco amoroso emozioni, passioni, corpo, erotismo, natura. Un gioco che non va distrutto con la pratica del potere. Il guaio  che gli uomini sull'amore non ragionano granch.

Letizia Paolozzi, scrittrice e saggista, ha collaborato dal 1980 al 2000 all'Unit. Tra i suoi libri: La passione di Emily e l'azzardo delle liste rosa.

Autocoscienza
di Monica Lanfranco
Una delle parole del femminismo, lunga come un respiro e ariosa come la A con la quale comincia,  stata autocoscienza: non solo coscienza, cio consapevolezza etica in generale, ma proprio mia, come donna. Ecco perch  l'unione delle due parole a comporne una sola.
Il 23 dicembre 2005 nel numero 5756 di Science, che festeggia i suoi 125 anni, l'autocoscienza venne inserita tra le 25 scoperte pi importanti che riguardano l'essere umano, accanto all'origine naturale dell'intelligenza umana e del linguaggio articolato. In quella accezione il termine era inteso come l'attivit riflessiva del pensiero con cui l'io diventa cosciente di s, e a partire dalla quale poter avviare un processo di introspezione rivolto alla conoscenza degli aspetti pi profondi dell'essere.
I pi autorevoli pensatori maschi di tutte le epoche, da Socrate a Platone, da Aristotele passando per gli Stoici e i Neoplatonici, dal pensiero cristiano a quello di Kant, Hegel e Marx, hanno declinato, pensato e rivisitato al maschile, rigorosamente, il concetto di autocoscienza.
Per le donne l'autocoscienza  stata una pratica, un lento ma inesorabile percorso che ha visto centinaia di loro riunirsi e, per la prima volta, parlare di s senza mettersi in relazione subalterna con l'uomo. In Italia per la prima volta il termine autocoscienza fu introdotto da Carla Lonzi all'interno dell'esperienza del gruppo di Rivolta femminile, che tra il 1970 e il 1982 vide la nascita di gruppi autogestiti a Roma, Milano, Torino, Genova, Firenze e Lugano.
Alcune iniziarono a vedersi e a produrre, nel linguaggio come nell'immaginario, un cambiamento che sarebbe stato irreversibile, che si pu tradurre in una minuscola quanto dirompente frase: Io sono mia. Il possesso di s, scoperto assieme alle altre ha dato inizio a un intreccio virtuoso e complesso tra la politica delle donne e la psicoanalisi e ha prodotto una rivoluzione.
La storica Tiziana Plebani racconta cos, sulla rivista Marea, l'impatto di quell'intreccio nella sua Venezia anni 70: Anche la citt cambi, e come la abitavamo; le case pi che le piazze divennero i nostri rifugi, il nostro mondo; vedevo solo donne, e i legami con il mondo degli uomini, dei compagni, erano sotterranei, privati, non sempre facili. I nostri gruppi di autocoscienza, lo speculum e le streghe, i giornali stampati col ciclostile, le prime manifestazioni con le gonne lunghe e gli zoccoli.
In questi anni le prime femministe, riunite in gruppi che appunto si chiamarono di autocoscienza, partirono da una mancanza per crescere e tracciare una nuova strada politica. Lavoravano mosse da una rabbiosa sensazione di mancanza che era stata loro imposta: la mancanza del pene. L'elaborazione femminista  nata dalla riflessione sul corpo, un corpo vilipeso, negato, trascurato, imposto come mancante, vuoto, carente: vagina vuota e inutile, socialmente accettabile solo se riempita dal pene per il godimento maschile, dal seme per generare i figli degli uomini per la trasmissione del cognome. Eppure  proprio la vagina il luogo del transito anche simbolico della trasformazione.
Negli Stati Uniti, gi sul finire degli anni 60, si erano diffuse varie pratiche politiche: c'era l'esperienza dei consciousness raising groups e i gruppi di self-help in cui si cercava di condividere competenze, vissuti e informazioni relativi al corpo e alla sessualit, anche attraverso le autovisite, durante le quali le donne esploravano il loro sesso con l'idea di riappropriarsi di un sapere personale che veniva considerato perso a causa della medicalizzazione dei corpi, dal menarca, alla gravidanza, al parto, alla menopausa.
Si inizi a mettere al centro del discorso politico la scoperta di s in quanto donne, con bisogni e desideri. Si misero in discussione i ruoli sociali e sessuali imposti, in primo luogo la famiglia e la funzionalit al piacere sessuale maschile. La presa di parola in prima persona da parte delle donne costitu una enorme sfida alla societ patriarcale, nella sinistra come nel mondo cattolico e borghese.
Si scopr la possibilit di un discorso del e sul corpo fuori dal linguaggio e dallo sguardo maschile e scientifico. Un modo straordinario, al contempo pratico e teorico, di dimostrare che il privato era (davvero) politico. Tutto il sapere fu destrutturato e indagato, in modo impietoso: in questo processo la prima, dirompente apora fu quella di negare agli uomini l'accesso nei gruppi, perch era necessario uno spazio separato nel quale creare forti legami di fiducia e di sostegno. Anche se si sente dire che la pratica dell'autocoscienza non  pi proponibile nell'era digitale, pare faccia talmente bene che ora piccoli gruppi di uomini, a distanza di trent'anni dalle pioniere, ci provano a modo loro. Ma questa  un'altra storia.

Monica Lanfranco  giornalista, formatrice sui temi della differenza di genere e sul conflitto. Direttrice del trimestrale Marea, il suo ultimo libro  Letteralmente femminista: perch  ancora necessario il movimento delle donne.

Autodeterminazione
di Grazia Zuffa
La parola autodeterminazione nasce nel femminismo degli anni 70 e diviene presto un concetto chiave non solo delle femministe, ma del movimento delle donne. Nella percezione comune odierna essa  assimilata alla libert di scelta nella maternit. Si  verificata, insomma, nelle battaglie sociali e politiche di quegli anni, soprattutto quella contro la criminalizzazione dell'aborto, una sovrapposizione di significati.
Ma l'elaborazione del concetto di autodeterminazione e ben pi ampio e precede quella battaglia. All'origine, essa  piuttosto intrecciata alla pratica dell'autocoscienza e indica il processo di partire da s, di centrare su di s. L'aborto, ma anche la contraccezione, sono premesse negative di libert. Il vero esercizio di essa avviene nello scavo della sessualit e nel rapporto fra donne. Nei collettivi di autocoscienza il confronto sul vissuto si concentr, infatti, sulla cancellazione della sessualit femminile che maternit e aborto, seppure per vie diverse, realizzano. L'interruzione della gravidanza era considerata l'altra faccia del destino materno. Si insiste piuttosto sui temi che riguardano la frigidit, il piacere negato o autonegato, la dipendenza affettiva, l'espressione corporea. Autodeterminarsi signific quindi, innanzitutto, prendere distanza dal ruolo storico che si  formato sull'equazione donna-madre. L'opzione madre/non madre non appare efficace per annullare la sovrapposizione e l'identificazione tra femminile e materno. Se  vero che per le donne la scelta vuole opporsi al destino (materno),  anche vero che per questa via, la via dell'interruzione di gravidanza, la centralit della maternit nell'esistenza femminile pu perfino essere ribadita, seppure in negativo. L'autodeterminazione non pu limitarsi e non si limita alla scelta figli s, figli no, ma si sostanzia nell'allontanamento dalla dipendenza dall'uomo e dalla famiglia, e nella concentrazione su di s e sulla relazione con le altre donne. , insomma, il percorso di costruzione della soggettivit guidato dalla domanda: Chi sono io? Che cosa voglio essere?
Non  dunque dal concetto di autodeterminazione e dalla pratica di autocoscienza che discende l'obiettivo politico della legalizzazione dell'aborto. La legge sull'aborto nasce come riforma sociale, nell'ambito di una tradizione politica di sinistra attenta alle fasce sociali pi deboli. Non a caso, il tema principe della battaglia  la tutela della salute delle donne, specie di quelle pi esposte ai rischi, alle sofferenze, sacrificata alla morale ipocrita che accetta e favorisce la clandestinit, ben riassunto nel famoso slogan: Aborto per non morire, consultori per non abortire. Solo quando l'aborto diviene la questione politica, il contenuto unificante del movimento, anche il concetto di autodeterminazione assume un unico significato, trasferendosi nella sfera della maternit e indicando la scelta della donna di non essere madre, e dunque di poter interrompere la gravidanza.
Il nesso stretto tra autodeterminazione, aborto e maternit ha portato tuttavia dei vantaggi nella discussione e nel conflitto politico sul corpo delle donne. L'autodeterminazione, in quanto radice prima di una soggettivit pensata e vissuta quale corporeit sessuata, ha permesso di affrontare da una posizione di forza l'aspro conflitto intorno al corpo femminile e alla procreazione, che dall'aborto si  allargato alle tecnologie riproduttive. Nasce dall'autodeterminazione il riconoscimento del corpo pensante della madre, contro la rappresentazione del corpo-oggetto, sottoposto a divieti e imposizioni. Se si guarda alla donna non come al grembo biologico, nudo ambiente di approvvigionamento di vita, bens come a colei che mette al mondo il vivente, con un'opera  pienamente umana  di corpo, pensiero, linguaggio e significati, allora di lei, della sua volont, del suo consenso ha bisogno ogni vivente per venire al mondo. Mettere al centro della scena procreativa e dei principi che la regolano la decisione della donna, vuol dire riconoscere che la maternit  un'esperienza peculiare, una relazione determinata dall'essere due in una: feto e donna, madre e figlio/a, legati fino al parto. Nella scelta femminile, libert e responsabilit sono quindi inscindibili. L'autodeterminazione diventa un principio etico, che mette ordine nella procreazione riconoscendo il primato femminile.
Nel passaggio dalle pratiche di soggettivit alla battaglia legislativa, il concetto di autodeterminazione  costantemente esposto al rischio di essere risucchiato nel linguaggio dei diritti. La sua traduzione in diritto d'aborto ne  il segno pi vistoso. Si introduce  ed  stata reintrodotta  una concezione individualistica del soggetto, titolare di diritti, con la conseguente contrapposizione tra di essi: il diritto della donna a disporre del proprio corpo e quello dell'embrione alla vita, o dell'uomo alla paternit. La logica individualistica ha tradito l'esperienza relazionale della maternit.

Grazia Zuffa, psicologa e psicoterapeuta, lavora nel campo delle dipendenze ed  membro del Comitato Nazionale di Bioetica. Fra le sue pubblicazioni: L'eclissi della madre, in collaborazione con Maria Luisa Boccia.

Autorit
di Franca Chiaromonte
La storia racconta che, per impedire agli uomini di massacrarsi tra loro venne invocata l'autorit: si chiam Principe, Leviatano, nomos, volont generale, e anche dominio carismatico. Che cos' l'autorit? Grossolanamente, ed evitando definizioni onnicomprensive, possiamo spiegarla come quell'insieme di qualit che vengono riconosciute a colui a cui si affida il potere, affinch ci guidi verso obiettivi che dovrebbero essere buoni e giusti. Va da s che nella storia gli obiettivi dell'autorit non si sono rivelati sempre giusti e buoni. Ma questo era l'intento.
Oggi l'autorit vacilla. Sembra in coma profondo. Ha perso valore. E non solo, come alcuni sembrano pensare, in Italia. Suona patetico quell'aggettivo autorevole di tanto in tanto attribuito in tutto il pianeta a un giornale, a un centro studi o a uno scrittore carico di anni e di gloria. Sar per via della televisione che adatta il politico, il giornalista, il veemente discussant al piccolo schermo piegandoli alle esigenze dei format e dello spettacolo. Oppure dipender dal fatto che i comportamenti delle classi dirigenti appaiono perlopi improntati all'egoismo, alla cupidigia, culto del potere. Sta di fatto che la trasmissione del sapere e dell'autorit dal pi anziano  il maestro, il prete, il padre  al pi giovane si  frantumata. La legge del padre ha cominciato a barcollare.
Ma stiamo parlando dell'autorit maschile. E del suo declino. Per le donne il percorso  stato un altro. C' stato un prima e un dopo. Prima del patriarcato e dopo di esso o, almeno, quando esso  stato messo fortemente in crisi. Durante il dominio dei padri l'autorit femminile era acquattata fra le mura domestiche, ruotava intorno a colei che in casa, e solo in casa, comandava e disponeva. La donna che aveva autorit era quella che imponeva ai figli le norme del suo amore e poi li lasciava andare con un taglio spesso doloroso del cordone ombelicale. La sua autorit era ritagliata e si esauriva nel mondo e nella morsa degli affetti.
Con la nascita del femminismo, il patriarcato  stato costretto ad allentare la sua morsa. E le donne si sono prese la loro libert. Ed ecco che le regole degli uomini contrabbandate come universali, valide per i due sessi, sono apparse parziali, ingiuste, spesso sbagliate. Le donne si sono prese per mano, fiduciose nella origine comune e nella comune condizione. Il femminismo ha vissuto come un momento magico un inedito patto di sorellanza. Ha visto in quell'eguaglianza l'inizio del riscatto e un punto di forza. Ma era davvero cos? La forza delle donne poteva venire solo dal considerare il proprio sesso un tutto indifferenziato, dal riconoscersi sorelle e complici? Oppure era necessario ammettere una differenza anche fra coloro che si erano pensate uguali? Insomma, era arrivato il momento di porre il problema dell'autorit femminile?  la Libreria delle donne di Milano che decide di operare uno scarto, parlando di disparit e di affidamento.  importante  si afferma  che le donne riconoscano l'una la potenza dell'altra per produrre il massimo di autorit con il minimo di potere. Per questo bisogna imparare a amare la madre. Sono nata  scrive la filosofa Luisa Muraro  in una cultura in cui non si insegna l'amore della madre alle donne. Eppure  il sapere pi importante, senza il quale  difficile imparare il resto ed essere originali in qualcosa [...] l'inizio cercato  il saper amare la madre [...] L'attaccamento femminile alla madre  spiega ancora  corrisponde a un amore non per la propria madre, ma per la sequela delle madri, ossia per quella struttura che fa di ogni bambina il frutto di un interno di un interno di un interno, e cos via fino ai confini dell'universo.
Non tutto il femminismo  d'accordo con questa svolta. Le strade si sono divise e la polemica non  mancata. Ma l'autorit femminile in questi trent'anni  cresciuta nei tanti luoghi di elaborazione e di incontro. Ne cito alcuni: la Libreria delle donne di Milano, la Libera universit di Milano, la Libreria delle donne di Firenze, il Giardino dei ciliegi di Firenze, il gruppo di Identit e Differenza di Spinea, la comunit filosofica femminile Diotima di Verona, Le vicine di casa di Mestre, il Centro donna di Livorno, l'Associazione Orlando di Bologna, l'Ifold di Cagliari, il Centro documentazione di Ferrara, la Scuola estiva della Differenza di Lecce, la Societ delle storiche, la Societ delle letterate, la Casa internazionale delle donne di Roma, la Merlettaia di Foggia, La citt felice di Catania, L'altra met del cielo di Palermo. E molte altre ancora.
Sono spazi dove si  costruita e circola quell'autorit che gli uomini  tranne qualche prima rilevante eccezione  non sembrano disposti a riconoscere. E se lo fanno  in modo contorto e confuso. Ma anche per loro qualcosa  cambiato. Anche loro scommettono sul sesso femminile, dal quale si aspettano molto. Probabilmente un'autorit che li tiri fuori dai pasticci in cui si sono andati a cacciare.

Franca Chiaromonte, senatrice del Partito Democratico,  stata giornalista a Rinascita e all'Unit.  tra le fondatrici di Emily.

Autostima
di Maria Luisa Agnese
Autostima: parola parecchio ostica nella storia delle donne, abusata, mal praticata e oggi quasi fastidiosa. Ma anche se tanto se ne parla, anche se i manuali che insegnano vanamente e variamente a coltivarla sono innumerevoli e spesso insopportabili, va ri-analizzata e sul serio. Perch soprattutto per le donne, poco abituate a confrontarsi con il mondo, chiuse nelle case e nelle cucine, la lunga storia dell'autostima  in realt una storia di sottostima quasi programmatica. Sono i genitori prima e poi gli amici che le abituano a non avere fiducia in s e a non riconoscersi come un valore.
Nella storia le scarse impennate di successo del genio femminile sono state perlopi in campo artistico: pittrici, scrittrici, poetesse che, in percorsi spesso sofferenti e solitari, trovavano una loro via di affermazione individuale, da Saffo ad Artemisia Gentileschi a Virginia Woolf.
Oggi che le donne sono entrate nel mondo del lavoro e della politica e sono impiegate e usate al massimo per le loro doti di affidabilit ma quasi mai valorizzate, si pone un problema reale di consapevolezza. Che diventa arma definitiva per colmare quel deficit che non le vede mai raggiungere serie e pari opportunit.  vero che la legittima aspirazione a un potere e a un ruolo adeguati all'impegno e agli sforzi non dipende solo da questo, ma dal contesto, e la battaglia sulle quote rosa pu dare una mano. Ma non ci si pu affidare solo a fattori esterni, bisogna lavorare su di s. E cosa si trova? Si trova che spesso sono proprio le donne, anche di successo, a non avere adeguata fiducia in se stesse, a non riconoscere il proprio valore. Quello che appare all'esterno non corrisponde al vissuto interiore: lo ha spiegato bene Gloria Steinem, femminista storica (anomala in quanto anche bella) il cui grande impegno intellettuale l'ha portata a essere donna ascoltata e di successo. Ma proprio lei stessa ha raccontato nella prefazione al suo celebrato Autostima come la motivazione principale a scrivere il libro le fosse venuta dal constatare che, ovunque si recasse trovava donne che, per quanto fossero brillanti e di talento e coraggiose, non si reputavano n brillanti n di talento n coraggiose e questo valeva per tutte, indiscriminatamente, povere e marginali ma anche privilegiate e di potere. Non solo: via via che Steinem scriveva il libro capiva che questo scarto di percezione soggettiva/oggettiva coinvolgeva anche lei, considerata donna di successo e consapevole dalla societ e dagli amici, ma che alla fine scopriva di avere un problema di autostima, di non sentirsi, dentro di s, cos forte e sicura come era percepita dall'esterno. Dovevo ammettere che l'immagine che avevo di me stessa era lontanissima da quella che gli altri si erano formati di me; che insomma gli anni dell'infanzia ancora imprimevano il loro segno sul presente. Questa percezione, al di l di ogni apparenza, lavora in modo sottilmente insidioso e diventa perniciosa alla prova del potere. Ogni donna sa che tutte le volte che non ha creduto in se stessa (sapendo oscuramente di sbagliare)  stato per adeguarsi all'approvazione del maschio/potere, per adeguarsi cio a quell'universo di riferimento dominante e convenzionale dove le astuzie e le prudenze ti aiutano a sopravvivere, a galleggiare e magari a illuderti di gestire un simulacro di potere, ma che presto diventano boomerang, al prezzo di sacrificare creativit-progresso-cambiamento. Ma val la pena sopravvivere soffocando l'istinto per ragion di stato (maschile)?
Troppe donne non hanno il coraggio di essere se stesse ed  uno spreco, lo racconta bene Michela Marzano nel suo saggio Sii bella e stai zitta: Quello che mi sconvolge (e non esagero quando dico che sono sconvolta)  che i ragazzi sono quasi sempre convinti di aver scritto una tesi eccellente, per non dire geniale, anche se la tesi  francamente mediocre. Le ragazze invece spesso hanno fatto un eccellente lavoro (e questa volta sono io a dirlo) ma sono convinte di non essere all'altezza.  un circolo vizioso quello in cui si trovano le donne, conclude Marzano: fanno fatica a imporsi ma sono le prime a colpevolizzarsi, a non avere fiducia in s e soprattutto a stare a sentire quelle voci, specialmente di uomini, che tendono preventivamente a scoraggiarle, subdolamente abituati da secoli a neutralizzare la possibile concorrenza. Le donne ci cascano, e vengono colte da perniciosi sensi di inadeguatezza. Finch non cesseranno di percepirsi come le vedono gli uomini, le donne non potranno fondare su se stesse l'autostima.
Tuttavia la fiducia personale da sola non ce la pu fare a condurle fuori da quel cerchio magico in cui le ha chiuse la cultura prevalente e a darsi il permesso di essere se stesse. Tanto pi in mondi neo-misogini e barzellettieri che impongono la donna a una sola dimensione e dove non bastano alcune peraltro geniali e solitarie controbattute (Non sono una donna a disposizione) a ristabilire un equilibrio contro il codice unico di bellezza. Ecco perch la fiducia personale si rafforza se poggia su un'autostima di genere. Se pesca nel pozzo inconscio della profonda sapienza che l'universo femminile trascina con s da secoli, per riportare a galla una forza comune.

Maria Luisa Agnese, giornalista del Corriere della Sera,  stata vicedirettore di Panorama e direttore dello Specchio. Ha diretto Sette, il magazine del Corriere della Sera.

Bambine
di Loredana Lipperini
Maya Fox nasce nel 2008 dalle menti di Igino Straffi, creatore delle Winx, e della giornalista Silvia Brena, gi direttrice di Cosmopolitan e docente di Teorie e Tecniche della Comunicazione alla Cattolica di Milano. Maya Fox vive nei libri e in un fumetto leggibile sul suo magazine Maya Fox-Tag your life. E su Internet. Destinatari, gli young adults (dodici-diciassette anni). Anzi, le young adults. Le poco pi che bambine.
Guardatela. Sembra una Winx cresciutella, doverosamente dark: e fin qui nulla di nuovo. Anche le Winx sono un frullatore di cose gi sperimentate da altri: la magia di Harry Potter, il gruppo femminile di Sailor Moon e delle Witch, con quel pizzico di sex appeal enfatizzato che  perfettamente in linea con ci che piace e che vende. Il marketing fatto narrazione. Dunque, Maya Fox paga i suoi debiti a Bella di Twilight e a Emily The Strange, e persino alla profezia Maya secondo la quale il mondo finir nel 2012. Fin qui, niente di nuovo, in tutti i sensi. Ma visitate il sito. Magari, provate il Maya Love Memory Game e scoprite tutte le dritte per far impazzire il tuo lui. Leggete i commenti, anche (nn vedo l'ora di fare tutto qst, k figata mi metto subito all'opera). Oppure andate in edicola e provate il Sexy Trivial, il Super Game della prima volta. Ma potete limitarvi a creare il look che fa per te con il Maya Fashion Game.
Ricordatevene.
E ricordatevi anche di un libro per bambine. Si intitola Perch piangi, mamma?,  scritto da Francesca Bottaini e illustrato da Adriano Gon, et di lettura dai sei anni.
Estratti dei dialoghi fra la mamma piangente e la bambina.
Allora le donne piangono di pi, mamma?
Le donne hanno le orecchie pi lunghe: ascoltano di pi; le mani pi laboriose: sanno fare tante cose.
E gli uomini?
A volte non ascoltano, a volte invece di fare disfano, distruggono.
Le donne fanno, gli uomini disfano. Ricordatevene: anche se avete un figlio maschio. Ricordatevi dei giochi che si chiamano Io Baby Sitter, dell'intimo leopardato per neonate, dei negozi di giocattoli divisi per genere (il rosa a sinistra, l'azzurro a destra: e a sinistra troverete quasi esclusivamente bambole e cosmetici per piccole delle elementari). Ricordatevi degli spot delle sottilette dove le bambine giocano alla madre infelice e alla moglie maltrattata (perch il loro marito sorride soltanto davanti al formaggino, e per il resto del tempo le dice sta' zitta). Ricordatevi di quelli dove le femmine si limitano a sorridere mentre i maschi si sfidano nei videogiochi.
Ricordatevene.
Ma forse tutto questo non vi interessa. Forse pensate che sia un banale dettaglio, e che di riviste, giochi, abiti del genere il mondo delle bambine sia pieno. Lo , infatti. Forse pensate che protestare verso quisquilie del genere sia sintomo di bigottismo, ottusit, problematiche personali allargate all'universo mondo.
Liberissimi.
Per, la prossima volta che qualcuno si chieder come mai si sia diffuso un determinato modello del femminile, e attraverso quali canali, e come mai non ce ne siamo accorti, ricordatevi di Maya Fox e delle sue consorelle.
Ricordatevene.
E ricordate, gi che ci siete, quel che  scritto nell'articolo 41 della Costituzione: L'iniziativa economica privata [...] non pu svolgersi in contrasto con l'utilit sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libert, alla dignit umana.

Loredana Lipperini  giornalista, scrittrice, conduttrice radiofonica e autrice per la televisione italiana. Collabora con le pagine culturali della Repubblica. Il suo ultimo libro  Non  un paese per vecchie.

Bellezza
di Elena Doni
Sfogliando vocabolari ed enciclopedie alla ricerca di una definizione del concetto di bellezza si resta perplessi. Troviamo per esempio che la bellezza  la propriet di un insieme armonioso di forme e di proporzioni che risveglia un sentimento di piacere e di ammirazione (Grand Larousse). Oppure La bellezza  ci che diletta la vista unendo qualit che dilettano gli altri sensi, il senso morale e l'intelletto (Oxford Dictionary), o ancora Ci che suscita ammirazione e diletto (Dizionario Garzanti). Volendo approfondire, si apprende che i filosofi si sono arrovellati per secoli non solo sulla definizione ma sull'essenza stessa di bellezza. C' stato chi era convinto (Platone) che la bellezza esiste in s in un mondo a parte, quello delle idee, ma ci sono stati altri (Kant, tra questi) sicuri che la bellezza non pu esistere all'infuori di noi poich essa risiede nell'accordo tra ragione e sentimento. Un filosofo contemporaneo, Franois Cheng (nato in Cina, Accademico di Francia), ha alzato bandiera bianca. La bellezza  un mistero, dice Cheng, perch non  necessaria. Del bene e della bont tutti comprendiamo la necessit: se nell'universo non ci fosse un minimo di bont correremmo il rischio di ucciderci tutti e ogni cosa sarebbe vana. E la bellezza? La bellezza esiste, senza che la sua necessit, a prima vista, appaia in alcun modo evidente.  qui, onnipresente, insistente, penetrante, pur dando l'impressione di essere superflua.  questo il suo mistero. Ed  proprio questo, ai nostri occhi, il mistero pi grande (Franois Cheng, Cinque meditazioni sulla bellezza).
La bellezza dunque esiste: ma  inafferrabile e il bello, negato, risorge continuamente dalle ceneri. Ormai nessuno pi osa avventurarsi nelle sabbie mobili dei canoni di bellezza, il bello viene ogni giorno individuato nei lineamenti dell'amato o dell'amata o nelle linee di un paesaggio dove abbiamo trascorso momenti felici. Proprio Cheng ha segnalato una curiosa anomalia nel celebre ritratto della Gioconda. Il paesaggio che vediamo alle spalle di Monna Lisa Gherardini  collocato pi in alto di quanto si usava all'epoca, si apre dietro le sue spalle e ai due lati della testa e sfuma poi in lontananza:  un paesaggio oscuro e deserto ma dolce, illuminato dall'enigmatico sorriso di lei. Legati indissolubilmente in un momento di pace vagamente inquietante.
Quando si pronuncia la parola bellezza l'accostamento che abitualmente viene fatto  alla figura femminile, ed  in questo campo che si sono moltiplicati divieti e prescrizioni, con ingiunzioni crudeli, prossime alla tortura: sempre con la promessa di apparire pi desiderabili agli occhi degli uomini. Pensiamo per esempio ai piedi delle donne dell'antica Cina: piedi che, al termine del trattamento, cio della fasciatura imposta alle bambine tra i cinque e gli otto anni, mai sciolta, neppure di notte, entravano in scarpine lunghe al massimo otto centimetri.
Loto d'oro venivano chiamati questi piccolissimi piedi di donne adulte, con le quattro dita pi piccole che spuntavano da sotto la pianta mentre l'alluce veniva avvicinato al tallone, inarcando il collo del piede cos che esso assumesse la forma di una mezzaluna. Il nome poetico nasceva dal fatto che le donne cos storpiate assumevano un'andatura oscillante come i fiori che dondolano sull'acqua.
I piedi piccoli sono stati sempre apprezzati dagli uomini (si pensi alla favola di Cenerentola), ma non si deve credere che questa pratica giudicata oggi ripugnante sia stata messa a punto solo dagli uomini: le donne  madri, suocere  hanno collaborato attivamente, sostenute dal confucianesimo, a conservarla e a tramandarla. I piedi fasciati garantivano la dipendenza dal marito e dimostravano in chi li aveva un'alta capacit di sopportazione del dolore e docilit di carattere.
Proprio l'esaltazione di un'andatura lenta e flessuosa  alla base di un'altra pratica aberrante: la mutilazione genitale detta faraonica, praticata ancora adesso sulle bambine, ma gi in uso prima dell'Islam, da alcune popolazioni dell'Africa centrale. Consiste nell'asportazione delle grandi e piccole labbra e nella cucitura dell'apertura vaginale che viene ridotta a un piccolo pertugio, non pi grande di un chicco di miglio o di riso.
Bellezza, grazia, andature flessuose sono pretesti.  la mobilit delle donne a essere da sempre, in molte parti del mondo, invisa agli uomini. E le prescrizioni sono state prontamente raccolte e rilanciate dalle donne: che hanno creduto all'inganno della promessa di avvenenza o di eleganza, nel miraggio del matrimonio o della seduzione.  stato cos per i busti del Settecento e dell'Ottocento, causa di tanti svenimenti, delle scarpine di raso col tacco, causa di tante cadute,  cos ancora oggi con i tacchi di 14 centimetri, causa di tante distorsioni di caviglia.  andata meno bene alle donne di alcune trib del centro Africa, dove non si praticavano le mutilazioni genitali femminili ma vigeva la tradizione del gavage, parola che significa ingozzamento, usata in Francia per indicare l'ipernutrizione forzata delle oche destinate a diventare foie gras. Le bambine delle famiglie pi abbienti vengono costrette a mangiare enormi quantit di cibo e a stare ferme: la grassezza estrema  prova della ricchezza della famiglia.
Le crudeli imposizioni di popoli lontani nel tempo e nella geografia non trovarono invece spazio nell'antica Roma. Anche se, a leggere certe massime, si direbbe che la libert delle matrone non piaceva affatto agli uomini del tempo: Rest a casa, fil la lana (iscrizione funeraria), Il miglior profumo per una donna  non profumare affatto (Plauto), Non c' nulla di pi insopportabile di una donna ricca (Giovenale). Altre testimonianze e un numero immenso di fonti e di reperti ci dicono per il contrario, soprattutto a partire dall'epoca di Augusto (che mor nel 14 d.C.).
Le donne romane, sia le giovani che le attempate, amavano agghindarsi, truccarsi, andare alle terme, spendere, sedurre. I loro oli profumati, la crema depilatoria a base di pece greca, la radice di saponaria, la creta follonica, la soda, la cenere di faggio usate come detergenti, il kohl per gli occhi, i denti finti, i toupet per le pettinature elaborate venivano da lontano ed erano prodotti costosi. Tanto costosi che Tiberio, preoccupato per il disavanzo della bilancia di pagamenti (di gi!), denunci in Senato l'importazione di prodotti di lusso dall'Oriente. La ricerca della bellezza e la cura del corpo non erano per esclusive delle donne: Giulio Cesare si faceva sbarbare e pettinare con grande cura, ogni mattina, Ottaviano Augusto si depilava le gambe con gusci di noce bruciacchiati e i profumi erano usati sia dagli uomini che dalle donne.
Il bello dell'antica Roma, che ancora oggi apprezziamo, fu di non avere canoni di bellezza inderogabili, di lasciare sostanzialmente naturali volto e corpo, di accettare persino per una gran dama (Ottavia, sorella di Ottaviano, moglie di Antonio) una grazia modesta e semplice. Nella storia viene ricordata non per la sua avvenenza, ma per la sua straordinaria generosit: tra l'altro accolse e fece educare i tre figli che Antonio ebbe da Cleopatra.
In Italia ci vollero diciannove secoli perch questo si ripetesse, quando la poco seducente ma dolce signorina Felicita apparve a Guido Gozzano una bellezza nordica:

Sei quasi brutta, priva di lusinga
nelle tue vesti quasi campagnole,
ma la tua faccia buona e casalinga,
ma i bei capelli del color di sole,
attorti in minutissime trecciuole
ti fanno un tipo di belt fiamminga.

Elena Doni, giornalista, ha condotto tra l'altro la rubrica Radioanch'io. Collabora a L'Unit e alla Repubblica delle Donne. Tra i suoi libri: Il volto cancellato.

Bioetica
di Luisella Battaglia
Bioetica  ancora per molti una parola misteriosa, un neologismo oscuro che sembra alludere a un ibrido tra la vita (bios) e l'etica. In realt si tratta di una disciplina nuova, sorta nel mondo anglosassone negli anni 70 del Novecento, per studiare i complessi problemi morali, sociali, giuridici, sociali indotti dallo straordinario sviluppo della biologia, della medicina e, in genere, delle scienze della vita. Oggi siamo alle soglie di una delle pi importanti rivoluzioni tecnologiche della vicenda umana, la cosiddetta rivoluzione biologica. Se, fino a un'epoca recente, la manipolazione della natura era concepita come emancipazione umana,  maturata in questi anni una presa di coscienza in virt della quale lo sviluppo della scienza non provoca unicamente processi di emancipazione, ma anche rischi di asservimento dell'uomo e di stravolgimento del suo ambiente.
L'agenda delle questioni cruciali in bioetica ha tuttavia subito mutamenti significativi da quando si  introdotto, in tale ambito di indagine, il punto di vista della differenza di genere. Che cosa significa esprimere la differenza come elemento ineludibile dell'esperienza morale e del ragionamento pratico? Occorre innanzitutto chiedersi se esista una voce morale delle donne. La mia impressione  che tale voce sia assai diversificata e che vi sia una profonda differenza tra il pensare che le donne abbiano una specifica voce in morale  secondo la ben nota tesi di Carol Gilligan  ed esigere che a ciascuna di esse sia riconosciuta la propria voce. Dare voce alle donne non significa supporre l'esistenza di una prospettiva comune sulla moralit, ma piuttosto rivendicare la possibilit, per ciascuna, di rappresentarsi nella sua differenza, in rapporto agli uomini ma anche in rapporto alle altre donne.
L'assunzione programmatica del punto di vista della differenza di genere mette in luce come la prospettiva dichiarata della neutralit asessuata possa essere un ostacolo all'approfondimento di tematiche cruciali che esigono una presa in carico delle differenze. Il riconoscimento della propria identit sessuale  intesa come un fattore decisivo nel modo di vivere, di pensare e di pensarsi  appare come la rivendicazione di un elemento di specificit e di autonomia rispetto alla dottrina e al metodo della cosiddetta bioetica standard.
Quali sono le principali acquisizioni che la bioetica ha maturato attraverso l'assunzione della prospettiva di genere? In sintesi:

 sono emerse tematiche trascurate nella filosofia morale accademica, reimpostando questioni classiche (nascita, morte, nuove tecnologie riproduttive ecc.);
 si  data importanza alla pluralit delle differenti voci, da intendersi come elemento di ricchezza, di contro alla unilateralit di una voce unica e asessuata;
 si  demistificata la pretesa neutralit di una bioetica che, come ha affermato Susan Wolf, nel provare a parlare a ognuno, non ha parlato a nessuno;
 si  avviata una revisione critica di concetti e nozioni cruciali per la bioetica (giustizia, autonomia, consenso informato) di cui si  evidenziata la polisemia e la complessit;
 si  approfondita la ricerca sulla soggettivit relazionale (dall'io come soggetto irrelato, privo di legami, autosufficiente all'io come soggetto in relazione, cui  necessario l'altro);
 la relazionalit  apparsa costitutiva dell'esperienza morale per cui, come sottolinea Virginia Held: Il s  costituito in misura notevole dalle relazioni con gli altri;
 ci si  concentrati sul tema dell'alterit. Chi  l'altro? Non una categoria generale, ma una individualit unica e irripetibile, un altro concreto;
 si  data importanza al contesto, alla situazione esistenziale e storica in cui l'azione si colloca;
 si sono approfondite le relazioni di cura, di responsabilit, con un superamento del paradigma contrattualistico a favore di quello relazionale.

Uno degli scopi principali del pensiero femminista in bioetica  stato fin dall'inizio quello di mettere in evidenza le questioni di potere e dunque denunciare l'oppressione subita dalle donne. Si pensi ad argomenti come la salute femminile, il ruolo delle donne sia come pazienti che come professioniste in ambito medico, le nuove tecnologie riproduttive e le loro implicazioni sul piano morale, giuridico, sociale, o l'esclusione delle donne come soggetti di ricerca e il suo significato ambivalente. In questo contesto sono maturate le istanze di democratizzazione della bioetica, la ricerca di forme nuove di consultazione e di empowerment, l'inclusione dei soggetti deboli, l'esigenza di dare voce a chi non ha voce.
Pur nella grande variet di competenze e nella differenza di prospettive teoriche espresse dal femminismo liberale, radicale e culturale, sembra possibile riconoscere alcuni tratti comuni: una costante attenzione per la specificit, la realt particolare ed esistenziale dei soggetti coinvolti; un forte interesse per il concreto (il vissuto delle donne e la quotidianit dei loro bisogni) ma anche per la dimensione simbolica (il significato della corporeit, il valore della sfera affettiva ecc.); una riflessione critica sulla scienza, la tecnologia e l'impatto sul sociale della rivoluzione biologica incentrata prevalentemente sulla nozione di limite.
Se  per fare solo qualche esempio  il femminismo liberale ha sottolineato l'importanza della categoria dei diritti per affrontare le nuove questioni poste dalle tecnoscienze, il femminismo radicale ha studiato soprattutto i pericoli connessi con l'impiego delle tecnologie per la libert delle donne. Il femminismo culturale, infine, ha introdotto il paradigma etico del prendersi cura (caring) esercitando in tal modo una profonda influenza sia sulla bioetica medica, che ambientale e animale.

Luisella Battaglia insegna Filosofia Morale e Bioetica presso l'Universit degli Studi di Genova e dal 1999  componente del Comitato Nazionale per la Bioetica.

Casa
di Laura Gallucci
La casa  stata considerata il regno della donna, mentre il mondo era il regno degli uomini. La Regina aveva il compito di governare entro le sue mura provvedendo all'ordine, alla pulizia, all'organizzazione delle attivit che si svolgevano al suo interno: mangiare, dormire, provvedere all'assistenza di vecchi e bambini, e in casi di festivit, ricevere parenti, ma, soprattutto, aveva l'obbligo di renderla accogliente e confortevole per il ritorno dell'uomo.
Per le donne  stato il luogo dove si attende. Per gli uomini il posto dove si fa ritorno. Le figure di Penelope e di Ulisse rappresentano efficacemente le due percezioni differenti della dimora. Il fuori  stato interdetto per molti secoli alle donne, perch considerato luogo di pericolo e/o perdizione. La casa quindi era un rifugio non solo rispetto alle intemperie, ma soprattutto rispetto alla minaccia sessuale. All'interno del regno/rifugio/prigione il rapporto con lo spazio non  andato oltre il desiderio di abbellimento affidato soprattutto alla tappezzeria, ai tendaggi, alla biancheria della casa; mancava non solo la disponibilit economica, ma anche la distanza per poter fantasticare un diverso ordine.
 nel secolo scorso che cambia la percezione dello spazio domestico soprattutto a causa di due fattori: l'immissione delle donne nel mondo del lavoro e il femminismo.
Molte delle donne, uscite di casa per sostituire la mano d'opera maschile durante la prima guerra mondiale, difficilmente, finita l'emergenza, tornano a casa volentieri. Non vogliono rinunciare al fuori, che oltre a essere il luogo di lavoro,  anche il luogo dell'esplorazione e dell'avventura. Comincia il processo emancipatorio, ma si fa anche luce l'idea che la cura della casa sia un vero e proprio lavoro nel quale sia essenziale ottimizzare i tempi e le energie.
Nel 1922 Christine Frederick conduce, negli Stati Uniti, uno studio sui movimenti che si svolgono all'interno della cucina, evidenziando gli errori e gli incidenti che la disposizione degli attrezzi e dei mobili pu provocare. Nel 1926 la viennese Margarete Lihotzky, chiamata dall'architetto Ernest May a progettare le Siedlungen (abitazioni operaie) a Francoforte, si occupa di razionalizzare l'arredamento, e realizza un prototipo di cucina in cui ogni movimento  reso semplice e funzionale. Tale cucina, disposta a U,  studiata nei minimi particolari partendo dallo studio ergonomico della persona, dall'esigenza di ottimizzare l'uso dello spazio e del tempo. Lihotzki lavor con centimetro e cronometro realizzando un modello che ha innovato e influenzato tutta la produzione di cucine fino a oggi. Nasce l'idea che alcune parti della casa siano assimilabili a una macchina, e debbano quindi rispondere a criteri di efficienza ed essere di facile manutenzione. Si comincia a parlare di doppio lavoro e del terribile problema di conciliarne i tempi. Mentre nel passato solo le classi agiate disponevano di servit, ora con il progressivo ingresso nel mondo del lavoro delle donne aumenta la richiesta di aiuti domestici: nasce la figura della colf a ore e le case si modernizzano con l'immissione di tutti gli elettrodomestici possibili. Tutto ci non elimina la concezione della donna come una sorta di dea Kal dalle cento braccia e dalla perenne corsa contro il tempo.  solo con gli anni 70, con il femminismo, che vengono messi in discussione i ruoli. Non solo si confligge con gli uomini per la divisione del lavoro domestico, ma lo spazio della casa acquista un nuovo senso. Perde la connotazione di rifugio e di luogo appartato:  lo spazio vitale dove si coltivano gli affetti, ma anche il luogo dove si dipanano i rapporti e si intrattengono relazioni,  quindi spazio di accoglienza dove l'intimit viene rappresentata. Le donne si appropriano anche dell'aspetto estetico dello spazio. Ci si esprime e ci si rappresenta anche attraverso la propria casa. Nasce il desiderio di trasformarla secondo i propri gusti, le proprie esigenze e le proprie fantasie. Continua a essere il luogo dell'intimit, ma  anche un luogo di transito che viene arricchito dal flusso interno-esterno che caratterizza lo stile di vita contemporaneo. Mentre nell'Almanacco della Donna Italiana del 1940 compaiono solo 12 architettrici, negli ultimi dieci anni alle facolt di Architettura le iscritte sono pi del 50% del totale, segno di un interesse crescente delle donne verso questo tipo di disciplina in cui si riconoscono una forte competenza.
La messa in discussione dei ruoli e la fine del patriarcato fanno cadere il ruolo egemone dell'uomo all'interno della famiglia, di cui viene messo in discussione lo stesso significato.
Anche i ritmi cambiano: non sono scanditi dai cicli lenti del mondo rurale n da quelli cadenzati del lavoro industriale che ripartivano le varie occupazioni nell'arco della giornata, ben suddivise fra giorno e notte, fra tempo di lavoro e tempo libero; sono ritmi sincopati, convulsi, flessibili, personalizzati e incidono profondamente nell'organizzazione dello spazio. Nella casa si vive in maniera intermittente: si consuma in genere un solo pasto e se non si lavora in casa, grazie a Internet, si vive prevalentemente nelle ore serali e notturne dove si assolvono pi funzioni contemporaneamente: cucinare, vedere la tv, controllare i compiti, ricevere, fare fitness. Il soggiorno somiglia di pi all'atrio di un centro commerciale dove ci si incontra tutti insieme per poi sparpagliarsi in occupazioni singole; la cucina tende a essere inglobata nel soggiorno, proprio per poter assolvere contemporaneamente ad altre funzioni; la stanza da bagno tende a moltiplicarsi per evitare lunghe file nelle ore di punta e assume il significato di luogo dedicato alla cura del corpo.  un abitare che richiede flessibilit negli spazi per potersi ampliare o contrarsi, rendersi pubblici o privati a seconda delle ore del giorno o dei periodi della vita. Ma non  facile come un tempo cambiare casa per trovare spazi corrispondenti alle proprie esigenze: non resta quindi che modificare l'esistente attraverso le ristrutturazioni. Invece di cambiare casa si cambia la casa e con o senza l'aiuto di architetti donne e uomini cercano di comunicare attraverso lo spazio il proprio tipo di esistenza reale e ideale.

Laura Gallucci, architetto, ha ristrutturato il bar del museo Andersen e il teatro centrale di Roma. Ha progettato l'edificio dell'Universit di Roma Tre. Ha diretto il corso per falegnameria per donne della Cee.

Chiesa
di Emma Fattorini
Se il cristianesimo  all'origine della pi potente valorizzazione della donna mai apparsa nella storia, chiediamoci per quale ragione le diverse chiese, quali pi quali meno, sono state, invece, nel corso dei secoli, tra le istituzioni che pi ne hanno costretto la libert.
Il Cristo dei Vangeli ha posto su un piano di assoluta parit l'uomo e la donna, senza mortificare le rispettive specificit: Ges Cristo ha realizzato la sintesi tra uguaglianza e differenza femminile (non omologazione al maschile, ma valorizzazione della sua specifica natura: il materno come sguardo sul mondo). Un vero campione in una perfetta conciliazione del piano paritario dei diritti con quello di una giusta preservazione della differenza femminile, che piacerebbe al femminismo pi esigente.
Perch allora le chiese hanno avuto cos paura del femminile e della stessa mamma di Ges, della quale hanno sempre temuto un culto esagerato? Forse proprio per questi motivi, si dir.
Per quanto la si stringesse con i lacci dei dogmi, la Madonna  sempre restata al centro delle pi importanti dispute e definizioni cristologiche: le infinite disquisizioni teologiche sulla sua verginit e sul suo essere nata senza peccato non erano piccole diatribe di lana caprina, dalla esasperata sessuofobia, ma andavano all'essenziale, riguardavano, cio, quanto ci fosse di umano e di divino nella natura di quel Cristo, nato da donna.
Perch allora tanto bisogno di controllo, come se la Chiesa potesse vedere, riconoscere la donna solo secondo le due modalit estreme di sempre, quella della strega da bruciare o della santa da imitare, quella di Eva che ha portato la dannata perdizione o di Maria Immacolata che la pu riscattare con l'unica, vera redenzione?
La paura del corpo e della sessualit come lascito dell'ellenismo, il timore di condividere l'autorevolezza e la sapienza con le donne, da parte della tradizione giudaica: entrambe queste influenze hanno nutrito la selvaggia misoginia di tanti, pur autorevoli, Padri della chiesa.
Del resto sarebbe quanto mai banale ripercorrere il rassicurante schema di un'origine buona e autentica contro il ripetuto e occhiuto tradimento della Chiesa istituzionale. Raramente nella storia degli uomini e delle donne le cose vanno cos semplicemente e neppure nella storia del cristianesimo, che peraltro  parte intera della storia di tutti.
Nel Medioevo, considerato troppo frettolosamente un'epoca buia, la fede era il corpo, con i suoi odori, i suoi sapori, le sue urgenze. La valorizzazione del corpo metteva al centro il femminile. Pensiamo al pregare con il corpo delle mistiche. La fusionalit amorosa, il sentirsi tutt'uno con il corpo di Cristo, il soffrire per la sua separazione che rendeva ancora pi allettante il ricongiungimento, l'angoscia per il distacco e il rapimento nel fondersi con l'assoluto: sono tutte modalit che rimandano direttamente al discorso dell'amore passionale.
La Chiesa diffider sempre del discorso mistico, come di tutte le espressioni religiose eccessive ed eccedenti: pensiamo alle streghe che cercavano la fusionalit amorosa ed erotica addirittura con il diavolo.
Il disciplinamento e il controllo saranno dunque la cifra dell'istituzione nei confronti delle donne. Con un'unica vera eccezione: quando, sentendosi minacciata da pericoli esterni, la Chiesa cercher l'alleanza delle donne, sempre pi ambita e indispensabile.
A fronte dei processi di secolarizzazione che hanno minacciato la compattezza dell'antica cristianit medievale, individuati dalla Chiesa nella luciferina filiazione avviata da Lutero e proseguita poi con la Rivoluzione francese e il comunismo novecentesco fino al nichilismo post-moderno, le donne sono sempre state le sue risorse pi preziose per combattere tutti i mali della modernit. E, in effetti, sono state le donne ad accorrere in aiuto e a femminilizzare la Chiesa ottocentesca, con i loro culti, le loro devozioni, le loro congregazioni. Eppure sono rimaste proprio loro, le donne, il pericolo che pi seriamente pu minacciare la Chiesa, dall'interno. Pretendendo pi coerenza e maggiore fedelt a Cristo, rifiutandone le ricorrenti esibizioni di potere. E dunque lasciando respirare lo Spirito con maggiore libert e leggerezza, affidando un nuovo senso della responsabilit pi al profondo della coscienza che alle regole.
 a queste donne, pi che ai loro compagni maschi, che si addicono allora le parole del Vangelo di san Giovanni con le quali Ges si congedava, per l'ultima volta dai suoi discepoli, dicendo loro di non avere paura perch erano nel mondo senza essere del mondo.

Emma Fattorini insegna Storia contemporanea all'Universit La Sapienza di Roma. Tra i suoi libri: Germania e Santa Sede; Il culto mariano e Pio XI, Hitler e Mussolini.

Clitoride
di Angela Azzaro
La mistificazione inizia subito. Il o la. Maschile o femminile usati indifferentemente. E non si tratta di una confusione dettata dal parlato, ma di una doppia identit certificata dal vocabolario. Quando si parla di clitoride si possono usare entrambi gli articoli, anche se poi l'origine greca dirime la questione: si tratta di un sostantivo femminile. Ma l'etimo non basta a salvare la clitoride costretta dalla storia a uno strano e controverso destino: piccola, quasi invisibile,  per le donne la fonte massima del piacere, eppure  come se ci si fosse accaniti per farla sparire, nascondere, per farle cambiare identit. Prendiamo ancora una volta il vocabolario. Nel Devoto Oli viene definita piccolo organo rudimentale erettile dei genitali esterni femminili. Colpiscono di questa descrizione il carattere menzognero  ogni donna sa bene che nessuna parte del suo corpo  stata meglio concepita  e ancora una volta il fatto di usare immagini e immaginario maschile: perch altrimenti definire erettile una parte della vagina cos tondeggiante, cos morbidamente sottratta allo sguardo ma facilmente raggiungibile dalla mano e dalla lingua?
Il fatto  che quando si parla della clitoride si entra nel vivo del conflitto uomo-donna, in un vero scontro di civilt tra chi vorrebbe nasconderla e chi si ostina a volerne ribadire lo specifico ruolo: l'orgasmo femminile, piaccia o non piaccia, avviene l, grazie a quell'organo che sar pure piccolo ma anche, noi possiamo aggiungere senza tema di smentite, magnificamente piccolo.
Oggi, a tante questa affermazione potr forse sembrare scontata, ma non lo fu per le nostre madri femministe degli anni 70. In America e in Europa. Che comunque si trovarono a dover rivendicare una parte della loro sessualit definita di serie b anche dal padre della psicoanalisi. A Freud, per quanto geniale pur sempre maschio, non andava gi che il piacere delle donne potesse prescindere dalla penetrazione. Paura della castrazione che diventa teoria? Molto probabilmente. Sta di fatto che il grande intellettuale si invent a un certo punto (e non all'inizio della sua ricerca) che una sessualit femminile fondata sul piacere clitorideo era da considerarsi una mancata maturazione sessuale della donna che poteva sfociare nella frigidit. A rileggere questa teoria viene un po' da ridire, se non fosse che  considerata ancora da molti una verit con ricadute concrete nella vita sessuale (e non solo) delle donne.
Il riso, a cui non dobbiamo mai rinunciare, lascia il posto alla rabbia. La stessa che nel 1971 spinse Carla Lonzi a scrivere un libro molto duro, La donna clitoridea e la donna vaginale. Secondo l'intellettuale femminista, la donna clitoridea  colei che si autonomizza dal potere e dal piacere maschile ed  capace di realizzare il suo desiderio; la seconda  invece la donna che resta imbrigliata nelle maglie della cultura patriarcale il cui perno  una vita sessuale esclusivamente fondata sul coito e sulla riproduzione. Scrive Lonzi: Col modello sessuale imposto dall'uomo, la donna, privata della scoperta e della manifestazione della sua propria sessualit, acquisisce la rinuncia e la sottomissione come caratteristiche del suo essere femminile. Il piacere delle donne, sottratto dalla sfera dell'eterosessualit, diventa l'elemento attraverso cui costruire un'altra civilt. Il possibile dogmatismo di questa affermazione viene corretto dalla stessa scrittrice quando chiarisce che ogni donna arriva all'orgasmo in maniera diversa. Non si tratta quindi di stabilire nuovi modelli o di costruire un'idea unica del piacere, ma di ricordare al mondo che la clitoride c'. Ed  insieme luogo del piacere e del conflitto. Conflitto che continua. Nelle forme pi sottili di una sessualit che non ne tiene conto, ma anche in quelle pi violente e ingiustificabili della mutilazione.
Con le sue seimila terminazioni nervose, la clitoride resta luogo massimo di godimento e di sovversione rispetto ai modelli di una sessualit imposta. Sarebbe quindi ora che gli uomini smettessero di dirci: Cara, c' un piccolo problema da affrontare: tu sei clitoridea o vaginale? come faceva il pedante personaggio interpretato da Carlo Verdone in Viaggi di nozze. Qualsiasi sia il modo in cui una donna raggiunge il piacere, la fonte fisica dell'orgasmo, come ci ricorda il libro cult americano Noi e il nostro corpo, si trova l e pu essere stimolata, anche attraverso la masturbazione, cio dandosi piacere da sole, oppure tra donne senza la presenza di un uomo. Coito o petting, sado o maso, etero o omo, fellatio o cunnilingus, la clitoride ci ricorda in ogni caso che il problema  saper giocare e sperimentare.

Angela Azzaro, giornalista, ha lavorato a Liberazione. Oggi scrive su Gli altri e collabora a Calabria ora.

Collettivo
di Silvia Neonato
Parlare dei propri disagi di donne in una societ maschile, ma partendo da s e dal proprio vissuto per confrontarsi con le altre. Niente (o ben poco) a che fare con le confidenze tra amiche, piuttosto il progetto politico di entrare dentro se stesse e dentro la storia per trasformare l'esperienza soggettiva di ciascuna in un patrimonio di conoscenza comune e naturalmente cambiare le cose. Questo erano i piccoli gruppi di sole donne all'interno del movimento femminista, diffusi in Italia fin dalla fine degli anni 60 da Rivolta Femminile e ispirati da una pratica che negli Stati Uniti si chiamava self consciousness e che in italiano divenne autocoscienza.
Basati sulla parola, formati da una decina di donne che spesso non avevano mai parlato in pubblico e che nelle assemblee del movimento studentesco non avevano il coraggio di prendere la parola, negli anni 70 gli incontri, che erano settimanali e avvenivano quasi sempre nelle case delle componenti del gruppo, si erano ormai diffusi in molte citt. Io, insieme ad altre novelline, fui invitata a formarne uno praticamente appena misi piede nel Collettivo femminista del Manifesto di Genova, nel 1973. Poche indicazioni: si doveva essere solo donne, partire da s e poi rivedersi periodicamente tutte insieme nella sede generale. La prima resistenza da affrontare era il separatismo. Difficile staccarsi dallo sguardo e dall'approvazione maschile per trovare in s e nelle altre una nuova fonte di autorevolezza e la solidariet femminile. Eppure. La societ patriarcale voleva che fossimo merci in concorrenza e quindi nemiche, noi al contrario puntavamo a diventare soggetti politici complici. Tra noi e spesso contro i nostri uomini. La lotta tra i sessi entrava nella nostra intimit.
L'immagine femminile con cui l'uomo ha interpretato la donna  stata una sua invenzione. Finora il mito della complementariet  stato usato dall'uomo per giustificare il suo potere: cos scriveva Carla Lonzi nel manifesto di Rivolta Femminile gi nel 1970 ed  facile capire perch il femminismo e ancor pi i piccoli gruppi di autocoscienza raramente incontrassero le simpatie dei maschi di destra e di sinistra, che furono spesso ostili e quasi sempre indifferenti e sufficienti. Il piccolo gruppo o gruppo di autocoscienza, un luogo mentale e simbolico prima ancora che reale, divenne la pratica politica originale del movimento femminista e sicuramente un modo alternativo di fare politica. Chiunque poteva prendere la parola senza bisogno di aver letto i testi sacri del femminismo o del marxismo: i piccoli gruppi dovevano essere un luogo protetto di democrazia diretta dove si riconosceva che ogni donna era portatrice di una verit che andava condivisa con le altre. Non c'era una leader ma si era tutte alla pari. Alla lunga fu difficile, in molti casi, far fronte ai conflitti interni al gruppo e parecchie femministe compirono successivamente anche un percorso psicanalitico, ma non c' dubbio che i piccoli gruppi siano stati il fulcro della rivoluzione femminista. Secondo Aida Ribero sono una modalit inedita di pensare e di pensarsi e hanno dato a chi li ha vissuti e a chi in seguito ne ha fatto tesoro, la consapevolezza della storicit della menomazione, l'autorizzazione a far vivere i propri desideri, il senso della propria interezza e autorevolezza.
La sessualit, i rapporti con l'altro sesso, la maternit, la contraccezione, il matrimonio: tutto viene riesaminato con coraggio. Cosa c'entra l'orgasmo con la politica? E l'aborto? Quando questi temi sono sottratti agli specialisti e approdano nei piccoli gruppi, le donne scoprono che solo il desiderio maschile  stato espresso e pretende di essere universale, di rappresentare tutti. Si mettono a discutere di orgasmo vaginale e clitorideo e contestano la tesi di Freud secondo cui  matura soltanto la donna vaginale. Finalmente si possono nominare i propri problemi, la rabbia, la paura di essere frigide e di essere private dell'autonomia di decidere se e quanti figli mettere al mondo. La sessualit maschile viene messa sotto accusa e insieme alla sessualit, la coppia, la famiglia e tutta la struttura autoritaria della societ patriarcale, allora definita fallocentrica. L'aborto  un portato della sessualit imposta dai maschi, l'ideologia della maternit viene demistificata insieme a tutte le altre ideologie. Ai maschi che consigliano di attendere la rivoluzione socialista per vedersi riconoscere la parit, le donne dei piccoli gruppi rispondono di no. Molte rinunciano alla politica maschile e di conseguenza escono dalle organizzazioni della vecchia e nuova sinistra.
Il percorso  liberatorio ma anche doloroso e difficile. Scoprire che si pu essere molto infelici nel voler corrispondere ai desideri e ai modelli maschili crea crisi individuali e di coppia. Molte fuggono, e non solo dal piccolo gruppo.
Alla fine degli anni 70 i piccoli gruppi di autocoscienza in Italia non esistono praticamente pi, anche se restano piccoli gruppi di lettura e di discussione tra donne, che tuttora vivono. Francesca Dagnino, una delle fondatrici del collettivo femminista del Manifesto di Genova (1972), mi ha raccontato che all'inizio degli anni 80, a Maputo, volendo costruire un collettivo di donne di diversi paesi che lavoravano in Mozambico, cercava di tradurre autocoscienza. Subito un'inglese sugger self consciousness. E nacque il piccolo gruppo internazionale di donne di Maputo.

Silvia Neonato, giornalista, ex redattrice di Noi donne, lavora al Secolo XIX, settore cultura e spettacoli.

Conflitto
di Lia Cigarini
Ripensare il conflitto, senza negarlo e senza soccombere, appartiene profondamente al presente di tutti, donne e uomini.
C' un modo di pensare il conflitto che prevede la distruzione dell'altro/a e uno che chiamo relazionale. Quest'ultimo modo di pensare il conflitto tende alla modificazione dell'altro e non alla sua distruzione. Ed , io penso, il pi adatto alla realt che  cambiata.
Oggi, infatti, pressoch tutti riconoscono che si  di fronte a una realt frammentata e scompaginata da grandi eventi: la rivoluzione tecnologica che ha cambiato la comunicazione e il lavoro; la globalizzazione che ha portato al dominio dell'economia e della sua ideologia su tutto il pianeta, uccidendo si dice la politica o perlomeno il desiderio di politica in chi, invece, avrebbe interesse o bisogno di cambiamento. Non penso sia vero. Penso che questa tragica empasse sia attribuibile piuttosto al senso della politica e del conflitto che hanno gli uomini.
Quasi nessuno, infatti, tra quelli che vogliono un cambiamento di questo stato delle cose riconosce che i paradigmi interpretativi della realt fin qui usati non servono pi. E che il femminismo per primo li ha criticati e continua a criticarli.
Si tratta di una vera e propria rimozione del conflitto tra i sessi, che, infatti, non viene mai nominato come tale. Anzi viene coperto dalla ideologia della parit e dell'uguaglianza, secondo cui le donne vogliono essere incluse a tutti i livelli nella societ maschile. Punto e basta. I sintomi del malessere e del non detto, per, ci sono tutti: misoginia reiterata, accanimento su un potere che  diventato la caricatura di s stesso, narcisismo della leadership, perdita di pregnanza di parole sempre pi lontane dalla materialit dell'esperienza individuale e sociale, e di conseguenza crisi della rappresentanza e sentimenti antipolitici diffusi soprattutto tra le donne (Ida Dominjanni).
Da parte della societ maschile forse succede di non capire perch quella del femminismo non  stata una rivoluzione, un conflitto che ha squassato la societ con morti e feriti. Non c' stata la guerra delle femministe contro gli uomini prevista all'inizio degli anni 70 dai media dominati allora dall'opinione pubblica maschile. Le femministe hanno seguito una strada di presa di coscienza e di lotta diversa dalle forme politiche del cambiamento conosciute dagli uomini.
Non si  delineato, cio, un grande disegno realistico-astratto di cambiamento sociale da contrapporre al patriarcato, valido per tutte e tutti.  stato, invece, un lavoro politico destrutturante, una politica che, attraverso il desiderio di libert di tantissime singole donne, ha disfatto alcune maglie significative del tessuto sociale-simbolico: il rapporto tra uomo e donna, quello tra donne, quello tra madri e figlie, quello tra padri e figli. Una pratica e una riflessione che ha schivato la via dell'emancipazione e della competizione con gli uomini, puntando al cuore del monopolio maschile del simbolico.
A causa di questo modo di agire il conflitto tra i sessi, i politici e i teorici della politica non hanno percepito nulla o quasi: una rivolta all'interno del tempestoso Sessantotto e poi il ripiegare nelle note e vecchie richieste di parit con gli uomini. Cosicch gi negli anni 80 essi hanno decretato che il femminismo era morto.
In realt la scelta politica che ha al centro il partire da s e la relazione, che sono le pratiche principali del movimento delle donne, sta cambiando anche l'idea di libert. Perch nella relazione, per fare un esempio, in quella materna ma anche in altre, le donne fanno la spola incessantemente tra libert e necessit, tra piaceri e doveri. E, forse per questo, sanno pensare la propria libert attraverso la necessit. Al contrario, nel pensiero (maschile) corrente viene dato per scontato l'antagonismo tra il regno della necessit e quello della libert. E anche questo cambia l'idea di conflitto.
Tutto ci  stato ottenuto attraverso incontri, aggregazioni in piccoli gruppi di autocoscienza di sole donne. Nei quali confluivano storie, relazioni personali con gli uomini e con la madre. Racconti di s e della propria esperienza anche pi intima, l'intreccio problematico tra sessualit e politica.
La separazione che ha fatto il taglio con la politica maschile ha da subito posto la domanda sul senso che ha l'essere donna in questo mondo dove tutti i paradigmi cognitivi con cui si pensa, si parla, si agisce, sono segnati dalla sessualit maschile e dal suo simbolico che non interpreta n rappresenta la sessualit femminile.
Nei gruppi di autocoscienza  avvenuto, poi, un reciproco regolarsi e riconoscersi. Il che ha comportato anche conflitti e rotture tra donne.
Tuttavia la scommessa di cambiare le relazioni, tra le donne e con gli uomini,  rimasta in gioco. Perch produceva e produce libert e sapere cambiando la vita di tantissime singole donne nella quotidianit. Ed  una pratica politica a portata di mano di tutte e tutti.
A questo proposito Luisa Muraro scrive (Via Dogana, n. 58/59, 2001): Tutto quello che  guadagnato con la pratica di relazione fra donne, metterlo in gioco... metterti anche tu a pensare altro con altri, modificando il tuo rapporto con l'altro sesso e praticando una relazione di scambio anche con uomini. E attraverso questo scambio con donne e uomini, che non pu escludere il conflitto, dare vita a nuovo pensiero, nuovi desideri, nuove idee, nuovi abiti mentali, qualcosa che sia non la dimostrazione che avevamo ragione, ma un'intelligenza di quello che ci sta capitando e una risposta... senza restare attaccate a nessun contenuto perch i contenuti nascono dallo scambio e sono il frutto della mediazione di volta in volta. Escluso quel minimo non pi grande di un chicco di grano di melagrana che ciascuna di noi sente per s irrinunciabile.
Un conflitto relazionale dunque che inizia a essere praticato da donne e uomini che lottano per la conservazione dei beni comuni (acqua, ambiente, paesaggio ecc.).
Questa diversa idea e pratica del conflitto, cio della politica, crea per una difficolt al confronto con l'altro sesso e le sue istituzioni, un confronto teso a rendere una la politica essendo uno il mondo.
Carla Lonzi scrivendo contro la dialettica di Hegel, ha sostenuto, secondo me giustamente, che  impossibile una sintesi tra i punti di vista dei due sessi perch i due sessi agiscono su piani diversi. Sono, cio, in un rapporto asimmetrico non antagonistico. Quindi dobbiamo ammettere che a rigore il confronto a un certo punto deve cessare. Ma sapere che il conflitto relazionale, che  quello tra singole donne e singoli uomini in carne e ossa, nella vita e nel lavoro continuer e non dar mai luogo a una sintesi.
D'altra parte, se la differenza sessuale  sempre in gioco perch  sempre in gioco la collocazione delle donne e degli uomini rispetto all'ordine simbolico, si pu sempre sperare in modificazioni e spostamenti oggi imprevedibili.

Lia Cigarini, avvocato,  fondatrice della Libreria delle donne di Milano.

Contraccezione
di Mirella Parachini
La contraccezione, cio la possibilit per la donna e per la coppia di controllare la propria riproduzione, di scegliere il numero dei figli e il momento della loro nascita,  una rivoluzione che risale alla seconda met del XX secolo. Ovviamente, fino ad allora, in ogni epoca sono state messe in atto tutta una serie di metodi approssimativi, spesso dolorosi. Ma  stata la scoperta della pillola che ha cambiato tutto. La prima pillola fu commercializzata negli anni 60 negli Usa e compie ora cinquant'anni di vita, tutti all'insegna di una rivoluzione non solo sessuale. Perch i metodi contraccettivi cosiddetti moderni (la contraccezione ormonale nelle sue varie forme: pillola, cerotto, anello vaginale, iniettabile e impianti sottocutanei; i dispositivi intrauterini cio la spirale; i metodi barriera, il preservativo e diaframma e infine la sterilizzazione maschile e femminile) sono molto pi efficaci di quelli tradizionali (coito interrotto, astinenza periodica, irrigazioni vaginali). Oggi si calcola che circa 100 milioni di donne usano la pillola in tutto il mondo. Se la fecondit ha rappresentato il punto centrale della dominazione del maschio, ne deriva che la presa del controllo della fecondit da parte della donna rappresenta l'uscita da quella dominazione. Quando le donne si riappropriano, attraverso la contraccezione, della propria fecondit, esse cambiano le regole, non solo sociali, ma anche concettuali: sulla scelta del numero di figli desiderati, del momento opportuno di metterli al mondo e del partner ideale. E anche sul piano dell'eguaglianza con il sesso maschile. Gli scopi della contraccezione non sono, tuttavia, privi di un certo numero di ambiguit: si tratta di assicurare il controllo individuale, quello della coppia o della propria discendenza? Oppure si tratta, da parte dell'autorit pubblica, di promuovere e di prescrivere il ricorso a tali metodi per raggiungere un controllo demografico necessario alla societ?
Malgrado gli enormi progressi compiuti negli ultimi anni nella diffusione di una contraccezione sicura ed efficace su scala mondiale, si stima che circa 137 milioni di coppie nel mondo non usano contraccezione pur volendo ridurre o distanziare le nascite. Molte donne inoltre, pur usando qualche metodo contraccettivo, hanno ugualmente gravidanze non desiderate. Tutto ci porta alla diffusione dell'aborto che, se praticato in condizioni di non sicurezza, come nei paesi in cui esso  illegale, pu avere esiti drammatici in termini di mortalit e di capacit riproduttiva. Nei paesi sviluppati, se inizialmente la contraccezione sicura ha rappresentato il punto di arrivo delle rivendicazioni femminili negli anni 70, il passaggio da una maternit subita a una maternit volontaria e totalmente controllata porta alla formulazione di una nuova norma contraccettiva. Se esistono i mezzi per evitare le gravidanze indesiderate le donne devono ricorrere ai metodi efficaci che sono a loro disposizione. Questa norma contraccettiva non lascia spazio a nessuna ambivalenza verso il desiderio di figli o di gravidanza. Al caso subentra la pianificazione. E le donne che non utilizzano una contraccezione efficace pur non desiderando un figlio, vengono considerate devianti rispetto al modello dominante. Tale ambiguit comporta la possibilit che vi siano, anche nelle donne al corrente dei metodi contraccettivi e che abitualmente vi ricorrono, delle finestra di fragilit contraccettiva, spiegando cos, in parte, l'apparente paradosso di paesi come la Francia dove, pur essendo il ricorso alla contraccezione sicura superiore che in Italia, tuttavia il tasso di abortivit volontaria  molto maggiore (16,9 per mille donne fertili rispetto a 10,7). Per molte ragazze delle generazioni pi giovani, inoltre, le costrizioni legate agli effetti secondari della contraccezione moderna e la sua medicalizzazione possono risultare molto meno accettabili rispetto alle loro madri. La buona pratica contraccettiva  stata inoltre sconvolta dall'epidemia dell'Aids, che ha prodotto nuove norme, in particolare sull'utilizzazione del preservativo.
Non ultimo elemento da prendere in considerazione  l'aspetto professionale. Se per gli uomini il ruolo di padre pu avere un effetto positivo sul proprio percorso professionale, per quanto riguarda le donne l'accesso alla parentalit rappresenta nella maggior parte dei casi un elemento di fragilit nella vita lavorativa. L'estensione del salariato femminile non si  tradotta in un cambiamento evidente delle cariche parentali, e ci si traduce nel ben noto spostamento in avanti dell'et materna per il primo figlio, con una domanda di contraccezione che si allunga di conseguenza.
A proposito della contraccezione come luogo di libert individuale o di restrizione sociale, va segnalato l'allarme sulla contraccezione quale strumento di controllo dei problemi climatici. La questione dell'impatto del comportamento riproduttivo sull'ambiente  attualmente al centro di un acceso dibattito. Ma  accettabile imporre la contraccezione con questo fine? Mi consolo leggendo la recente dichiarazione della Societ europea di contraccezione (Esc), la dichiarazione dell'Aia di maggio 2010, nella quale viene esplicitato che l'Esc desidererebbe garantire che la contraccezione non sia considerata soltanto un mezzo per impedire una gravidanza non desiderata, bens come condizione preliminare per il piacere e la soddisfazione sessuale senza il timore di una gravidanza non desiderata. Viene finalmente pronunciata, da parte di una societ scientifica, la parola piacere sessuale. Interessante. Peccato che i media italiani siano cos distratti di fronte a simili dichiarazioni.

Mirella Parachini, medico specialista in Ostetricia e Ginecologia, lavora presso l'Ospedale San Filippo Neri di Roma.

Convivenza
di Anna Lena Benini
Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir non vissero mai insieme. La convivenza evocava loro le peggiori noie della vita quotidiana, le cose pi banali e dunque pi insopportabili. Preferirono essere amanti per sempre: probabile che, dovendo scegliere, avrebbero ceduto al matrimonio piuttosto che allo stesso tetto, alle liti per la verdura, alle discussioni su chi ha fatto bruciare i toast. La convivenza, nata per istinto di libert, per l'idea di lasciarsi aperta una via di fuga, la possibilit, a un certo punto, di stringersi la mano e andare ognuno per la propria strada (ricordare, in questo caso, di scrivere sempre il nome sopra i libri: sar utile durante la sanguinosa divisione),  stata per anni l'alternativa anticonformista al matrimonio,  stata anche la dannazione dei genitori che avrebbero voluto una figlia sposata in Chiesa con l'abito bianco e duecento invitati e invece la vedevano uscire di casa in fretta, coi vestiti buttati dentro una valigia e il ragazzo che aspettava gi in macchina magari suonando il clacson (Mamma, pap, Gianni e io vogliamo capire se siamo fatti l'uno per l'altra e soprattutto rifiutiamo la pagliacciata borghese del matrimonio). Niente nozze, niente bomboniere, ma la sensazione di rompere gli schemi e di non ripetere gli errori dei genitori. All'inizio del secolo scorso la convivenza era riservata a pochi ricchi scapestrati, gente che doveva trovare un modo per non annoiarsi immediatamente, ed era comunque una trasgressione: Audrey Hepburn, stella di Hollywood e simbolo di ogni grazia e compostezza, sposata due volte ed esposta alle tentazioni della modernit, negli anni 50 inorridiva all'idea di convivere e pretendeva serie proposte di matrimonio, ritenendo che il ruolo dell'eterna fidanzata fosse semplicemente una fregatura, un escamotage maschilista per sottrarsi agli impegni di un buon marito: provvedere alla casa, alla famiglia, allo stile di vita, ai figli, proteggere la moglie in salute e malattia fino a che morte (o divorzio con alimenti) non li separi. Ma la convivenza si  velocemente imposta come scelta di vita, come modo per rimandare una decisione considerata troppo definitiva. More uxorio, il codice civile parla di famiglia di fatto, caratterizzata da: comunit di vita, stabilit temporale, assenza del legame giuridico del matrimonio. La mia compagna, invece di mia moglie, niente cognomi aggiuntivi e la sensazione di poter ricominciare pi facilmente una nuova vita, di essere una coppia formata da individui ancora liberi di scegliere, non appesantiti dalle nozze. E nemmeno garantiti.  vero che i figli naturali sono equiparati a figli legittimi (nati, cio, in costanza di matrimonio), ma basta questa connotazione linguistica, legittimi a far capire che qualcosa stride, la libert si paga e la protezione  pi debole: stiamo ancora aspettando che i nonni di figli naturali siano considerati legalmente nonni, visto che il riconoscimento dei figli vale solo nei confronti di chi lo effettua, e quindi i ragazzini nati fuori dal matrimonio non hanno nemmeno zii, cugini eccetera. (Per il Consiglio dei ministri ha approvato a fine ottobre 2010 un disegno di legge delega per l'equiparazione assoluta dei figli, dentro e fuori il matrimonio: forse manca poco.) Tutto l'impegno, l'amore, la fiducia e gli anni spesi non valgono granch, quando ci si lascia. In nome della libert, certo, ma a quel punto la libert si  gi persa di vista e il rancore per le corna subite o il tubetto di dentifricio schiacciato al centro ogni giorno per anni prevale sulla voglia di augurarsi buona fortuna e ringraziarsi per il pezzo di strada fatto insieme, le camicie stirate e il pollo arrosto. A un certo punto si reclamano i diritti, e nel 2006 sembrava che qui in Italia stessimo per trovare un buon compromesso, anche se passava comunque per un gesto simile a quello del matrimonio civile: i Dico (diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi), riconoscimento dei rapporti di convivenza registrati all'anagrafe, che avrebbero risolto anche i problemi e le aspirazioni delle coppie omosessuali. Disegno di legge presentato dal governo Prodi, molto discusso: mesi di dibattito, di considerazioni su diritti civili, mesi febbrili in cui sembrava che davvero qualcosa stesse per cambiare, contributi di giuristi cattolici alla stesura del testo, tentativi di rendere i Dico una rivoluzione il pi modesta possibile per non creare troppo scompiglio, paragoni con la Francia in cui i Dico esistono, funzionano e si sciolgono a gran velocit. Ma alla fine  tutto rimasto come prima: la scelta dalle nostre parti  ancora fra convivenza e matrimonio, anche se convivere non  pi un gesto anticonformista, ma una routine che spesso, per rivitalizzarsi, ha bisogno di fissare la data delle nozze.

Anna Lena Benini, giornalista, scrive su Il Foglio. Collabora a Panorama, Donna moderna e Io donna.

Corpo
di Lea Melandri
Il corpo  tutt'altro che assente nella storia dei movimenti degli anni 70, ma  solo col femminismo, e in parte con la rivolta giovanile del 1977, che acquisisce rilevanza politica. Insieme col corpo, prende posto legittimo nella polis la persona, vista nell'interezza delle sue molteplici identit e appartenenze sessuali, sociali, linguistiche, culturali. L'esperienza del singolo, vicende essenziali come la nascita, l'amore, la malattia, l'invecchiamento, la morte, naturalizzate e ritenute marginali rispetto alle istituzioni e ai saperi della vita pubblica, balzano in primo piano.  scavando nel profondo del vissuto personale che il corpo perde la sua estraneit, il suo appartenerci come involucro che ci contiene senza essere noi, la sua riducibilit a organismo, manipolabile all'infinito o sacro, immutabile come una legge divina. Degli anni 70 le immagini che sono rimaste e che vengono periodicamente riproposte dai media sono quelle di corpi straziati dalle bombe, e, alternativamente, quelli festosi avvolti in gonne ampie e colorate delle femministe. Sepolto ancora in gran parte negli archivi resta il patrimonio di idee, che ha avuto come protagonista il corpo pensante, sottratto, sia pure per una breve intensa stagione al dualismo che, contrapponendo un sesso all'altro, ha finito per aprire all'interno di ogni individuo una ferita profonda tra parti indisgiungibili del suo essere. Quando il femminismo ha parlato di corpo politico, non intendeva riferirsi a leggi, diritti, questioni etiche  anche se poi battaglie di questo tipo ci sono state (divorzio, aborto, diritto di famiglia) , ma riportare la persona, il corpo, la sessualit, la vita affettiva, i legami familiari, dentro la storia, la cultura, la politica, dove sono sempre stati, con quella modalit che Giorgio Agamben, in Homo sacer, descrive come messa al bando, inclusione mediante un'esclusione. Il femminismo rappresent allora il sintomo della crisi della politica  come politica separata dalla vita, mutilata di una parte essenziale dell'umano, anche quando parlava di rivoluzione , e, al medesimo tempo, l'inizio di un suo ripensamento. Riappropriarsi del corpo in tutti i suoi aspetti  dal biologico alla vita psichica e intellettuale  significava partire dall'esperienza del singolo, dalla narrazione di s, per esplorare tutto ci che l'asservimento al dominio maschile, a una visione unica del mondo, aveva comportato come interiorizzazione di modelli, cancellazione di un sentire proprio. L'attenzione si sposta dalla tradizionale questione femminile  svantaggio, minorit giuridica e politica delle donne, trattate alla stregua di qualsiasi minoranza  all'analisi del dominio che il sesso maschile ha imposto a quello femminile riservando a s la sfera pubblica e identificando la donna col corpo  corpo che genera e corpo erotico , e giustificando questo privilegio come legge di natura. La svolta consisteva nel pensare che il problema non fosse concedere alle donne una cittadinanza compiuta  uguaglianza con l'uomo o valorizzazione delle doti femminili anche fuori dall'ambito domestico , ma mettere in discussione l'atto fondativo della politica, la separazione tra la casa e la polis, a partire dal corpo e dalla sessualit, perch  nella confusione tra sessualit e maternit, nella riduzione della donna a oggetto, merce di scambio, risorsa da piegare a proprio vantaggio, da sfruttare come forza-lavoro gratuita, che comincia l'espropriazione di esistenza delle donne. Scoprire e affermare il proprio legittimo godimento sessuale, separare la sessualit dalla procreazione, furono allora considerati passaggi essenziali per la libert di essere, prima e pi ancora che la conquista di diritti e di leggi. Le battaglie per il divorzio, la depenalizzazione dell'aborto, la ridefinizione del diritto di famiglia, si collocavano dentro pratiche, come l'autocoscienza e la pratica dell'inconscio, che avevano al centro il vissuto corporeo e tutte quelle illibert che nascono dal fatto di aver fatta propria la visione maschile del mondo. Parlare di corpo e sessualit significava svincolarsi da una condizione data come naturale, come destino biologico, rileggerla come costruzione dell'unico sesso che si  imposto come protagonista della storia, pensarsi come persona, individuo e non solo genere, riconoscersi attraverso le storie delle proprie simili, e costruire tra donne, da sempre divise dallo sguardo dell'uomo, una socialit inedita. Oggi il corpo, in tutte le sue vicissitudini, dalla nascita al fine vita,  sempre pi oggetto dei massimi poteri e saperi della vita pubblica: lo Stato, la Chiesa, la medicina, le biotecnologie, la morale ecc. Si pu dire che il corpo esce dall'ombra, si prende la sua rivincita, ma nel momento in cui compare sulla scena pubblica si vedono pi chiaramente i segni che la storia vi ha lasciato sopra, svalutandolo, snaturalizzandolo:  il corpo-oggetto, il corpo-merce, oggetto di consumo, non il corpo pensante, o l'Io incorporato, cio la persona nella sua interezza, a cui miravano i movimenti antiautoritari degli anni 70. Ma a farla da protagonista sulla scena pubblica  in particolare il corpo femminile, sia come corpo erotico che come corpo materno: desiderio di maternit ma anche valorizzazione delle doti femminili, il Valore D, una richiesta che viene al medesimo tempo dal mercato, dalla pubblicit, dall'industria dello spettacolo e dalla nuova economia. Pi in generale, si potrebbe dire che, a prendere oggi rilievo nella sfera pubblica,  il femminile in quanto tale, per gli attributi che lo hanno caratterizzato tradizionalmente, che oggi appaiono una risorsa preziosa per un sistema e che le donne stesse tendono a considerare un'opportunit: scambiare sesso con denaro, carriera, potere, oppure valorizzare la differenza femminile  capacit relazionali, flessibilit, seduzione ecc.  come una leva per modificare le forme storiche del potere.  inevitabile chiedersi se  questa la soggettivit a cui mirava il femminismo degli anni 70, e se non si  di fronte a una nuova forma di oggettivazione della donna.

Lea Melandri fa parte dell'Associazione per una Libera Universit delle Donne di Milano. Ha fondato con Elvio Fachinelli la rivista Lapis. Tra i suoi libri: L'infamia originaria; Come nasce il sogno d'amore; Le passioni del corpo.

Coscienza
di Maria Serena Sapegno
Il concetto di coscienza, nelle sfumature con cui ci  consegnato dalla tradizione e cristallizzato nel dizionario, implica uno scandaglio delle questioni fondanti della soggettivit e del senso stesso della vita umana, fino a identificarsi con la presenza/assenza della vita.
A partire dai significati elencati dal dizionario infatti, si apre un ventaglio di accezioni e di pieghe di senso tutte preziose per comprendere la complessit della sfida lanciata nel tempo dalle donne, individualmente e collettivamente. Vediamoli:
a) Consapevolezza che l'uomo ha di s e del mondo esterno.
b) Funzione psichica in cui si riassume ogni esperienza, conoscenza del soggetto.
c) Situazione in cui l'anima  in rapporto con se stessa ed  in grado di conoscersi e giudicarsi in modo diretto e infallibile.
d) Pieno possesso delle facolt psicofisiche.
e) Consapevolezza del valore morale delle proprie azioni.
Nel neo-femminismo il termine viene declinato nel corso degli anni con significati drasticamente diversi.  in un primo tempo l'emergere di una coscienza che pare ancora muoversi nell'ambito del significato a) ma se ne allontana compiendo il salto audace che consiste nel sostituire all'universale maschile uomo, il termine parziale ma collettivo (il particolare si oppone all'universale) donna che si affianca all'analogo uomo.
L'apparato concettuale cui molte donne si rivolgono, in un primo momento,  influenzato dalla vulgata marxista allora corrente che offre una concezione del soggetto fortemente radicata nel contesto sociale e nella pratica. Se da un lato quindi lo stesso moto di conoscenza che porta alla coscienza si configura gi come un agire, un atto politico, dall'altro per i termini di tale coscienza vengono descritti come il passaggio da una falsa coscienza a una coscienza di sfruttata, nella convinzione di compiere un'analisi materialistico-storica dei rapporti produttivi che fondano la condizione sociale della donna. Sarebbero i rapporti di produzione, quindi, da modificare.
Lo scarto teorico che produce pensiero originale passa invece per una strada diversa, che incrocia la critica al pensiero hegeliano con la pratica politica nuova, quella dell'autocoscienza, o presa di coscienza. Se per Hegel l'autocoscienza si fonda su una concezione dialettica del soggetto tutta interna al mondo maschile, e alle donne  invece affidata un'essenza femminile che  fuori della storia, in un principio divino che presiede alla conservazione della specie, le donne non possono accedere a quella dialettica del potere n alla liberazione da tale potere.  Carla Lonzi che mette a fuoco tale estraneit sostanziale e di conseguenza indica un'altra strada per l'autocoscienza delle donne: una dialettica al femminile che le sottragga alla via obbligata loro indicata. Invece che contendere il potere all'uomo nella dialettica servo-padrone, la proposta  quella della deculturizzazione: andare alle radici culturali dell'oppressione delle donne e sabotarle. La pratica politica che porta appunto a una coscienza nuova, a chiarire che non  l'antitesi a produrre consapevolezza e cambiamento,  l'autocoscienza femminista, che riporta il problema della dipendenza personale all'interno della specie femminile come specie essa stessa dipendente (...)  la coscienza di s tra donne.
Nell'autocoscienza quindi si costruisce, attraverso un processo dialettico tra soggetti donna, quello spazio separato e autonomo nel quale  possibile per le donne praticare una coscienza che si avvicini, per la prima volta, al significato c) del nostro dizionario (Situazione in cui l'anima  in rapporto con se stessa ed  in grado di conoscersi e giudicarsi in modo diretto e infallibile). Attraverso la circolarit del percorso auto-coscienziale viene al mondo infatti quel senso preciso di s come soggetto in relazione (piuttosto che in dipendenza), quella capacit di guardarsi attraverso le altre, quella soggettivit inedita che sospende il giudizio di valore relativo alle norme correnti di adeguatezza al ruolo (accedendo invece a quello che il dizionario definisce modo diretto e infallibile).
Una nuova coscienza: in primo luogo perch una parte determinante di quel nuovo senso di s e di quella particolare lucidit sta proprio nel non rimuovere il corpo, anzi nel lasciarlo parlare. Senza saperlo fino in fondo, infatti, le donne cercano nella pratica dell'autocoscienza di costruire un nuovo soggetto che non si identifichi con il soggetto cartesiano, ma lo metta anzi in discussione alla radice in quanto soggetto neutro, privo di corpo.
Ma declinare un soggetto incarnato o, meglio e di pi, porre il corpo e la sessualit come pietra angolare della nuova soggettivit, senza essere ridotte a essa (a sesso) nei termini correnti della cultura patriarcale, significa attraversare terreni insondati, pu farsi solo a condizione di conservare uno spazio simbolico separato e pu comportare anche il bisogno di dotarsi di una forte carica etica, toccando in questo modo l'ultima delle accezioni del nostro dizionario e) (Consapevolezza del valore morale delle proprie azioni). Tale forma della coscienza ha avuto notevole peso in alcune aree del femminismo, producendo certo una forte autorevolezza ma anche un innegabile irrigidimento di posizioni e di accenti che non ha giovato alla capacit di ascolto e di trasformazione del pensiero femminista.
D'altra parte proprio la determinante corporea del nuovo processo di coscienza mette in evidenza l'ingente dimensione dell'esperienza soggettiva che resta fuori dall'area della consapevolezza: nel corpo parla l'inconscio. Allo stesso tempo si impone la rilevanza di tale aspetto per la costituzione del soggetto e per la tenuta stessa di quella coscienza, che ne viene costantemente inquinata, e comunque modificata; una coscienza che pertanto non pu che costituirsi in un delicato processo, sempre in bilico e in fieri, e ciononostante unica possibile interpretazione del nostro concetto, la d) (Pieno possesso delle facolt psico-fisiche).
Del resto, per gli stessi motivi, la coscienza di genere come passaggio dall'individuale al collettivo (in un movimento circolare) non  meno soggetta a una processualit sempre in movimento, anche per i continui slittamenti della percezione stessa del collettivo (le donne), che si allarga e si restringe sotto la spinta di conflitti e contraddizioni e va pertanto continuamente rifondata con un atto di consapevolezza tutto politico, cui non tutte sono sempre disposte.
Infine se consideriamo l'ultimo dei significati di partenza, il b) (Funzione psichica in cui si riassume ogni esperienza, conoscenza del soggetto), rovesciandone le implicite basi cartesiane e portando invece alle estreme conseguenze il radicamento corporeo della coscienza, e la precariet intrinseca ad esso, giungiamo all'identificazione di essa con la assenza/presenza della vita stessa, una coscienza del vivente che va dall'indistinto del neonato fino alla presenza smarrita dell'anziana, che trova un orizzonte di senso e di umanit solo nella circolarit di quel processo individuale-collettivo che tanto deve alla nuova coscienza delle donne.
Maria Serena Sapegno insegna Letteratura Italiana presso l'Universit La Sapienza di Roma, dove  inoltre docente del corso di Studi di genere. Dai primi anni 70 molte delle sue ricerche sulla letteratura contemporanea ruotano attorno alla scrittura femminile.

Cura
di Rosangela Pesenti
Sostantivo femminile di origine latina (secondo il dizionario di Tullio De Mauro emerge nella lingua italiana nel XIII secolo) dai molteplici contigui significati: sfumature del pensiero, e del fare, che trovano posto in parole diverse, cos come l'intera gamma dei colori, che s'allarga nelle pi varie tonalit,  contenuta nel bianco che ne  sintesi e matrice.
Premura, sollecitudine, impegno, diligenza, attivit, compito, pensiero, preoccupazione, riguardo, assistenza, custodia: sono molte le approssimazioni sinonimiche di questo bisillabo, che trova anche un'applicazione pi individuata in materia giuridica ed ecclesiastica e ha una sua naturale estensione nel verbo curare, che ne declina l'intrinseca attivistica ragione. In termini moderni potremmo persino definirla mission, che  sempre ovviamente anche una vision: pi che un modo di guardare il mondo, la cura  un modo di abitarlo.
Da noi in campagna si chiamava cura l'attivit di lavaggio annuale della biancheria da letto per riportarla al candore originario e, come il colore bianco, la cura  talvolta invisibile agli sguardi superficiali, ridotta da alcuni a non colore, semplice base su cui esercitare ben altre competenze, la pagina su cui si scrive, la tela su cui si dipinge, la luce del mondo invisibile come l'aria che respiriamo.
Forse per questo, a mio avviso un po' sbrigativamente, dagli anni 70  invalso l'uso di definire lavoro di cura tutta quella miriade di attivit sommerse, erogate prevalentemente dalle donne nella vita quotidiana, che non conoscono valorizzazione economica, oltre che scarsa e mortificante retribuzione monetaria, come se il termine potesse avere una perenne oscillazione tra generica utilit e specificit impossibili da catalogare non solo per la variet, ma per l'intrinseca flessibilit.
Tale  spesso la vita delle donne, mai interamente definibile nei suoi tempi e forme di lavoro anche quando ne svolgono uno preciso, con accesso al mercato, pari agli uomini.
Per Lidia Menapace, che fin dall'inizio del dibattito femminista ha nominato questo lavoro pi precisamente come economia della riproduzione (qualificata dai tre aggettivi, biologica, domestica e sociale), la cura  il modo che ne caratterizza l'erogazione.
La cura  un modo, cio una forma dell'essere, una sinergia di pensieri, gesti, atteggiamenti, posture, mimica del viso e degli arti, competenza prossemica, uso del linguaggio verbale, modulazione della voce, estetica del corpo e tutto ci che realizza compiutamente una prestazione lavorativa nell'economia della riproduzione.
Economia che non riguarda lavori socialmente utili, ma variamente indispensabili, a cominciare da quello della riproduzione biologica, origine della stessa esistenza umana e fondativo della societ, passando per quella domestica, inscindibile dall'abitare umano, fino a quella sociale: scuola, sanit e pubblica amministrazione, da cui deriva la forma stessa dello Stato.
La cura  il modo di svolgere un lavoro che non pu dare profitto: infatti i figli non sono una propriet, la scuola non sforna prodotti e l'ospedale non pu essere il terminale delle case farmaceutiche.
Per questo per  cos difficile riconoscere le forme organizzative e il valore di questo lavoro, fondato sulla cura, in un'economia appiattita sul modello aziendale e l'asservimento al mercato.
I lavori della riproduzione non si possono fare con incuria, noncuranza, trascuratezza, disinteresse, distrazione, indifferenza, negligenza. Senza cura questo lavoro non esiste perch non se ne configura l'esito, cos come il pezzo sbagliato uscito dalla catena di montaggio non pu essere definito prodotto e infatti si chiama scarto.
Come nella produzione delle merci la divisione del lavoro ha un suo limite quantitativo in una mansione non ulteriormente frazionabile, che deve essere ripetuta con precisione, cos nel lavoro della riproduzione esiste un elemento non qualitativamente riducibile, anche nel suo segmento pi semplice, ed  la cura.
In medicina la parola cura viene sempre pi sostituita da terapia, termine pi articolato dell'antico rimedio, ma la cura resta l'unico modo di esercitare le professioni di questo settore in modo efficace per i pazienti. Gli altri modi non sono previsti dal codice deontologico professionale.
Tralasciare la cura nell'organizzazione dei lavori della riproduzione costringendoli nelle procedure e protocolli sperimentati per i lavori produttivi significa mettere a repentaglio la sopravvivenza stessa, minando alla radice le forme delle relazioni sociali.
L'impegno non  la conformit esecutiva, la diligenza non  la precisione, la premura non  solo l'attenzione, la custodia non  il possesso, il gesto della cura non si ripete mai uguale perch si adatta alle circostanze, alle persone, agli eventi.
La cura non  semplicemente una modalit trasmissibile, ma  il modo stesso della trasmissione, infatti diversamente dall'apprendimento semplice di una mansione o di un gesto del lavoro produttivo non prevede la ripetizione meccanica; al contrario richiede sempre che il soggetto agisca una indispensabile quota di libert insieme alla parte di necessit, la libert che attiva nel soggetto fruitore la capacit di modificare il gesto appreso dentro le circostanze che infinitamente diversificano il cammino umano su questa terra.
Di questa parte nascosta del cammino umano le donne ancora possono essere maestre per tutti.

Rosangela Pesenti, ex dirigente dell'Udi,  counsellor professionista, analista transazionale (Cta), formatrice e scrittrice. Tra i suoi ultimi lavori: Da Rosa a noi: il personale  politico, in La Rosa d'inverno, e Il materno e il politico, in Donne e politica. Gruppi e reti, a cura di Alberto Zatti.

Debolezza
di Marina Corradi
Debolezza  una parola che, associata a donna, mi genera una insofferenza viscerale. Debole, etimologicamente, significa che manca di qualcosa. Come credo molte altre donne, non mi sono mai sentita mancante di niente, rispetto ai miei compagni e colleghi maschi. La sola questione di differenza su cui, attorno ai dieci anni, mi sono trovata concretamente a dovermi misurare,  stata quella della forza fisica. Faccenda innegabile: nei cortili delle case in cui in montagna, d'estate, maschi e femmine si confrontavano, una differenza c'era, ben chiara. I ragazzini della mia et correvano pi veloci di me, si arrampicavano pi agilmente, sollevavano pesi che io non potevo smuovere. Ma i giochi delle bambine mi annoiavano; volevo essere ammessa nella loro banda. Li seguivo, li osservavo giocare, tenuta in disparte. Sei una femmina, mi dicevano con superiorit. Un giorno giocavano a saltare gi da un muretto che si alzava da due spanne fino a due metri e mezzo di altezza. Si sfidavano a chi si gettava da pi in alto. Nessuno per osava salire in cima al muro. Io, che avevo paura del vuoto, ho pensato per che se avessi saltato da l in alto avrei dimostrato che ero pari a loro.  stato un attimo, arrampicarmi lass  gli occhi di tutta la banda fissi e stupiti sulla femmina , chiudere gli occhi e saltare. Mi ricordo ancora il tonfo, e poi il silenzio, e lo sguardo del capo. Da allora, mi lasciarono giocare con loro. Non so se, in un'ottica femminista, la mia soluzione fosse corretta. Per me allora funzion perfettamente. Non potevo negare la differenza delle forze; potevo per mostrare di possedere altro: determinazione e intuito nel riconoscere una occasione. Quel gioco di bambina mi  rimasto in mente. In fondo, crescendo, le situazioni si ripropongono. Quando mi sono trovata a fare l'inviato per un quotidiano, e contemporaneamente ad avere dei figli piccoli, mi sono ritrovata in una condizione di oggettiva debolezza professionale: non potevo partire per una guerra e stare via un mese. Io, visceralmente, volevo stare pi che potevo con i bambini. Mi sentivo un fallimento, un giornalista dimezzato. Eppure quel tempo, proprio quel limite, si  rivelato una chance. Mi sono accorta che dovendo evitare le prime linee della cronaca imparavo a esercitare un altro sguardo, pi attento, riflessivo, sulla realt. Logica maschile sarebbe stato fare, lavorare esattamente come un uomo. Credo d'avere capito invece che ogni diversit e apparente debolezza contiene una risorsa. Una ricchezza da sviluppare. Per questo non mi piace un certo sentore di vittimismo che avverto a volte fra le donne; e fatico anche a capire le logiche delle quote rosa. Lo spazio si conquista, non ce lo si fa concedere; proprio la necessit di un meccanismo protettivo non sancisce la debolezza, la mancanza di qualcosa? Ma non c' alcuna debolezza; non manca niente. Esiste per una differenza, io credo; non  solo un indotto della cultura maschile se i libri di storia parlano quasi solo di condottieri, generali, rivoluzionari uomini. Etty Hillesum, la ragazza ebrea morta ad Auschwitz che ci ha lasciato diari e lettere straordinari, si chiese se questa differenza non stava nel fatto che le donne concentrassero l'attenzione su un altro, anzich sugli altri. Quella passione a un concreto, singolo e individuato altro, invece che agli altri, spiega la debolezza delle donne nella storia e nella politica? Ha scritto Giovanni Paolo II nella sua Lettera alle donne:  infatti specialmente nel suo donarsi agli altri nella vita di ogni giorno che la donna coglie la vocazione profonda della propria vita, lei che forse ancor pi dell'uomo vede l'uomo, perch lo vede con il cuore. Lo vede indipendentemente dai vari sistemi ideologici o politici. Lo vede nella sua grandezza e nei suoi limiti, e cerca di venirgli incontro e di essergli di aiuto. Certo il genio della donna secondo Giovanni Paolo II pu risultare urtante in un tempo asfissiato dall'ansia del successo e dell'apparenza, come il nostro. L'idea della dedizione all'altro come massima realizzazione suonerebbe quasi offensiva alle giovani manager in carriera, affannate, aggressive e rampanti che incrocio per le strade di Milano. E perch noi, direbbero, perch le donne dovrebbero essere pi oblative degli uomini? Confondendo oblativit con debolezza, dunque con un di meno; in questo tempo, secondo una espressione di Joseph Ratzinger, che divide il mondo fra vincenti e stolti. Che idolatra solo il potere in tutte le sue forme. Ma ci che apparentemente manca alle donne, ci che a leggere i libri di storia si mostra come loro irrilevanza,  in realt anche la loro straordinaria forza. Invisibili nella storia delle masse, hanno scritto in realt la storia di ogni singolo uomo atteso, generato, cresciuto. La differenza splendente  scritta nel corpo delle donne, in quel grembo che ha la capacit di generare vita; di formarla, di crescerla. Lo psicanalista Donald Winnicott ha scritto: Che cosa vede il lattante quando guarda il viso della madre? Secondo me ci che vede il lattante  se stesso. In altre parole la madre guarda il bambino e ci che essa mostra  in rapporto con ci che essa scorge. Dare, nello sguardo materno, il primo volto all'uomo, a ogni uomo; e traslativamente essere capaci di accogliere l'altro, riconoscerlo, curarlo. Non ha fatto la storia, questo, tanto quanto le guerre e le rivoluzioni? (Di pi. Le guerre uccidono, le donne mettono al mondo). Essere per un altro, sguardo sul mondo che  l'antitesi del potere.  lo sguardo di Antigone, che infrange la legge degli uomini per dare sepoltura al fratello, a quell'uomo.  il fiat di una ragazza di quindici anni che accoglie in s il figlio di Dio. Ma anche di tante donne sconosciute, oscure, che badano ai vecchi di casa, tengono assieme famiglie, curano nipoti, e in una logica di potere non contano niente. Nell'apparenza di una debolezza, una forza straordinaria. Vorrei che le nostre figlie se ne accorgessero, e con orgoglio ribaltassero i codici maschili, invece di allinearsi e obbedire.
Marina Corradi, giornalista, scrive su l'Avvenire e su Tempi. Fra i suoi libri: Prima che venga la notte; Le storie degli altri; Attraverso la cronaca; Notturne stanze.

Desiderio
di Silvia Avallone
Quando era cominciato? Un anno fa, due? Per quanto si sforzasse di fare mente locale sull'inizio, Elsa non riusciva a trovarlo in nessuna data del calendario. Forse, semplicemente, non c'era un inizio. Forse, quando aveva cominciato a sentire certe cose nella pancia, nelle tempie, formicolanti tra i capillari, era appena nata. E davvero bisognava cercarlo tra i capillari, l'inizio? Oppure tutto era nato da l: da dietro le tende, gi in strada, in mezzo agli schiamazzi? La cosa pi probabile  che Elsa non se ne fosse neppure accorta, n del dove n del quando. Le cose avevano preso a disporsi in un certo modo magnetico, e lei aveva cominciato a sentire dei vuoti da montagne russe nello stomaco, delle vampate dietro la nuca, e tutta una serie di fenomeni di accensione e spegnimento, senza che lo avesse voluto o deciso.
Forse la prima volta era stata alla Conad, quella mattina assolata che era andata a fare la spesa con la zia. Aveva indossato un vestitino leggero di qualche tempo prima, e quel vestito le stava stretto: era diventato aderente sui fianchi, spuntati all'improvviso, e sul seno, anche quello comparso dal giorno alla notte. Seguiva la zia attraverso gli scaffali delle conserve e dei biscotti, spingeva il carrello e si meravigliava di un movimento nuovo, che le veniva chiss da dove, che non era richiesto o pensato: sculettava senza premeditazione. Sottopelle, tra le pieghe del vestito, avvertiva il solletico dello sguardo degli altri. Non di tutti, certo: solo dei maschi. Senza rendersene conto atteggiava le gambe e le braccia in un certo modo  inatteso!  e forse avrebbe dovuto sentirsi ridicola nell'accavallare i polpacci, nello sporgersi dal manubrio del carrello con il busto in avanti e i capelli scomposti sulla fronte. Stava recitando o giocando? Nessuna delle due. Gli uomini inclinavano gli sguardi dalla sua parte, di nascosto, e davanti al banco della gastronomia si era creata una ragnatela di tensione. Elsa si era sentita al centro del supermercato, il polo attrattivo di tutto, e questa sensazione le slacciava i movimenti come un piccolo animale appena liberato.
La zia invece no: strappava il biglietto per il turno alla pescheria con fastidio; sostava in attesa sulle gambe stanche, sui piedi gonfi, e non era guardata da nessuno. Anche questa fu una scoperta. Per Elsa sua zia era sempre stata solo ed esclusivamente la zia. Non aveva mai notato che le gonne le calzavano male, che si vestiva da vecchia, e quando si sedeva su una sedia ci si lasciava cadere come un peso morto. Non se n'era mai accorta che la zia era anche una donna, o meglio: che stava finendo di esserlo, proprio mentre lei lo diventava.
Ma forse l'inizio di tutto era stato quel pomeriggio a scuola, quando erano uscite in giardino, lei e le sue amiche, durante l'ora di ricreazione. Si erano distese sul prato, il sole era tiepido, ed Elsa aveva avvertito la carezza dell'erba e delle formiche tra le gambe, il calore della luce sul viso, e tutto quel palpitare del giardino e della voce delle ragazze intorno le aveva sciolto qualcosa nella pancia. Una di loro aveva proposto: Facciamo finta di essere al mare. Senza discutere, senza neppure pensarci, si erano sbottonate le camicette, arrotolati i jeans al ginocchio. Cos, mezze svestite e sdraiate, si erano mostrate a tutti. I ragazzi che giocavano a pallone, l per l, non le avevano degnate di uno sguardo. Ma Elsa con la testa nella terra e il bordo delle mutande in piena luce aveva sentito un benessere diffuso e pieno che prima non conosceva, si sarebbe volentieri addormentata.
La zia, pi o meno da quel momento, aveva cominciato a farle ribrezzo. Era una strana sensazione fisica, simile a quella che le davano gli insetti schiacciati o le verdure marce. La guardava sciogliersi la pasticca effervescente nel bicchiere, come ammuffiva sul divano con le gambe distese per favorire la circolazione, come rimproverava il marito in pensione non appena rientrava dal bar: Me le hai portate le sigarette? No? Come no! e si metteva a urlare. La zia voleva solo fumare e guardare La vita in diretta. Le veniva sempre il mal di testa, si lamentava della sua schiena, dei dolori articolari, e tutto questo mentre Elsa indossava di nascosto i perizomi.
Da qualche mese aveva il permesso di uscire al sabato pomeriggio e si truccava, appena uscita di casa, passandosi il rossetto davanti allo specchietto retrovisore di qualche motorino parcheggiato. Non avrebbe saputo dire perch lo faceva, ma provava una tale adrenalina nel farlo: indossare tacchi, ombretti, camicette sbottonate; una tale adrenalina che di sicuro ne valeva la pena. Camminare sul marciapiede come fosse una passerella, accalappiare gli sguardi altrui e poi abbassare gli occhi sorridendo, le piaceva un sacco. Con i suoi dieci euro di paghetta avrebbe voluto svaligiare la Standa di vestiti, cerchietti, fermagli; aveva una sete pazzesca di romanzi d'amore. Quelle cose di cui prima si vergognava, adesso le voleva scoprire tutte. La sera prima di addormentarsi leggeva storie di ragazze innamorate senza esperienza, saltava le pagine per arrivare al dunque, quello veramente scabroso, quello di cui aveva pi fame: il momento terribile e fatidico in cui lui la spogliava.
Adesso Elsa se ne stava seduta sulla panchina dei giardini pubblici a pensare. Era un pomeriggio primaverile in cui si poteva anche restare in maniche corte. Era sola e in silenzio, e sentiva che quella solitudine e quel silenzio non potevano bastarle. Aveva tutto un garbuglio di parole nel petto: parole che non aveva mai detto, che avrebbe voluto dire. Dietro quei palazzoni laggi c'erano altri palazzoni, tra le altalene se ne intravedevano di nuove, in fondo c'erano le colline, e dietro quelle chiss quante pi alte o pi dolci. Il mondo traboccava di tutto, e di vuoti non se ne vedevano da nessuna parte. Solo il suo stomaco brontolava.
La zia quel pomeriggio si era infuriata per un rossetto. Non voleva che Elsa diventasse grande, o forse che lo facesse sfacciatamente proprio davanti a lei che si abbassava e diminuiva. Elsa, invece, aumentava. Per questo non aveva pianto contro le urla della zia, anzi: si era sentita potente.
Adesso guardava a destra e a sinistra, percepiva il movimento delle cose, la voglia delle cose di esplodere e diffondersi. I ragazzi che giocavano a pallone facevano certe scivolate sul prato, affondavano con le ginocchia nella terra e gridavano forte. Le mamme spingevano i passeggini in pieno sole, e qualcuno si baciava.
Questo era il punto. Che la gente si baciava. Elsa era magnetizzata da quei baci sparsi nei giardinetti pubblici, le sembrava che tutto avesse senso solo in relazione a quei baci, che poi si facevano vasti, le mani cominciavano a scorrere dalle spalle alle schiene e dalle schiene alle gambe. Elsa aveva paura, guardando. Si accendeva, si dilatava. Diventare il parco giochi, la citt intorno, e tutte le vite che si affollavano dentro i palazzi, conoscere, afferrare tutto, dare il primo bacio a un altro. Non c'era tempo da perdere: prima o poi si sarebbe rinsecchita come la zia. Allora occorreva diventare questo e quello, viaggiare in lungo e in largo, moltiplicarsi in tutte le cose a portata di mano e in quelle immaginate. Plurale, Elsa doveva gemmare.

Silvia Avallone, scrittrice, ha pubblicato Acciaio, finalista al premio Strega 2010.

Destra
di Flavia Perina
Le mie nonne italiane, due donne senza alcuna educazione, avevano pi potere delle femministe di oggi, avevano pi maest e controllavano tre generazioni, grazie solo al rispetto che avevano per essere madri: la citazione  di Camille Paglia, all'inizio degli anni 90, ma rappresenta bene il punto di vista da cui part la storia del femminismo di destra, cio l'analisi del ruolo della donna nelle societ tradizionali in contrapposizione con il modello remissivo e subordinato proposto dalla cultura borghese e del mito dell'emancipazione che la sinistra aveva mutuato dal femminismo americano. Anagraficamente, la vicenda dei movimenti femminili di destra  piuttosto breve, germoglia all'inizio degli anni 70 e si conclude nei 90. Prima, come ha osservato la mia amica Annalisa Terranova nel suo Camicette nere, l'identit femminile a destra era assente o quasi invisibile salvo rare eccezioni come Cristina Campo, raffinata e dimenticata scrittrice, o Carla De Paoli, animatrice di una rivista molto importante per quel mondo, L'Italiano di Adriano Romualdi.
Il ventennio della rivoluzione rosa nasce senza dubbio dalla nuova soggettivit giovanile emersa nel Sessantotto, che riempie (anche) le sedi missine, fino ad allora piuttosto polverose, di una moltitudine di ragazzi e ragazze. E siccome tutto  politica, e siccome c' l'ambizione di una weltanshaung che declini ci che  nostro fino ai dettagli, le ragazze cercano le coordinate di una visione della donna alternativa, una terza via tra il modello Gigliola Cinquetti e il pugno chiuso di Angela Davis. Bocciano istintivamente la guerra tra i sessi, l'idea della rivoluzione come riappropriazione del corpo (di corpo, a destra, non  mai venuto in mente a nessuno di parlare), ma anche lo stereotipo dell'angelo del focolare, il familismo, l'idea gerarchica del patriarcato. Trovano la soluzione nel simbolo tradizionale dello yin e yang e nel concetto di complementariet tra uomo e donna. Il gruppo di Eowyn, nato tra il 1979 e il 1980 e consolidato intorno alla rivista che porta il nome dell'eroina di Tolkien,  uno dei motori del gramscismo di destra dell'epoca insieme agli ecologisti dei Gre, Gruppi di ricerca ecologica, ai centri librari, ai gruppi rock, all'underground della Voce della Fogna. Per spiegare il mood di quelle ragazze il modo pi sintetico  raccontare cosa fanno oggi: Stefania Patern, padovana e leader del gruppo,  mediatrice culturale per la Regione Veneto, si occupa di immigrate e diritti; sua sorella Cristiana fa la ginecologa di base; Monica Centanni  grecista e insegna all'universit di Venezia, promotrice del Manifesto d'ottobre degli intellettuali per una nuova politica; Marilena Novelli  dirigente scolastico del Lazio; Annalisa Terranova  giornalista al Secolo e scrittrice; Isabella Rauti  stata a lungo dirigente del Dipartimento per le Pari opportunit del ministero e oggi  consigliere regionale del Pdl nel Lazio. La sottoscritta  parlamentare di Fli e direttore del Secolo d'Italia.
Tutte hanno riabilitato in qualche modo il femminismo e l'idea che i diritti della donna debbano essere oggetto di una costante difesa e manutenzione dopo aver verificato che la complementariet poteva forse funzionare in una societ ideale, alla corte di re Art o nella tolkeniana Terra di Mezzo, ma non certo nelle turbolenze della post modernit. Ma nella loro/nostra visione restano alcune distanze incolmabili rispetto all'esperienza femminista, a cominciare dall'analisi della cosiddetta societ sessista con l'implicita attribuzione alla donna del ruolo di soggetto debole che deve emanciparsi, liberarsi, ribellarsi al maschio padrone. Anche qui, le biografie spiegano assai pi dei riferimenti ideologici. La nostra rivoluzione antiborghese, il nostro rifiuto  per dirla con Simone De Beauvoir  di essere l'altro, il secondo sesso, la seconda scelta, l'avevamo gi fatta, e assai radicalmente, uscendo fuori dal perimetro del politicamente corretto dell'epoca. Non aveva a che vedere con il nostro essere donne, ma con l'aver scelto una parte politica bandita e nel pretendere comunque di avere voce e ruolo nella societ. Nel piccolo del nostro mondo eravamo molto rispettate, e sempre trattate alla pari, anche perch la promozione della donna era uno dei topic pi citati nei convegni sull'eredit degli anni 30 cui il neofascismo del dopoguerra faceva riferimento. Le Giovani Italiane, l'Opera maternit e infanzia, lo sport aperto alle ragazze in scandalosi calzoncini corti, le prime donne in divisa e nei ranghi dell'esercito: questo era il retaggio di riferimento, raccontato come una rupture rivoluzionaria col modello del moralismo ipocrita dell'Italietta sabauda. Di nostro, in questo rapporto paritario col maschio, ci avevamo messo un notevole livello di autocontrollo personale, fondato sul rifiuto di ogni vantaggio della seduttivit. Si doveva leggere, studiare, impegnarsi, non per essere alla pari o tantomeno uguali, ma perch la politica era questo: conoscenza, idee, costruzione. Il corpo, la sessualit, d'altronde, a destra non sono mai entrati nel dibattito femminile. Erano un dato di fatto ineludibile ma privato. Uno dei punti caldi della polemica col femminismo era il rifiuto dello stereotipo il personale  politico, lo slogan mutuato dal movimento femminista americano che indicava nelle relazioni uomo-donna e soprattutto nella famiglia il nocciolo duro dell'oppressione che determina l'inferiorit sociale della donna.  da quel rifiuto che arriva dritto il nostro disagio di oggi davanti alle commistioni tra politica e gossip: il personale, per noi,  stata sempre una dimensione di cui avere pudore, la terra delle contraddizioni, dei sentimenti controversi e al limite delle stupidaggini, non un paradigma politico da rettificare per costruire un mondo migliore. E l'eros lo abbiamo sempre visto come la frontiera dove le buone intenzioni cedono a pulsioni primitive, per citare ancora Paglia, il misterioso crocicchio di Ecate dove tutte le cose tornano nella notte, il luogo dell'illecito, della dannazione e dell'incanto.
Comunque, l'interscambio fra destra e sinistra, persino nella stagione degli opposti estremisti,  pi denso di quello che normalmente si immagina. Ci sono dati pre-politici, esistenziali, che accomunano le esperienze anche dove l'ideologia le divide con il coltello. Lo spirito antiborghese  uno di questi, e negli anni della contestazione cuce insieme icone di destra come Evita Pern e di sinistra come la Jane Fonda dei tempi d'oro. La coppia immaginaria pi giusta della mia giovinezza, non a caso, era costituita dal fascista Corto Maltese e dall'emancipata Valentina di Crepax. Lui avventuriero oltre ogni moralismo, lei bella e possibile come tutte vorremmo essere (lo ha detto Maria Laura Rodot e condivido). Compagni o camerati che fossimo, ci innamorammo di loro su Linus, senza eccezioni: tutte avremmo voluto essere Valentina e avere un fidanzato come Corto, e viceversa.
Per tornare alla politica, la breve stagione del femminismo di destra  fondata innanzitutto sulla rivendicazione di diritti sociali e individuali  maternit consapevole, lavoro, sostegno sociale, pari retribuzioni  che prendano atto della specificit femminile e le offrano pubblica tutela. Dopo un quindicennio di effervescenza si inabissa nel 1990 con l'affermarsi dell'era delle pari opportunit e la sua pretesa di imporre una cultura di definitiva ricomposizione delle diversit (nobile e irrealizzabile utopia). Nuota sott'acqua per un decennio, mentre l'era delle pari opportunit si trasforma in stagione della lagna. Comincia a riemergere dopo il 2000 con la questione delle quote rosa e con l'affermarsi del modello femminile berlusconiano che eclissa decisamente ogni precedente esperienza. Non  difficile capire perch il nostro mondo si trovi a disagio davanti alle modalit di intervento politico di una Santanch o di una Brambilla, che tuttavia suscitano pi contrappunto ironico che indignazione. Niente di nuovo sotto il sole per chi da bambino ha letto Dumas, anche se le Milady di una volta avevano probabilmente pi classe e non strillavano in tv. Sullo sfondo, la convinzione che  urgente rilanciare  e stavolta oltre le categorie ideologiche  un qualcosa che riabiliti l'immagine femminile restituendole orgoglio e spessore, ricostruendo a destra icone pi degne delle Letterine o delle Gheddafine che hanno monopolizzato l'immaginario dell'ultimo quindicennio.

Flavia Perina, politica e giornalista,  direttore del Secolo d'Italia.

Differenza
di Ida Dominijanni
Come per qualsivoglia lessico, anche per entrare nel lessico femminista vale la regola di tornare all'origine. All'origine del femminismo della differenza c' un taglio: la separazione dagli uomini con cui presero avvio negli Stati Uniti e in Europa, tra la fine degli anni 60 e l'inizio dei 70, i gruppi di autocoscienza di sole donne. Quel taglio, un gesto pubblico e visibile che diede al femminismo la forma di un evento con tutte le caratteristiche di rottura, imprevedibilit e generativit proprie di un evento, andrebbe periodicamente reinterrogato nel suo significato, appunto, originario. Perch ci separammo, allora, da compagni che pure amavamo e da una politica che pure avevamo con loro condiviso? Non fu perch volevamo essere pi uguali a loro, ma perch scoprimmo di essere, e di voler diventare, diverse. Uguali eravamo gi diventate, quantomeno virtualmente, non solo nelle legislazioni che cominciavano a sancire la parit di diritti, ma anche e tanto pi in quella gigantesca comunit degli eguali che aveva dato vita alla rivoluzione del Sessantotto sotto l'insegna della fratellanza universale. L'uguaglianza dunque non era il nostro miraggio: era la nostra provenienza, la promessa in cui eravamo state allevate, il destino di donne emancipate che l'et del progresso ci aveva assegnato. Ma scoprimmo che quel destino era pieno di trappole: l'uguaglianza dei diritti prometteva parit e riproduceva discriminazioni, l'uguaglianza della comunit rivoluzionaria prometteva fratellanza e riproduceva fratriarcato. Di pi: l'una e l'altra comportavano il prezzo inaccettabile dell'omologazione con l'altro sesso: diventare uguali agli uomini significava diventare come gli uomini, disconoscendo o tacitando la nostra esperienza. Sintomaticamente, era proprio nell'agire politico che questo prezzo diventava tangibile: fare politica con gli uomini voleva dire adeguarsi a un linguaggio in cui non riuscivamo a esprimerci, a una ritualit che non volevamo imitare, a programmi che lasciavano fuori la nostra vita e i nostri desideri. Ci separammo per questo. Scoperta e progetto della differenza dunque si tengono, ed  questo il primo punto che diversifica il femminismo della differenza sia dall'emancipazionismo moderno sia da molte teorie del gender postmoderne, che invece della differenza sessuale presuppongono il superamento e la neutralizzazione. Ma su queste due parole, scoperta e progetto, bisogna intendersi, perch non si tratta n di una scoperta essenzialista  la scoperta di un'essenza della femminilit , n di un progetto normativo  la costruzione di un modello di femminilit. L'una e l'altro, la scoperta e il progetto, potremmo dire nei termini della filosofia contemporanea, sono senza fondamento, o meglio si basano sul fondamento contingente dell'esperienza e della presa di parola femminile. Per restare al lessico filosofico: la differenza non  significato ma significante, non  contenuto oggettivato ma parola soggettiva, non   come spesso si tende a equivocare  identit di genere ma, al contrario, rottura dell'identit di genere cos come la nostra cultura ce la consegna. Pi radicalmente, la differenza non : si d, si mostra, agisce ogni volta che una donna la significa liberamente a partire dalla propria esperienza, al di fuori dei significati del femminile stereotipati, intrappolati nell'immaginario maschile e nell'ordine del discorso fallocentrico. In questo senso, la differenza emerge sempre come pratica di libert.
Il pensiero della differenza  che si  sviluppato soprattutto in Francia, Italia, Spagna  non va inteso dunque come una teoria sistematica sulla differenza, ma come espressione della differenza pensante, come prassi teorico-politica di un soggetto che sa di non essere neutro bens sessuato, e considera la sessuazione rilevante ai fini del pensiero. Malgrado questa sua caratteristica a-sistematica, esso ha ormai sedimentato un insieme di acquisizioni imprescindibili, ancorch troppo spesso disconosciute, per il dibattito contemporaneo sullo statuto del soggetto e sulla concezione, le forme e i destini della politica. La differenza sessuale spezza la finzione neutra e la logica del medesimo (Luce Irigaray) proprie del soggetto astratto e disincarnato della tradizione filosofica occidentale: dietro quella finzione e quella logica si nasconde la pretesa egemonica del soggetto maschile, che rappresenta se stesso come soggetto universale e la donna come un suo doppio speculare e mancante, sottoponendola in posizione di inferiorit alla legge del padre e cancellando la genealogia materna. Questo dispositivo, che dall'antichit in poi serve a perpetrare l'ordine simbolico patriarcale, si riproduce nell'ordine politico della modernit, incardinato sulla figura dell'individuo che a sua volta ripete la finzione e la logica del soggetto astratto, spacciando per universalismo un sistema in cui le donne sono strette nell'alternativa fra una esclusione basata sul riconoscimento inferiorizzante della differenza e una inclusione basata sul suo disconoscimento omologante: o fuori dal patto sociale in quanto diverse dall'uomo, o dentro in quanto assimilate all'uomo.
Torniamo cos al punto da cui siamo partite, la critica del risvolto omologante dell'uguaglianza da cui origina il femminismo della differenza. Una posizione che ha dunque come bersaglio non l'uguaglianza ma piuttosto la logica identitaria che la sottende. Questa logica non si spezza, anzi si riproduce moltiplicandosi, nelle risposte a modo loro differenzialiste che puntano a calmierare le domande sociali delle minoranze emergenti (tra le quali rientrerebbero le donne, che per non sono una minoranza sociale ma la met del genere umano) suddividendo per quote la torta delle risorse economiche, della rappresentanza, del potere. La politica della differenza sessuale mira altrove: a spezzare la saldatura fra ordine simbolico patriarcale e ordine politico, con la presa di parola femminile che fa uscire la differenza dall'irrappresentato, con le relazioni fra donne che rendono visibile e rafforzano la genealogia femminile, con lo spostamento della bussola che orienta l'azione dal potere maschile all'autorit femminile.

Ida Dominijanni, giornalista e scrittrice,  editorialista de il manifesto e autrice di numerosi saggi, tra cui Motivi della libert.

Diritti
di Barbara Pollastrini
La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalit, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidariet politica, economica e sociale, cos recita l'articolo 2 della Costituzione, scritta oltre sessant'anni fa e che di questi tempi teniamo ben stretta, anche se quel diritti inviolabili dell'uomo proprio non va gi. Proporsi di cambiarlo in diritti inviolabili della persona sarebbe un atto dovuto alla storia, oltre che un riconoscimento al pensiero femminile e alle battaglie di tante. Il linguaggio per non  mai neutro o casuale. La verit  che prima sono precipitati nella storia i diritti e dopo, sull'onda di un bisogno incomprimibile, si sono imposti i diritti delle donne, al punto che si  dovuta attendere la Dichiarazione delle Nazioni Unite di Pechino nel 1995 per leggere su questo punto una formula inequivoca. Per molte ragioni la storia dei diritti ha mantenuto una doppia velocit di genere.
La conseguenza  che la lotta per la difesa e l'affermazione dei nostri antichi e nuovi diritti non si pu collocare soltanto nella storia, ma  un dato irriducibile del presente e della politica. Insomma, ancora oggi i diritti umani non sono un assoluto, ma il prodotto di cambiamenti sociali, conflitti, culture. Pensiamo alle pagine di Hannah Arendt sulla tragedia dell'Olocausto (ebrei, certo, ma con zingari, rom, omosessuali, disabili) a proposito dell'inviolabilit delle libert fondamentali e sulla urgenza di una nuova concezione della politica come responsabilit verso un mondo comune. Non per caso, del resto, il dibattito pubblico del dopoguerra si propose di definire dei trattati universali condivisi e di riferimento per le stesse costituzioni nazionali.  allora che i diritti umani  intesi come diritti civili, politici e sociali  assumono lo spazio che conosciamo con un ordine gerarchico frutto di mediazioni che ruotano attorno al valore della Persona. Nonostante ci, quella doppia velocit, che Olympe de Gouges denunci tra le prime con la sua Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina nel 1791, ha continuato a segnare il braccio di ferro aperto in questo secolo. E ci accade mentre cresce la coscienza delle donne, a partire dall'investimento sul sapere, sul lavoro, sulla propria autonomia, e nel momento in cui sono in campo leadership femminili di grandi paesi del mondo. Eppure o forse proprio per questo, come ci dice Adriano Sofri,  in atto sul piano globale [...] una guerra sparpagliata [...] per il dominio sul corpo delle donne. Sappiamo di cosa si parla: acidi, lapidazioni, infibulazioni, stupri contro la libert e la dignit femminile. I diritti umani delle donne, quindi, si propongono come lo spartiacque per una convivenza democratica tra civilt e nelle civilt, per una costruzione del dialogo e della pace. La domanda che ci riguarda  se siamo attrezzati a reggere l'urto di un conflitto che chiama in causa diseguaglianze insopportabili. E la risposta, almeno in parte,  ancora una volta nella nostra Carta. In quell'articolo 2 citato all'inizio e che qualifica i diritti come inviolabili. Parliamo del nesso che aggancia una gamma di diritti soggettivi non solo al capitolo della cittadinanza, ma al profilo irriducibile della persona e della sua libert. Pensiamo alla fecondazione assistita ma anche a un senso del limite e delle cautele, o pensiamo al diritto alla privacy. Il punto  che quando si parla di diritti, proprio la storia delle donne insegna ad assumere uno sguardo unitario perch la persona  indivisibile nelle sue aspirazioni a veder riconosciute le proprie libert fondamentali e i propri doveri, come ci ricorderebbe Bianca Beccalli. L'anima della nostra Costituzione tende, insomma, a una lettura unitaria della sfera di diritti e doveri, evitando quella frammentazione che ha segnato negli anni vicino a noi le culture e le societ. Il punto  che la politica per prima ha subito quel riflesso nella logica di una difesa corporativa degli interessi. Dei diritti non si  pi offerta una visione coerente e dunque legata a una concezione della cittadinanza, anche nel nesso tra libert ed etica pubblica, tra uguaglianza, differenze e opportunit. La conseguenza  stata una regressione civile e sociale. Una regressione non solo nei risultati ma nel metodo, con la difficolt a tradurre alcune questioni significative (si pensi all'autodeterminazione femminile in materie sensibili o alla maternit) in battaglie di respiro generale. Dalla sicurezza alle discriminazioni di genere sino alle differenze nell'orientamento sessuale: noi abbiamo assistito a un appalto della rappresentanza di queste istanze. Il che si  tradotto anche in messaggi simbolici: i diritti dei gay tornano a essere un problema dei gay. Se il premier insulta le donne, la replica  quasi sempre riservata a una donna, come non si trattasse di un indicatore del grado di civismo complessivo. E ancora, la violenza sui corpi femminili  ricondotta da destra a una questione di ordine pubblico. Per finire col capitolo della qualit della democrazia dove, parlando della percentuale di occupate o del numero di elette nelle istituzioni, siamo tra i fanalini di coda dell'Europa. Il risultato d'insieme  che la politica e i partiti sono retrocessi prima di tutto sul piano culturale, perch sempre meno capaci di organizzare quella gamma di rivendicazioni in un modello di societ, di crescita, di democrazia. Da questo punto di vista  la bioetica a segnare in modo evidente la rinuncia e la subalternit della politica, ma da l pu venire anche una delle leve decisive per una sua rigenerazione. E questo perch ha ragione Aldo Schiavone quando scrive: La vita  materia infinitamente pi bruciante della fisica o della storia del Novecento. Perch le posizioni in questo campo incidono sulla carne dei nostri corpi. Concetto che noi donne, per mille ragioni, conosciamo meglio e da infinito pi tempo degli uomini. Allora il tema  come si arriva alle scelte su questa e su altre materie di analoga intensit. Con quale metodo. Se nel rispetto di un principio di laicit e confronto o al traino di fondamentalismi escludenti o di convenienze momentanee. Soprattutto  perch sempre l torniamo  sulla base di quale impianto culturale e di quale sguardo critico su di un mondo popolato di uomini e donne.

Barbara Pollastrini, politica,  deputata del Partito Democratico.  stata ministro per le Pari opportunit.

Eguaglianza
di Laura Pennacchi
Della triade libert, eguaglianza, fraternit, su cui si  fondata la modernit, l'eguaglianza  quella che possiede la maggior forza normativa e normativizzante, cio l'attitudine e la capacit di segnare i contorni (il frame) di un universo morale e di definire obbligazioni. Le femministe hanno criticato la nozione astratta e neutrale di eguaglianza alla base del liberalismo, modellata su un individuo asessuato, indistinto, monade isolata, privo di relazioni. Ma proprio l'irruzione della problematica della differenza  provocata dai movimenti femminili e femministi  ha fatto s che la tematizzazione dell'eguaglianza giungesse a sviluppare pi pienamente il suo potenziale normativo. Infatti, la coniugazione eguaglianza/differenza ha gettato luce su due dei pi persistenti dilemmi della modernit e delle societ democratiche moderne: a) il rapporto eguaglianza-libert; b) l'interna complessit della nozione di eguaglianza.
Quanto al rapporto tra eguaglianza e libert, quando si sostiene che la libert  sempre ridotta dal perseguimento dell'eguaglianza, in realt si adotta una visione di libert come pura disponibilit di scelta e di azione volontaria e una visione di eguaglianza come semplice redistribuzione di cose (reddito, remunerazione, beni, servizi). Quando si sostiene che esiste una sostituibilit tra libert ed eguaglianza e la possibilit di realizzare combinazioni tra di esse, si considerano i valori di libert ed eguaglianza come discreti, caratterizzabili indipendentemente gli uni dagli altri, misurabili da una qualche metrica, sottovalutando cos la loro interna complessit e la loro interdipendenza. In realt, se la libert  un attributo della condizione di individui o di gruppi, mentre l'eguaglianza caratterizza le relazioni fra le loro condizioni, i medesimi aspetti di tali condizioni sono implicati in entrambi i casi: le libert sono sempre una parte costitutiva di un processo di egualizzazione, cos come le eguaglianze sono costitutivamente in gioco in ogni processo di espansione delle libert reali. Cos come le istituzioni non producono quantit di eguaglianza e di libert, noi non valutiamo ammontari alternativi di eguaglianza contro ammontari simili di libert. Piuttosto giudichiamo l'impatto di un particolare programma politico come una particolare distribuzione di vari beni, incluse varie libert. Facciamo ci alla luce della nostra moralit politica, la quale incorpora una particolare interpretazione sia della libert che dell'eguaglianza. La relazione tra libert ed eguaglianza  perci pi complessa di quanto molti luoghi comuni correnti facciano apparire. Essa cela pi spesso un conflitto di giudizi di valore sulle libert che si ritengono importanti. Rispetto alle politiche conservatrici, le politiche riformatrici democratiche hanno un'idea di libert pi ampia: tale idea porta a mettere in rilievo un maggior numero di ostacoli al suo completo dispiegamento  proprio come recita l'art. 3 della Costituzione italiana  da rimuovere tramite l'azione collettiva e l'esercizio della responsabilit civica repubblicana.
Ma, dunque,  essenziale considerare il secondo dilemma che ho menzionato all'inizio e portare alla luce la pluralit di dimensioni tanto della libert quanto dell'eguaglianza e acquisire la consapevolezza che, in realt, pensiamo e parliamo di libert al plurale e di eguaglianza al plurale. L'azione individuale libera avviene entro percorsi sociali, politici, economici che delimitano e vincolano la libert di agire che possediamo in quanto individui/e: come afferma Amartya Sen, per esplorarne tutto il potenziale  necessario imparare a vedere la libert individuale come impegno sociale e, dunque, parlare di libert al plurale, prendendo in primo luogo atto delle fortissime connessioni empiriche che legano libert di tipi diversi (libert politiche, occasioni economiche, disponibilit sociali, garanzie di trasparenza, sicurezza protettiva ecc.).
Alla pluralit delle idee di libert fa riscontro la molteplicit delle dimensioni dell'eguaglianza. Tanto pi che oggi si  straordinariamente complicata la definizione sociale della diseguaglianza e della eguaglianza, la definizione di ci che trasforma una differenza in diseguaglianza, problema da sempre eluso dalle teorie sociali strutturaliste (marxiste e funzionaliste). L'idea, cos persistentemente evocativa, dell'eguaglianza nelle condizioni del presente appare ancor meno semplice, ancor pi costituita da una pluralit di idee, le quali differiscono non soltanto per aspetti storici o empirici ma per la loro struttura di base; ed  anche il funzionamento congiunto di tali strutture che, paradossalmente, pu portare alla riproduzione delle ineguaglianze. In ogni caso, esauritosi lo spazio evolutivo per societ disegualitarie semplici  in cui la classe era la dimensione fondamentale della diseguaglianza , oggi le diseguaglianze sono molteplici, gli agenti e i processi della loro riproduzione plurimi e diffusi, i criteri di equit per individuarle e valutarle controversi. Il punto critico non  il posto dell'eguaglianza, quanto la specifica nozione di eguaglianza che si adotta:  un fatto che le teorie contemporanee della giustizia pi note e pi dibattute  a partire da quella fondamentale di Rawls  hanno tutte al loro centro una nozione di eguaglianza di risorse, la quale include soprattutto reddito e ricchezza, beni primari dei quali nessun cittadino pu fare a meno. Ma cos questa nozione di eguaglianza si concentra prevalentemente sulle risorse da mettere a disposizione di tutti, finendo per coincidere con una visione ristretta di eguaglianza di opportunit. Essa trascura la natura delle concrete opportunit di cui vengono a disporre i cittadini, sulle quali influiscono non solo i prezzi di mercato ma anche le diverse condizioni in cui si trovano i cittadini stessi.
Cos il tema delle differenze si impone con forza. Il modello dell'eguaglianza di risorse, infatti,  in errore per pi ragioni: perch d a tutti in misura eguale, ma anche perch pone il fuoco su una classe molto limitata di beni, non prendendo in considerazione beni come l'informazione, la disponibilit di servizi, le opportunit di impiego, la possibilit effettiva di non essere discriminati. Occorre, invece, considerare congiuntamente sia la molteplicit degli spazi (reddito, sapere, potere, autostima ecc.) in cui l'ineguaglianza pu avere luogo, sia la diversit di base degli esseri umani, diversit che attiene alle caratteristiche esterne (per esempio ricchezza ereditata, ambiente naturale, sociale, epidemiologico ecc.), ma anche alle caratteristiche personali quali il sesso, l'et, la condizione fisica, la razza, l'etnia. Esplicitare queste differenze  importante, perch ignorarle pu essere profondamente inegualitario, nascondendo il fatto che un eguale impegno per tutti domanda un trattamento molto ineguale a favore dei pi svantaggiati. Da questo angolo visuale si coglie la portata del modello di eguaglianza di capacit proposto da Amartya Sen e Martha Nussbaum, il quale, in sintesi, ci dice che guardare alla realizzazione  importante ma non esaustivo, cos come guardare ai mezzi della realizzazione (beni primari, risorse ecc.) non ci dice tutto il necessario, in quanto l'egualizzazione del possesso di risorse o di beni primari non significa l'egualizzazione di libert sostantive godute da persone diverse, perch pu esserci una variazione rilevante nella conversione delle risorse nella libert, dovuta alla differenza tra persone. Pertanto, la via non pu che essere quella articolata e difficile del caratterizzare l'eguaglianza come eguaglianza di libert sostantive che danno luogo a un insieme di realizzazioni che noi  uomini e donne  abbiamo il potere effettivo di realizzare.

Laura Pennacchi, studiosa e saggista nel campo delle scienze sociali ed economiche, dirige la scuola Per la buona politica.  stata parlamentare per tre legislature e sottosegretario di Stato al ministero del Tesoro durante il primo governo Prodi.

Emancipazione
di Marisa Rodano
Emancipazione deriva dal latino: da ex mancipium, cio fuori dal dominio o dalla propriet; la parola mancipium infatti trae origine da manu capere, prendere con le mani, appropriarsi. Nella Roma antica emancipazione si riferiva all'atto con cui si conferiva al figlio la maggiore et e l'uscita dalla potest paterna, o alla decisione di dare a uno schiavo lo statuto di persona libera. Ha conservato tale secondo significato nel corso dei secoli; fu infatti definita proclamazione di emancipazione la dichiarazione del presidente Usa Abraham Lincoln del 1893 sulla liberazione degli schiavi nel territorio dell'Unione; dopo la guerra di secessione contro gli Stati confederati (e schiavisti) del sud, il 13 emendamento introdusse l'abolizione della schiavit nella Costituzione degli Stati Uniti. La parola emancipazione  stata utilizzata anche in riferimento ad altri processi di liberazione da uno stato di servit o di discriminazione: per esempio al riconoscimento della cittadinanza agli ebrei in Francia nel 1791 o all'affrancazione dei contadini russi dalla servit della gleba, a opera dello zar Alessandro II nel 1861.
Con la nascita dei primi movimenti femministi negli Usa e in Europa, con le lotte per il suffragio alle donne, si comincia a parlare di emancipazione femminile: Emancipazione della donna  il titolo di un saggio di Harriet Taylor, moglie di Stuart Mill, pubblicato anonimo in Inghilterra nel 1851. Anche le donne, infatti, erano rimaste nel corso dei secoli in una condizione servile per nascita, soggette agli uomini nella famiglia, escluse, salvo eccezioni dovute a motivi dinastici o di censo, dalla vita pubblica. Persino la dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino della Rivoluzione francese aveva escluso tassativamente le donne, e la lotta di Olimpia de Gouges per i diritti delle donne la condusse a morire sul patibolo.
In Italia, i movimenti femministi ed emancipazionisti dell'Ottocento e del primo Novecento non ottennero piena cittadinanza per le donne; il ventennale regime fascista ribad la loro minorit ed esclusione. Durante la Resistenza i Gruppi di difesa della donna operanti nell'Italia occupata dai nazisti e, nell'Italia liberata, il Comitato di iniziativa dell'Udi hanno assunto l'emancipazione femminile come proprio obiettivo, che inizialmente si concretizz nella conquista del diritto di voto per le donne e nella richiesta che la parit e l'eguaglianza dei diritti delle donne venissero inseriti nella Costituzione della Repubblica. Successivamente le donne si sono battute per la modifica, secondo il dettato costituzionale, della vecchia legislazione discriminatoria e perch i diritti diventassero concretamente esigibili. Negli anni 50, anni di duro scontro politico e sociale, pur impegnate prevalentemente nella lotta per migliori condizioni di vita, per la pace e contro le armi atomiche, conquistarono la tutela delle lavoratrici madri. Poi ripresero le lotte per il diritto al lavoro, considerato il fondamento per l'autonomia economica, come condizione di libert; per la parit di retribuzione, il riconoscimento del valore sociale del lavoro delle casalinghe, la parit alle donne nelle famiglie contadine, l'accesso alle carriere: fino alla sentenza della Corte Costituzionale del 1960, sul ricorso presentato da Rosa Oliva, le donne non potevano presentarsi ai concorsi per il ruolo di prefetto.  del 1963 il primo concorso per la magistratura aperto alle donne. A partire dagli anni 60, l'Udi proclama che l'emancipazione femminile  il fine e la ragion d'essere dell'associazione. Il concetto di emancipazione venne arricchito e affinato. Pur consapevole che la parit era ben lungi dall'essere conquistata, l'Udi decise di spostare l'asse della sua battaglia sul nodo del rapporto donna/lavoro/famiglia, di collocare cio al centro della sua iniziativa il tema della specificit  oggi diremmo differenza  femminile e della conquista da parte delle donne di diritti propri, per esempio quello di poter lavorare indipendentemente dallo stato civile (il divieto di licenziamento delle donne in caso di matrimonio). La tradizionale lotta contro le discriminazioni, per i diritti e la parit si coniugava con un'iniziativa volta a tener conto del duplice compito della donna nella vita produttiva come nella famiglia; il riconoscimento della complessit della persona-donna. L'Udi definiva la societ come societ maschile, fondata sulla divisione sociale del lavoro in base al sesso: agli uomini il potere, la politica, la cultura, il lavoro retribuito; alle donne la riproduzione della specie e il lavoro domestico e di cura, erogati gratuitamente. Ne discendeva un'azione diretta a conquistare servizi a sostegno delle donne o l'accesso all'istruzione superiore; a intervenire sull'orario di lavoro, sull'organizzazione dei tempi e sull'assetto delle citt per adeguare il sistema sociale alla presenza di due sessi e non di uno solo. Una piattaforma che recepiva sul terreno dei diritti civili tematiche nuove: la riforma del diritto di famiglia e delle norme penali sull'adulterio, la libera vendita dei prodotti anticoncezionali e l'educazione sessuale. Vennero poi le grandi battaglie sul divorzio, la depenalizzazione dell'aborto, la punizione della violenza sessuale.
Sul significato dell'emancipazione femminile ci sono sempre state polemiche. Negli anni 50, all'indomani della Liberazione, l'Udi era l'unica, tra le grandi associazioni femminili, che agiva per l'emancipazione delle donne. Le associazioni cattoliche, in particolare il Cif e le donne della democrazia cristiana, non andavano oltre il termine promozione. Dovettero passare molti decenni prima che, nell'enciclica di Giovanni XXIII, il moto di emancipazione femminile venisse indicato come un segno dei tempi. In quegli anni lontani persino nel mondo maschile della sinistra sovente la donna emancipata veniva considerata una donna poco perbene, che ambiva a comportarsi da maschio. In anni successivi si afferm, da parte soprattutto di giovani di orientamento marxista, che la questione femminile si sarebbe potuta risolvere solo sul terreno della contraddizione fondamentale: quella tra capitale e lavoro. Si sostenne, di conseguenza, che l'emancipazione femminile potesse coincidere meccanicamente con l'emancipazione del proletariato; veniva cos negato ogni valore alla lotta autonoma delle donne per la propria emancipazione, che sarebbe stata loro octroye dalla classe operaia. Non molto diverso fu, in seguito, l'atteggiamento di gran parte dei maschi delle formazioni politiche dette extraparlamentari, come Avanguardia operaia, Lotta continua ecc. Nel movimento studentesco del Sessantotto, le stesse ragazze rifiutavano l'idea di avere un problema di emancipazione: si sentivano paritariamente protagoniste del movimento; solo in seguito si sarebbero accorte di essere state gli angeli del ciclostile o le donne del capo.
L'avvento del movimento femminista ha aperto una nuova polemica, contrapponendo la liberazione all'emancipazione, definita come una mera omologazione della donna all'uomo. Affermazione non vera considerati i contenuti concreti assunti dalla lotta di emancipazione. I pensieri  il partire da s, l'autocoscienza  e le pratiche politiche del femminismo  il piccolo gruppo, il separatismo  spostarono l'asse dal rapporto della donna con la societ a quello della sua relazione personale con l'altro sesso, dal noi all'io e produssero una straordinaria e diffusa presa di coscienza da parte delle donne, un'autentica rivoluzione culturale, che ha cambiato profondamente la loro vita e la gestione dei rapporti interpersonali. E tuttavia ha finito per indebolire la capacit  intrinseca alla battaglia di emancipazione  di agire come soggetto collettivo e di scontrarsi non solo col singolo maschio, ma con il potere maschile nella societ, nella politica e nelle istituzioni.

Marisa Rodano, politica, militante antifascista, dirigente del Pci,  stata tra le fondatrici dell'Udi. Deputata dal 1948 e senatrice fino al 1972. Poi parlamentare europea. Di recente pubblicazione la sua autobiografia Del mutare dei tempi.

Empowerment
di Bianca Pomeranzi
La parola empowerment  stata usata nei primi anni 80 dalle femministe del Sud del mondo per indicare qualcosa di molto concreto, e cio la comparsa della soggettivit delle donne nello spazio pubblico mondiale, la loro decisione ad agire, in quanto donne, per cambiare lo stesso concetto di sviluppo del pianeta svelandone la complessit, le ingiustizie e tentando di dare a esso un significato che superasse quello strettamente economico. Il termine empowerment fu assunto proprio dalle donne del Sud del mondo poich esprimeva bene questo processo e il loro nuovo protagonismo e, al tempo stesso, offriva una prospettiva politica diversa dall'emancipazionismo dell'uguaglianza, cos come era stato proposto e pensato dalle culture nordeuropee all'inizio del Novecento. Empowerment implicava un'azione che metteva in luce gli intrecci tra la condizione di vita delle donne e i diversi assetti culturali, religiosi, sociali ed economici nelle diverse aree del mondo. Era dunque una parola carica della consapevolezza della complessit che qualsiasi tipo di mutamento, orientato al miglioramento e quindi definibile come sviluppo, produce nelle relazioni umane. Per tutti questi motivi l'empowerment  una parola femminista, capace cio di tradurre nella nuova scena della globalizzazione le pratiche e le idee che avevano permesso alle donne dei paesi occidentali di cambiare il rapporto con gli uomini e con la societ. Esso consentiva di mettere a tema come fattori di cambiamento l'insieme di saperi e di poteri da quelli pi personali, come la sessualit, la cura o le relazioni familiari, a quelli pi politici, come il lavoro, il welfare, il diritto, svelando come in ogni situazione, in ogni contesto umano e sociale, si producesse una tensione costante tra l'essere donna e l'essere uomo, una tensione fortemente politica, che permetteva ai movimenti delle donne e alle femministe di prendere parola e di avere una visione alternativa non solo della propria condizione, ma della condizione del pianeta. Il fatto che alle donne si riconoscesse un ruolo nella trasformazione dei sistemi di governo e di cura della vita consentiva inoltre di vederle, non solo come vittime da salvare o da assistere, ma anche nelle parti pi povere del mondo come soggetti del cambiamento.
A questa importante interpretazione dell'empowerment, frutto dell'incontro di donne di culture differenti e del femminismo transnazionale, negli ultimi anni non si  dato particolare valore, soprattutto in ambito internazionale. A poco a poco infatti esso  stato riportato all'interno di una lettura emancipazionista. La consapevolezza delle donne di dover prendere parola, di divenire soggetti autonomi, si  confusa con l'ingresso di alcune di loro nelle ristrette cerchie del potere. La crescita di coloro che sono arrivate ai posti di comando in Africa, in Asia e in America latina, ma pi spesso nel mondo sviluppato, ha ridotto l'immaginario di un empowerment collettivo e globale alla ricerca di personalit femminili che da sole dovrebbero indicare il cambiamento. Viene quasi da chiedersi se queste poche donne, spesso cooptate in modo tradizionale in pochi posti di comando, possano davvero contenere la potenza trasformativa che il femminismo aveva evocato. Di certo la valorizzazione di percorsi individuali di emancipazione tende a far rientrare nel rimosso della politica le esperienze collettive, quella soggettivit che potrebbe costituire un punto di partenza essenziale per capire cosa sta accadendo attualmente in un pianeta dilaniato da una crisi strutturale di cui quasi tutti sembrano ignorare la via d'uscita. Sarebbe utile che le donne, anche in Occidente, riprendessero a parlare di quella interpretazione dell'empowerment che negli anni 80 ci venne dal Sud del mondo, non per muovere alla conquista del potere, ma per avere la possibilit di trasformare il campo di intervento e i modi della politica. Proprio oggi, di fronte alla gravit e alla profondit di una crisi che non  solo una congiuntura economica e finanziaria, ma che modifica i modelli di vita e devasta il welfare delle persone e del pianeta in nome di una produzione che non  pi rivolta alla sopravvivenza umana, ma al suo rovescio, guardare all'esperienza delle donne che hanno lanciato l'empowerment come modo di riportare il sapere e che hanno messo l'azione femminile al centro della politica, potrebbe quindi essere importante. E non solo per le donne, ma per gli uomini, e per il pianeta. Per l'Italia di oggi, che si avvita in un declino astioso verso il suo passato e vuole chiudere i conti con il femminismo della trasformazione, il concetto di empowerment potrebbe costruire un terreno fertile di una nuova politica. In fondo, per rimettere in moto quel processo cominciato negli anni 70, in cui le donne sapevano far politica partendo dalla loro soggettivit, basterebbe acquistare la capacit di guardare alle contraddizioni del presente riprendendo quella autonomia che il ciclo lungo della globalizzazione ci ha fatto perdere.

Bianca Pomeranzi, esperta di cooperazione presso il ministero degli Affari Esteri, ha scritto numerosi articoli su riviste nazionali e internazionali in materia di politiche di genere e sviluppo, femminismo e globalizzazione.

Erotismo
di Susanna Schimperna
Ma  roba da sporcaccioni. Maturi signori che per eccitarsi hanno bisogno di sceneggiature tanto improbabili quanto ripetitive, coppie precipitate nella noia alla disperata ricerca  quasi sempre promossa dagli uomini  di nuovi stimoli, giovani repressi e contorti, bigotti incapaci di superare le pulsioni ma troppo inibiti per viverle con semplicit. Notata la declinazione maschile? Perch l'erotismo, nell'accezione pi comune e soprattutto (ahim) inossidabile nei secoli,  maschio. E ben si spiega. Fino ai primi decenni del Novecento, le donne considerate troppo sensuali erano passibili dell'accusa di ninfomania e quindi, nei casi diagnosticati estremi, variamente curabili con elettroshock o asportazione chirurgica della clitoride. Quanto alle fantasie sessuali, nucleo fondante dell'erotismo, si fatica a credere che ancora nel 1973 Nancy Friday  costretta, nell'introduzione al saggio My Secret Garden: Women's Sexual Fantasies, a dichiarare provocatoriamente la sua intenzione di dimostrare che esista un immaginario erotico femminile. Donne che si spogliavano, certo. Donne sessualmente attive, in fondo perch no, vantaggi ce n'erano e molti. Ma donne capaci di avere fantasie proprie, magari per nulla complementari a quelle maschili? Insopportabile. L'ultimo scandalo, l'ultimo pericolo: l'erotismo al femminile, contraltare inquietante e beffardamente ingovernabile di quel sesso fasullo che gi cominciava a essere presentato nelle esibizioni realistiche delle pornoattrici, curve gonfiate e genitali sparati in primo piano, trame e posizioni decise a tavolino sulla base di un supposto gusto medio e con ogni sorta di limitazioni possibili (il film porno deve costare pochissimo). Alcune donne caddero nella trappola, e in buona fede, appassionatamente, presero a difendere la pornografia contro l'erotismo, vedendo nella prima una manifestazione pi naturale, senza infingimenti, senza ipocrisie, e nel secondo, appunto, un bieco prodotto di bavosi morbosi, viziosi. Accecate dal disgusto per la doppia morale di una societ perbenista e non perbene, non videro la pochezza, la speculazione, il forte rischio di alienazione insiti in un sesso trattato come lavoro, agito come ginnastica, interpretato obbedendo a direttive di mercato. Mostrato. Privilegiando, e altrimenti non potrebbe essere, il guardare al fare, al sentire, all'immaginare. Ma i sensi sono cinque, e tra questi, nell'eros, forse la vista  il meno importante. Forse. Perch l'erotismo , sempre e per definizione, spavaldamente individuale. Nonostante o proprio perch l'illustre figura mitologica a cui  simbolicamente associato si situa al di qua di ogni distinzione, fuori dal tempo e dall'emergere di individui e cose.
Eros era il creatore. Divinit primordiale accanto a Caos, il Cielo, e Gea, la Terra. Ancora Cielo e Terra non si erano separati, maschile e femminile erano insieme, compenetrati, a formare un Uno che solo con sforzo intellettuale possiamo provare a concepire. Eros non era affatto, dunque, il dio delle unioni. Era forza creatrice allo stato puro. Solo in seguito, curioso destino, Eros diventa il dio dell'amore, questa volta come figlio di Ares e Afrodite, Marte e Venere. Presiede, in questa nuova veste, all'armonia, che invece l'Eros primigenio sovrascriveva in nome del bisogno di creare. Ancora un equivoco: neppure questo secondo Eros  davvero erotico come noi oggi lo intendiamo. Racconta infatti il mito che, bench allevato con le pi attente cure, restasse gracile fisicamente e poco vitale, malinconico. Afrodite si rec dunque da Temi, la dea della giustizia e del diritto, padrona dell'oracolo di Delfi e capace di reponsi grandiosi. L'amore non pu crescere senza la passione disse Temi. Parole enigmatiche il cui senso fu chiaro ad Afrodite solo dopo la nascita di Anteros, dio della passione: quando stavano insieme, i due fratelli erano felici ed Eros diventava bello, forte, adulto; ogni volta che si separavano, Eros tornava triste, debole, perdeva i suoi modi virili e ricadeva in una stucchevole immaturit.
Un grande equivoco, dunque, quello di attribuire a Eros valenze armonizzatrici. Se  vero che i miti ci raccontano in termini fiabeschi la storia del nostro percorso evolutivo, dobbiamo riconoscere a Eros uno slancio fuori da ogni controllo, norma, strategia. Cieco (nei primordi). Appassionato (ai tempi di Anteros). Eros gioca. Con il desiderio e con la possibilit. Senza alcun altro scopo che quello di creare nel piacere.
Il richiamo del mito  preciso: ci parla di libert e di avventura, le cose pi eccitanti che esistano. L'erotismo diventa oggi la grande scommessa di non piegarci al ricatto di dover sedurre, perch la seduzione come linea guida del comportamento equivale ad annullare l'eros. Erotico  ci che spiazza. Un gesto, un contatto, uno sguardo, purch inaspettati. Diretti a te, soltanto a te. Orribile quindi identificare l'erotismo con un ritorno studiato e vantaggioso agli antichi suggerimenti delle nonne: non mettere in mostra il tuo corpo, meglio un abito che lasci intravedere di uno che scopra, fatti corteggiare, non darti via facilmente  tramutato da un po' di tempo in un ancora pi repellente non darla . L'erotismo non  sintetizzabile in un manuale.  accettare di entrare in contatto profondo con l'altro e giocare senza regole e senza rete, privilegiando il piacere al narcisismo. Tornando alle fantasie, che tanta importanza hanno nella dimensione erotica, le donne con infinita pi libert degli uomini possono immaginare persone del loro sesso, eccitarsi con loro senza per questo sentire di dover traslare la fantasia in azione o entrare in crisi sui propri orientamenti sessuali. Perch le donne  ma ovviamente la mia  soltanto un'ipotesi  non hanno mai dimenticato il vero Eros, s, il Creatore, colui che regnava su un universo indifferenziato e se la rideva delle nostre paure e dei nostri distinguo.

Susanna Schimperna  giornalista, conduttrice radiofonica e televisiva e scrittrice. Ha diretto le riviste Blue e Cuore. Tra i suoi libri: Perch gli uomini mentono e Abbandonati e contenti.

Et
di Gabriella Pinnar
La rivisitazione in chiave simbolica delle tre fasi che tradizionalmente scandivano la vita femminile, infanzia maternit vecchiaia, la ritroviamo nella tela di Gustav Klimt. Siamo nel 1905 e Le tre et della donna ci restituisce l'idea che l'unico antidoto contro l'inesorabile trascorrere del tempo sia la maternit. La giovane madre si offre frontalmente e con orgoglio tiene in braccio la neonata, mentre accanto una vecchia donna, ritratta di profilo, si copre il volto con le mani, mortificata dalla decadenza del corpo.
Sono passati cento anni e oggi l'et anagrafica non opera pi quella tirannia sulla rappresentazione del s corporeo femminile. Una recente ricerca della London School of Economics ci dice che la terza et inizia dopo gli ottanta anni e che il 72% di un campione di popolazione di sessantacinque anni proveniente da undici paesi, quelli europei in testa, percepisce una late youth.
I confini tra le varie fasi della vita sono sempre pi mobili, le transizioni pi incerte, e si sono profondamente modificati i rituali espressivi legati ai passaggi di et. Stili di vita, un tempo condizionati dall'anagrafe, oggi sono determinati dalla moda, dai consumi trasversali, dalla possibilit di procrastinare le scelte anche dopo i quarant'anni e di dare scossoni sentimentali a esistenze che sembravano non prevederne pi. Si parla di trans-age, a sottolineare che  emersa una neo generazione. Ritornano le icone degli anni 60, Twiggy rinnovata testimonial, mentre Lauren Hutton posa senilmente nuda e Moschino promuove una sfilata age.
Siamo di fronte a un presente esteso che cambia le coordinate del tempo giusto, quello del matrimonio e della maternit. L'et delle donne si rivela sempre pi come una costruzione sociale influenzata dal tipo di societ in cui si vive, e in questo senso essa  una chiave del mutamento sociale. La vita media si  allungata, le sue punteggiature si spostano e con esse anche l'accesso ai diritti e a nuovi ruoli. I concetti di et minima, et massima, et giusta ricevono una nuova declinazione. Appuntamenti biologici che per le donne ponevano come ineludibili scelte e decisioni esistenziali possono essere rimandati, grazie a una sorta di moratoria che investe anche le nostre mappe cognitive, rendendo arcaico un lessico sociale fatto dall'essere in ritardo o fuori tempo. Si  affermato un modello di differimento che inizia con il prolungamento dell'adolescenza e viene alimentato anche dalla precariet professionale.
Anche la storia della famiglia, cui il femminismo ha dato un contributo rilevante,  in parte storia dei cambiamenti dell'et in cui ci si sposa, si diventa madri, si lavora, si va in pensione, si invecchia. Fino agli anni 60 le biografie femminili risultavano istituzionalizzate in calendari standardizzati e l'et costituiva una variabile predittiva con scansioni rassicuranti.
I comportamenti e gli atteggiamenti delle donne femministe hanno contribuito a proiettare fantasie, valori, progetti, in biografie non legate all'identificazione con la propria et e con l'adesione a essa. Madri e figlie allegramente abbigliate al di l dei confini anagrafici sono state protagoniste di manifestazioni e riunioni di autocoscienza nelle quali non si disdegnava di sferruzzare con lane coloratissime, liberando anche il lavoro a maglia da un immaginario legato alla vecchiaia.  merito dei gender studies, e in Italia delle ricerche di Chiara Saraceno, Laura Balbo, Franca Bimbi e tante altre, aver evidenziato l'importanza di assumere il corso di vita come pi esaustivo della variabile et per spiegare indeterminatezze e apparenti incongruenze del trascorrere del tempo nelle biografie femminili. All'origine dell'interesse per la definizione sociale dell'et delle donne e per i meccanismi di trasmissione generazionale c' stato l'irrompere di un soggetto con una nuova visibilit e un imprevisto potere di negoziazione. Il femminismo ha contribuito da una parte a un entusiasmo omologativo, regalando immagini di donne che apparivano in qualche modo tutte coetanee, dall'altra forse proprio per questa attitudine anche estetica, ha espunto nella sua fase iniziale la riflessione sull'et come tempo che passa, trascurando i cosiddetti eventi contrassegno (marker events) e le dissonanze anagrafiche che in qualche modo violavano aspettative socialmente sedimentate. Nuove libert e vecchie prescrizioni, investimenti progettuali e rischi, si scontravano fra mandati di conservazione e imperativi di mutamento e di sovvertimento. Scrittrici femministe, dalla Greer alla Lessing, hanno reso protagoniste letterarie le et avanzate, Simone de Beauvoir ne ha evidenziato la scandalosa ineluttabilit, altre si potrebbero citare. Ma il processo di emancipazione e di liberazione dai ruoli sembrava aver generato nel femminismo anche una sorta di rimozione e comunque di affrancamento dalla vecchiaia come destino. Oggi le trasformazioni demografiche, l'aumento del numero degli anziani e la loro maggiore visibilit sociale, non solo perch si vive pi a lungo ma anche perch sono diminuite le nascite, ha spostato la riflessione delle donne sulla loro funambolica presenza prestazionista nella societ. Non solo in famiglia e nel mercato del lavoro, ma sempre pi nelle strutture di welfare come supplenti del lavoro di cura, contemporaneamente figlie di genitori molto anziani, madri di figli sempre pi a lungo dipendenti, nonch nonne assidue. Ma l'et femminile  ormai come la temperatura atmosferica, quella che fa dire ai metereologi che esistono i gradi effettivi e quelli percepiti. Come reagiscono allora le donne al passare del tempo rispetto a un ordine simbolico sia pubblico che privato? Una rinnovata cultura del corpo attutisce l'impatto delle scadenze biologiche, mentre la rappresentazione sociale del corso di vita femminile  diventata fluida e corrobora l'idea che l'et non debba interferire come per il passato, anzi sia una fra le tante possibili discriminazioni da combattere. In questo senso oggi si  solo diversamente giovani e, come riferimento psicologico, ci si appiglia all'et vitale, insomma quella che ci si sente.
Da giovinette si cercava di bruciare le tappe dell'affrancamento estetico dall'adolescenza, in lotta con un tempo lento che non passava mai e sembrava complottare contro i desideri femminili, le calze di nylon al posto dei calzettoni, le gonne strette invece dei kilt da collegiale, la liceit del trucco e del parrucchiere. Nel fastidio dell'invecchiare invece il tempo vola, si cerca di contrastarlo spesso con eccessiva caparbiet, ma comunque l'et accompagna il corpo femminile senza pi costringerlo in gabbie anagrafiche.
Nel 1936 Henry De Montherlant (Jeunes filles) faceva dire alla spaventata protagonista: Ho trent'anni. I giochi sono fatti [...] quello di cui ho bisogno non  pi un futuro ma un passato [...] non ho pi speranze ma ricordi. Da allora per fortuna si sono fatti passi avanti, contrastando l'avanzare dell'et con salti di decenni. I quaranta anni in faccia del bel libro di Annagiulia Fani e Vanna Vannuccini della fine degli anni 70, sono diventati i cinquanta delle nuove ragazze di Marina Piazza negli anni 90, e i sessanta e oltre delle donne sempreverdi di Lina Sotis. Recentemente anche il libro di Loredana Lipperini, Non  un paese per vecchie, cerca di rigettare lo stereotipo della terza et, parola scabrosa che rischia di provocare smarrimenti identitari.
Insomma, le donne soprattutto come persone. N streghe n madonne, solo donne, come allegramente gridavano i cortei femministi degli anni 70. E oggi? N finte giovani n nonne, solo donne.

Gabriella Pinnar insegna Sociologia del welfare e Gestione delle politiche pubbliche all'Universit La Sapienza di Roma.

Fallo
di Pat Carra

Pat Carra, autrice di fumetti, ha pubblicato su Noi donne, Cuore, Smemoranda, Aspirina e Donna moderna. Tra i suoi libri: Svegliatevi bambine e Orizzonti di boria.

Famiglia
di Chiara Saraceno
Diversi anni fa, la sociologa statunitense Barrie Thorne (1985) osserv che la famiglia  come un arazzo: molti fili, di colori diversi, compongono un disegno che all'osservatore appare unitario, ma che  il risultato dell'intersecarsi di una molteplicit di dimensioni, colori, appunto fili. Se si mette a fuoco un filo/colore, se ci si concentra su un dettaglio, il disegno complessivo pu apparire in parte diverso. Aggiungeva Thorne che le analisi femministe avevano appunto individuato uno di questi fili nell'arazzo della famiglia: il costrutto sociale del genere come principio organizzativo, insieme delle identit personali di uomini e donne e la divisione del lavoro tra uomini e donne in famiglia.
Ho sempre trovato la metafora dell'arazzo suggestiva e illuminante. Ma essa restituisce pur sempre un'immagine statica della famiglia. Forse la metafora del caleidoscopio sarebbe pi aderente a un fenomeno che non solo muta nel tempo, ma anche da una societ all'altra.
In ogni societ conosciuta e in ogni epoca troviamo, infatti, forme di regolazione dei rapporti di sesso, di generazione e tra le generazioni. In particolare ogni societ regola i rapporti di filiazione, ovvero a chi appartengono i figli, a chi  concesso avere figli e quindi qual  lo statuto di chi viene al mondo a seconda che la generazione avvenga o meno secondo le norme socialmente stabilite. Ma ci avviene ed  avvenuto in modi cos differenti che  impossibile individuarne il nocciolo duro, persistente al di l delle variazioni storiche e sociali. Ovvero non  possibile individuare una sorta di famiglia naturale, o fondata sulla natura umana. Al contrario, la storia umana presenta un pressoch inesauribile repertorio di modi di organizzare e attribuire significato alla generazione e alla sessualit, all'alleanza tra gruppi e a quella tra individui, di costruire, appunto, famiglie sia dal punto di vista delle unit di convivenza che dal punto di vista delle parentele. Poligamia, poliginia e monogamia, patrilinearit e matrilinearit, nuclearit o complessit delle unit di convivenza sono solo alcune delle forme in cui si sono organizzati i rapporti di sesso e generazione socialmente riconosciuti. Lungi dal riconoscere e dare forma giuridica a una natura che esiste l fuori, quindi, le norme  sociali, religiose, giuridiche  oggi come sempre costruiscono la famiglia. Sono le norme che definiscono di volta in volta che cosa della natura  considerato socialmente legittimo (per esempio la procreazione entro il matrimonio, la eterosessualit coniugale) e ci che non lo  (per esempio la procreazione fuori dal matrimonio, fuori dal rapporto di coppia eterosessuale stabile, l'omosessualit), ci che  naturale, ma anche esplicitamente artificiale (l'adozione, o, per la legge italiana l'inseminazione artificiale cosiddetta omologa)  costituisce una famiglia e ci cui invece si nega questo riconoscimento.
Anche nel circoscritto ambito delle societ occidentali sviluppate contemporanee si possono riscontrare forti differenze: nella maggiore o minore facilit con cui si pu ottenere un divorzio, nella durata ed estensione delle obbligazioni, soprattutto economiche, tra le generazioni, nel grado di riconoscimento delle relazioni di coppia eterosessuali non basate sul matrimonio e delle coppie omosessuali, nelle norme sull'adozione cos come in quelle sulla fecondazione assistita e cos via.
Occorre inoltre distinguere tra famiglia intesa come unit di convivenza e famiglia come gruppo dei parenti pi stretti, non necessariamente conviventi. In molte lingue, in effetti, le due accezioni sono distinte anche terminologicamente, indicando la prima come household, Haushalt, mnage e cos via, e mantenendo il termine famiglia per indicare la cerchia di coloro con i quali gli scambi sono pi frequenti e la solidariet percepita e agita pi intensa. Anche in questo caso la ricerca sia storica che sociale segnala come i rapporti con i parenti stretti e le reti parentali abbiano avuto e abbiano una densit e una rilevanza molto diversa da una societ all'altra e come non sempre i parenti legali siano coloro cui ci si sente pi vicini e da cui ci si aspetta maggiormente solidariet e sostegno. Al contrario, in passato come oggi,  diffusa l'esperienza di legami di affetto e solidariet elettivi, famiglie fittizie dal punto di vista delle norme giuridiche e talvolta anche sociali, ma caratterizzate da rapporti saldi e duraturi.
Anche la demografia ha il suo ruolo nel differenziare le famiglie. Alle famiglie ampie nella dimensione orizzontale di una volta, con tanti figli ma pochi anziani, si contrappongono oggi nelle societ sviluppate le famiglie in cui un solo figlio fronteggia quasi sempre due e spesso anche tre generazioni pi vecchie di lui/lei avendo viceversa pochi o nessun cugino. Ci modifica radicalmente l'esperienza, oltre che la durata, di essere figlio o genitore. E se in alcune societ in via di sviluppo  ancora frequente il rischio di rimanere orfani di almeno un genitore prima di diventare adulti, nelle societ sviluppate si  diffusa l'esperienza di perdere la convivenza regolare con un genitore nonostante questi sia ancora in vita. D'altra parte, le cosiddette famiglie ricomposte segnalano la possibilit che anche nelle societ sviluppate caratterizzate da famiglie nucleari si realizzino forme di genitorialit (e anche nonnit) allargate.
La novit dell'epoca contemporanea, quindi, non sta tanto nella variet dei modi di fare famiglia, quanto nel fatto che questa variet  spesso presente, esplicita, rivendicata come legittima, all'interno di una stessa societ, vuoi perch i fenomeni migratori rompono le omogeneit date per scontate di una societ, vuoi perch la competizione su chi abbia titolo a definire ci che  legittimo e ci che non lo  vede in campo nuovi attori, dai movimenti ai singoli cittadini.
Ma i modi di normare e fare la famiglia non differenziano solo epoche storiche, societ, gruppi sociali. Differenziano anche l'esperienza di coloro da cui  costituita: dei sessi e delle generazioni. La famiglia  anche il luogo sociale e simbolico in cui la differenza, in particolare la differenza sessuale,  assunta come fondante e contemporaneamente costruita come tale e spesso trasformata in disuguaglianza, con, o anche senza, l'avvallo delle norme giuridiche. Luogo in cui i due sessi si incontrano e convivono,  infatti anche lo spazio storico e simbolico nel quale, e a partire dal quale, si dispiega la divisione del lavoro, degli spazi, delle competenze, dei valori, dei destini personali di uomini e donne, anche se ci assume forme diverse nelle varie societ.  innanzitutto a livello della famiglia che l'appartenenza sessuale diviene un destino sociale, implicitamente o esplicitamente normato, e che viene collocata entro una gerarchia di valori, potere, responsabilit. Ci si traduce in maggiori rischi di povert per le donne (e indirettamente per i bambini) nel caso di fine di un matrimonio e anche in vecchiaia. Parallelamente gli uomini, o meglio i padri, corrono maggiori rischi di perdita dei rapporti con i figli e di isolamento in et anziana nel caso di divorzio.
Infine, l'appartenenza familiare costituisce uno dei principali meccanismi di trasmissione della disuguaglianza sociale da una generazione all'altra, quindi anche di consolidamento delle disuguaglianze sociali. Ci avviene sia perch le famiglie possono offrire ai pi giovani risorse e opportunit diverse a seconda della loro propria collocazione sociale, sia perch gli adulti tendono a trasmettere i modelli di comportamento, i sistemi di priorit, i tipi di motivazione. Ci spiega perch anche nelle societ democratiche e formalmente aperte l'origine familiare segni ancora fortemente il destino sociale delle generazioni pi giovani. Tale trasmissione della disuguaglianza tuttavia  tanto pi forte quanto pi lunga ed esclusiva  la dipendenza economica e nelle chances di vita dei giovani dalle loro famiglie di origine, e tanto pi fragili o limitate sono le opportunit e i diritti cui hanno accesso come individui.

Chiara Saraceno, sociologa, ha insegnato Sociologia della Famiglia presso la facolt di Scienze politiche all'Universit di Torino. Attualmente  professore di ricerca presso il Wissenschaftszentrum fr Sozialforschung di Berlino e editorialista della Repubblica.

Fecondazione assistita
di Nicoletta Tiliacos
Dalla nascita della prima bambina concepita in vitro, l'inglese Louise Brown, avvenuta il 25 luglio del 1978, la tecnica denominata Fivet (Fecondation in vitro and embryo transfer)  diventata pratica talmente corrente che sembra strano sentir parlare di fecondazione se non nel senso artificiale del termine. Trent'anni dopo, si calcolava fossero ormai pi di tre milioni in tutto il mondo (centomila in Italia) i figli della provetta. Definizione ambigua, perch una madre e un padre ci sono sempre, se c' un figlio, ma adatta a segnalare la centralit di quel terzo soggetto (il medico) necessariamente coinvolto in un concepimento extracorporeo. Quella definizione registra la trasformazione materiale e simbolica di ci che di pi carnale esiste nell'esperienza umana  il concepimento di un bambino attraverso l'unione dei corpi di una donna e di un uomo  in operazione parcellizzata, medicalizzata, fuori dal corpo materno. Il prodotto del concepimento diventa davvero un prodotto, fabbricato attraverso procedure tecniche.
Salutata come la rivoluzione che avrebbe sconfitto il problema della sterilit, la tecnica messa a punto dal britannico Robert Edwards (e da Jacques Testart in Francia) in realt non era altro che l'applicazione agli esseri umani di un procedimento gi sperimentato sui bovini. Quando la ventinovenne signora Lesley Brown, sterile per un problema di chiusura delle tube, partor la sua bambina concepita in vitro, nulla si sapeva di quali sarebbero state le conseguenze per quell'essere umano che, unico al mondo, aveva trascorso i primissimi giorni del proprio sviluppo embrionale in una coltura in provetta e non nell'utero materno. Oggi, dopo molte indagini epidemiologiche, sappiamo che le tecniche di fecondazione artificiale non sono innocenti rispetto alla maggiore incidenza di certe patologie. Nei nati da Icsi (tecnica che consente di usare un singolo spermatozoo inserito a forza nell'ovocita, mentre la Fivet  la semplice messa in contatto di ovociti e spermatozoi in provetta), per esempio,  stato riscontrato un significativo aumento di alcune malattie genetiche rare, e i nati con quella tecnica saranno a loro volta sterili.
Dal 1978 si  lavorato alacremente al perfezionamento delle procedure, ma alcuni ostacoli non sono mai stati superati. Le cifre continuano a ricordarci che le donne sono fertili da giovani e che a quarant'anni la possibilit di avere un bambino attraverso Fivet, soprattutto per chi non ne ha avuti in precedenza,  talmente irrisoria (meno del dieci per cento) che nel 2009, in Germania, il servizio sanitario nazionale ha deciso, per donne di quell'et, di non farsi carico dei tentativi successivi al primo. Non bastano le prove muscolari offerte dalle mamme-nonne ingravidate grazie a ovociti altrui e a bombardamenti ormonali per cambiare la realt. Ma quello della procreazione assistita  un campo in cui le mitologie, lo spostamento continuo del limite da superare, l'ambizione di padroneggiare i meccanismi della generazione si sovrappongono continuamente al piano della realt. La prima conseguenza  che, pi la riproduzione artificiale si fa pratica routinaria, pi diventa insopportabile abituarsi all'idea che possa fallire. La rivoluzione inaugurata con la nascita di Louise Brown  stata, molto prima che scientifica, antropologica, perch tocca il modo stesso in cui ci pensiamo come esseri umani: la vita umana  creata dall'uomo in laboratorio, separando la procreazione dal sesso, dopo che il sesso era stato separato dalla procreazione attraverso la contraccezione.  diventato difficile anche ricordare  lo si  visto, in Italia, durante la battaglia attorno alla legge 40, ai limiti che stabilisce alla produzione di embrioni sovrannumerari, al divieto di selezionarli da parte delle coppie portatrici di malattie genetiche e al divieto di pratiche eterologhe, con seme e ovociti donati  che, ai suoi esordi, la rivoluzione della provetta non aveva affatto riscosso il plauso del movimento delle donne. Pi propenso a cogliere l'aspetto problematico (e tutt'altro che liberatorio) della manipolazione tecnologica del corpo femminile, campo di sperimentazione e luogo di esercizio di un potere medical-tecnologico che rimane tuttora maschile. Le pratiche di fecondazione, del resto, rimangono tuttora molto invasive. Sotto questo aspetto, poco o nulla  cambiato, mentre a essere cambiata, negli ultimi anni,  la loro missione: non solo rimedio alla sterilit ma strumento di costruzione di nuove forme di parentela (ovociti comprati, mescolanza di seme, utero in affitto, maternit surrogata, fornitura del bambino subito dopo il parto: anche una coppia formata da due uomini pu rivendicare il proprio bambino) e modo per scegliere quale figlio avere, attraverso la selezione genetica degli embrioni o la selezione del sesso.
Il futuro prossimo venturo promette la possibilit di ottenere ovuli e spermatozoi in grandi quantit a partire da un semplice lembo di pelle, attraverso la tecnica della riprogrammazione cellulare, mentre c' gi chi lavora all'utero artificiale. Ne argomentava in un suo discusso libro il biologo francese Henri Atlan, convinto che molto presto si svilupper una domanda da parte di donne desiderose di procreare risparmiandosi la costrizione di una gravidanza. Ci sarebbe da ridere, se non fosse che qualcuno avr sorriso anche quando Aldous Huxley, nel 1932, disegn l'incubo del Brave New World, il Mondo Nuovo dove ogni legame familiare si  dissolto ed  finito fuorilegge, perch l'unico modo di nascere  la provetta, corredata da uteri artificiali posti in Stanze di Decantazione, divise a seconda del destino (di paria o di notabile) assegnato ai nascituri.

Nicoletta Tiliacos, giornalista, ha fondato, agli inizi degli anni 80, il Gruppo di attenzione sulle tecniche di procreazione artificiale. Da allora si  occupata di questioni bioetiche. Attualmente scrive su Il Foglio.

Figlia
di Carola Susani
Ero incinta di un paio di mesi e stavo facendo il solletico alla mia prima figlia. Ero a casa di un amico, uno che normalmente non si lascia mettere in trappola dalle cristallizzazioni, dai luoghi comuni. Mi ha detto: Vedrai che passione, se sar un maschio! Che passione piena. Come capita quando affiorano i relitti, non si rendeva conto di quanto la sua frase fosse violenta: metteva in dubbio la mia passione per la bambina. La considerava una passione minore? Non gli ho chiesto da quale discorso si fosse staccata la sua considerazione, se da un discorso psicanalitico, se invece sottintendesse un dato di natura, cose del genere maschio sta bene con femmina e femmina con maschio, madre con figlio, padre con figlia perch  cos; non gli ho domandato cosa mancasse, secondo lui, nella passione tra me e mia figlia, tra una madre e una figlia. Ho lasciato cadere con un po' di imbarazzo. Non ho mai fatto esperienza della passione per un figlio maschio: anche la mia seconda bambina  una bambina.
Sull'amore tra la madre e la figlia si accumulano brandelli di discorso, la maggior parte d per scontato che, dopo una simbiosi, madre e figlia siano in competizione, per via del padre e compagno, per la difesa o per la costruzione dell'identit, per l'assunzione o l'estromissione rispetto a un ruolo sociale. Ma una volta, sull'autobus, una vecchia signora mi ha detto:  meglio una femmina, una femmina  per la madre. Anche quella frase aveva l'aria di essere un relitto, ma veniva da un vascello per me pi inconsueto. Intuivo appena di cosa parlasse, conversazioni, risate e silenzi durante la preparazione dei pasti, la casa della figlia, rifugio nella tarda vecchiaia, le sue mani, non comode, non accoglienti, ma forse armate di una violenza pi tollerabile che non mani estranee, nei momenti di crisi, nelle malattie, vicino alla morte. Certo, il fatto che fosse pi inconsueto non lo rendeva per questo pi vero. La contemporanea presenza di discorsi contraddittori e antitetici mi piace. Consente di riconoscere i relitti per quello che sono, schegge di cui non bisogna fidarsi, e non semina di saggezza di un organico pensiero collettivo. Se i messaggi che ti arrivano sono cos contraddittori, non ti puoi adagiare, sei costretta a metterli in discussione, ad andare a vedere.
Essere la figlia nel rapporto con la madre concreta e simbolica,  stato un tema centrale del femminismo. Per molto tempo, il soggetto del discorso  stato la figlia, la madre era un oggetto indagato, un oggetto potente e affascinante, rifiutato e cercato accoratamente. Poi  arrivato anche l'essere madre, e madre  pi simbolica che concreta  di figlie. La scoperta della mancanza di una rappresentazione della relazione tra la madre e la bambina piccola, e di una presenza ossessiva invece di madri con bambino, di Madonne,  stata importante. Se oggi l'immagine del rapporto tra la madre e il figlio maschio (la madre in pace perch ha dato vita a un figlio che pu farsi carico di rappresentarla nel mondo) non  pi cos pacifica, la rappresentazione del rapporto madre-figlia ondeggia ancora tra Biancaneve e Bellissima. Da un lato, Biancaneve e la regina, la competizione per un unico ruolo possibile, statico, in cui bellezza, giovent e potere si sovrappongono senza lasciare margini, senza giochi o dialettiche; dall'altro Bellissima, dove una madre devota getta sulla figlia il carico dei propri desideri senza riconoscere quelli della bambina. Nei due casi, il campo di battaglia  il corpo addobbato, fatto sociale, strumento di potere e mezzo di scambio. Queste rappresentazioni mantengono una loro forza di verit, dicono ancora, e di nuovo, qualcosa sull'elemento tragico che il sistema delle relazioni sociali scarica sul rapporto tra le madri e le figlie. Ma non bisogna confondere l'essenza di un rapporto complesso con la sua faticosa condizione storica:  probabilmente vero che la costruzione dell'identit di una figlia comporta un conflitto con sua madre, mentre  evidentemente falso che il rapporto tra madre e figlia debba essere per forza competizione o surrogato, come se al mondo ci fosse spazio per un'incarnazione di donna alla volta. Ogni donna esiste perch  una tra le altre, altrimenti il mondo  una scatola molto piccola abitata da un solo manichino con la parrucca e dai suoi misteriosi estimatori.
Eppure qualcosa di nuovo c': in Occidente  caduto il disvalore sociale delle figlie e si  liberato il desiderio di mettere al mondo bambine. I padri desiderano figlie, le madri desiderano figlie, tanto quanto e a volte pi che figli maschi. Andrebbe capito perch, ma mi sembra un buon inizio. La recrudescenza o la permanenza anche residuale di un disvalore nel mettere al mondo le bambine, dentro e fuori dalle nostre citt, dove persistono, dichiarano una sofferenza culturale cos violenta da richiedere critica lucida e urgente riforma.
Mancano ancora icone, mancano rappresentazioni depositate del rapporto tra la madre e la bambina, cos bisogna inventarle. Se devo immaginare la coppia, mi viene in mente un'immagine neo pop, un'immagine che non ho mai visto. La figlia e la madre tutte e due con grandi teste senza capelli, rosse nere o fucsia, con gli occhi grandi. I corpi piccoli, le passere in evidenza. La figlia in braccio alla madre. I visi rivolti all'esterno. Strabiche, con un occhio si guardano dubbiose, con l'altro studiano il mondo. Perch il rapporto tra madre e figlia deve essere critico, cosciente, se vuole essere felice.

Carola Susani, scrittrice, fa parte della redazione di Nuovi Argomenti. Ha pubblicato tra gli altri: Il libro di Teresa, La terra dei dinosauri e i romanzi per ragazzi Il licantropo e Cola Pesce.

Gendercide
di Marianna Rizzini
Un paio di scarpette rosa in copertina, uno sfondo nero come la notte e un titolo inequivocabile: Gendercide. Che cosa  accaduto a cento milioni di bambine? Cos l'Economist, nel marzo 2010 (in occasione della festa della donna), puntava i riflettori su un fenomeno preoccupante eppure in larga parte sommerso: la strage silenziosa delle figlie femmine in paesi dalla roboante crescita economica (come le due tigri asiatiche, India e Cina). Una strage o, come la defin Mary Anne Warren nel 1985 (nel libro Gendercide: The Implication of Sex Selection), uno sterminio deliberato di persone di un particolare sesso. Certo la parola gendercide  forte. Pu sembrare addirittura esagerata, ma  proprio questo il problema:  difficile capire fino a che punto la combinazione di tre fattori  tecnologia, calo di fertilit e antichi pregiudizi  congiurino contro le bambine e fino a che punto si preferisca chiudere gli occhi e attribuire a naturali oscillazioni demografiche un dato che naturale non . La diffusione dell'ecografia che permette di conoscere il sesso del nascituro, da un lato, e il miglioramento delle condizioni economiche che portano le coppie abbienti a preferire famiglie non numerose, dall'altro, se combinati con vecchie convinzioni sull'inutilit della figlia femmina (destinata ad arricchire soltanto la casa del futuro marito), hanno creato le premesse per una drastica diminuzione dei fiocchi rosa. Questo dice il demografo Nick Eberstad dell'American Enterprise Institute all'Economist, e l'Economist precisa: non si tratta di andare contro la tecnologia, e nemmeno di mettere in discussione la legislazione sull'aborto, ma di riflettere su una tragedia in corso. Ci sono realt dove la figlia femmina non viene neppure fatta nascere e realt in cui viene fatta nascere e poi abbandonata, soffocata con il cordone ombelicale o buttata per strada, come racconta la scrittrice cinese Xinran nel suo libro Le figlie perdute della Cina, in cui l'orrore  raccontato in presa diretta da madri anonime che Xinran ha incontrato, madri che spesso hanno tentato il suicidio per il rimorso (i dati sui suicidi femminili in Cina dicono che molte ci riescono). La politica del figlio unico, introdotta in Cina nel 1979, ha paradossalmente favorito la scomparsa delle bambine nelle regioni dove si prevedono eccezioni alla regola. Ci sono infatti zone della Cina dove sono concesse deroghe alle coppie che abbiano avuto una prima figlia femmina. Ed  proprio in quelle zone che la seconda figlia femmina scompare spesso nel nulla. In altre parole: le madri abortiscono le bambine nella speranza di avere un'altra possibilit di partorire un maschio, nonostante la legislazione proibisca gli aborti selettivi (ma  difficile provare che un aborto sia avvenuto per ragioni legate al sesso del nascituro, motivo per cui spesso si riesce ad aggirare la legge). Ci sono poi donne che lasciano morire le figlie in culla, subendo i diktat di un capo famiglia per cui un'altra bambina significa soltanto fondo perduto. A questo proposito Xinran racconta la sua visita a una famiglia contadina dello Shandong. La scrittrice entra mentre una donna sta partorendo, sente dalla cucina i lamenti della madre e il pianto di un neonato. Poi la scoperta agghiacciante: una bambina gettata viva nell'immondizia. Gi vent'anni fa l'economista indiano Amartya Sen aveva fissato a cento milioni le bambine mancanti all'appello, ma il numero  molto cresciuto, se  vero che, come ha stimato l'Accademia cinese di Scienze Sociali, nel 2020 la Cina avr trenta-quaranta milioni di giovani uomini in pi rispetto alle giovani donne della stessa et. In alcune zone della Cina si contano centoventi maschi ogni cento femmine nate; in India ci sono casi limite ancora pi allarmanti: oltre duecento maschi per cento femmine nate. Crescendo, questi uomini avranno difficolt a sposarsi e sperimenteranno frustrazione e isolamento sociale all'interno di comunit in cui la rispettabilit di fronte al mondo viene spesso ancora concessa sulla base dello status di coniugato con prole. Questo potrebbe portare, secondo i sociologi che si sono occupati di femminicidio, a un aumento dei crimini, delle violenze e degli stupri, e a una propensione verso l'importazione delle spose dall'estero, con conseguenze sulle tensioni interculturali. E visto che la scomparsa delle bambine non  un fenomeno che riguarda soltanto le realt pi retrograde, l'intervento dei governi per invertire la tendenza non  cos semplice.  avvenuto in Corea del Sud, grazie a politiche di promozione dell'uguaglianza tra sessi e a una generale mutazione dei valori. In Cina e in India la strada  ancora accidentata ma la speranza c', visto che, secondo la Banca Mondiale, negli ultimi anni la sperequazione tra nascite maschili e femminili, sebbene ancora innaturale, sembra essersi stabilizzata.

Marianna Rizzini, giornalista, scrive su Il Foglio.

Genere
di Simonetta Piccone Stella
Un matrimonio tradizionale esige che la coppia degli sposi sia composta da un uomo e da una donna e la prima domanda che si rivolge a un neogenitore suona:  un maschio o una femmina? I mondi sociali pi diversi e le epoche storiche pi distanti hanno praticato tutti alcune distinzioni di base fra gli uomini e le donne, fra i loro corpi, i loro caratteri, le loro sfere d'azione. La differenza chiave per  sempre stata la stessa: gli uomini hanno il potere, le donne sono subordinate al potere degli uomini. Queste distinzioni tuttavia non si sono conservate immobili nel tempo, sempre uguali a se stesse  essere un uomo o essere una donna non ha mai corrisposto a una condizione stabilita una volta per tutte , bench ancora oggi si tenda a pensare istintivamente che il senso comune consideri tale condizione ovvia e scontata. Anche se profonde, le differenze non sono sinonimo di costanti, ma cambiano nel tempo e possono disporsi, nel caso dei due sessi, trasversalmente nell'uno e nell'altro.
 il caso di rilevare che il passo della storia ha subito un'accelerazione in certi periodi particolari. Si  fatto pi rapido per esempio quando il primo movimento femminista ha reclamato diritti politici e sociali, oltre un secolo fa, e quando un nuovo movimento femminista ha ripresentato il suo progetto di liberazione negli anni 70. Qualcosa  cambiato in questo frattempo nel modo in cui le donne ragionano: hanno visto rispecchiata la propria debolezza nella facilit con la quale la richiesta di essere trattate alla pari era stata minimizzata dagli interessi organizzati e dalla politica maschile nel mezzo secolo precedente. Finch il pensiero femminista si  limitato a porre il problema della subordinazione delle donne in modo isolato, relativo solo alle donne, non  stato possibile acquisire un punto di vista complessivo che correggesse l'ottica con la quale siamo abituati a osservare la convivenza umana: e cio che l'appartenenza di sesso, di entrambi i sessi,  una costruzione sociale e culturale. La radicalit di questo punto di vista e il concetto di genere che da esso consegue risponde a una esigenza precisa del pensiero: negare la difettosit del sesso femminile e la pienezza del sesso maschile, attraverso il riconoscimento della natura costruita e culturale di entrambi. Una visione lucida della costruzione sociale  il passo avanti che permette di intendere in quali modi le culture e le societ plasmano le relazioni umane in generale, e in particolare quelle tra i due sessi. Genere allude all'origine esclusivamente sociale delle identit soggettive di uomini e di donne, ma ha anche il merito di ricomprenderle e di ricongiungerle: in questo senso  una nozione relazionale, in virt della quale gli uomini e le donne vengono definiti gli uni in rapporto alle altre e non in modo isolato. Il termine in s, con la sua enfasi sui tipi sociali, esprime un chiaro rifiuto del determinismo biologico che accompagna l'uso della parola sesso o le espressioni in precedenza adoperate per indicare le differenze tra femminilit e mascolinit  i ruoli sessuali per esempio  molto diffuse, per anni, nelle analisi e nei discorsi sulla famiglia.
In sintesi, genere si presenta come una categoria sociale che si sovrappone a corpi sessuati, cos scrive Joan Scott. Ma qui un equivoco va dissipato: la distinzione fra genere e sesso non significa che il corpo disponga di una sua esistenza indipendente e pura, come se il genere soltanto fosse culturalmente costruito. Il corpo  un'esperienza, non un'entit naturale, il corredo biologico femminile e maschile viene definito in modi diversi nei tempi e nelle culture, come indicano sia le ricerche storiche che le antropologiche. Tutto quello che conosciamo del corpo in sostanza  un sapere prodotto culturalmente.
Nel suo percorso cronologico il concetto di genere nasce in seno al femminismo americano, in un suo momento maturo, a met degli anni 70; si trasferisce poco tempo dopo nei paesi europei e si inserisce nel linguaggio delle scienze storiche e sociali con una missione epistemologica forte: quella di introdurre un'ottica sessuata in tutti i rami della riflessione critica e della ricerca empirica.
Nessuna comprensione dell'uno o dell'altro sesso pu essere attinta da un'osservazione separata dei due,  stato detto: per questo motivo si  insistito sempre sul riferimento a entrambi, alla femminilit e alla mascolinit. Ma  una pedagogia che non ha attecchito quanto studiosi e studiose avrebbero voluto. Nella pratica accademica e nella comunit scientifica, tuttora, per genere si intendono quasi sempre le donne. Se in una ricerca viene raccomandata un'ottica di genere significa che va tenuto presente il punto di vista delle donne, oppure, nei casi migliori, che i due generi vanno conteggiati, soppesati nelle loro differenze: un passo che bisogna raccomandare esplicitamente, insistentemente, altrimenti non viene in modo spontaneo messo in conto.
Curiosamente gli uomini e le donne in carne e ossa descrivono se stessi e vengono descritti dal linguaggio corrente in modo agganciato, con termini che sembrano del tutto inseparabili: le qualit maschili si definiscono in contrasto o in rapporto a quelle femminili e quelle femminili altrettanto. Ma il termine genere non  penetrato nell'uso di massa. L'operazione linguistica  stata condotta dalle donne, il genere meno potente, e la resistenza degli uomini, largamente passiva,  per ora stata sufficiente a marginalizzarla. Il concetto non ha prodotto l'innovazione epistemologica prevista.
La presa di distanza dalla prospettiva teorica del genere  ispirata da motivazioni diverse e si  manifestata in due modi. Il primo ha una matrice filosofica e una torsione politica. La teoria della differenza sessuale, specialmente in Italia e in Francia ma non solo, si nutre di una visione radicalmente disgiunta dei due sessi, rispetto ai quali il rivestimento sociale e il mutamento storico non sono chiamati a mettere in prospettiva le differenze, a vedere la promiscuit, la negoziazione, lo scambio. I profili umani essenziali hanno radici ontologiche, non storiche. Si appoggiano su una corporeit ritenuta essenziale e data, dalla quale soltanto si attinge alla sfera del simbolico. Rispetto alla categoria di genere, con la sua tonalit relazionale bench non equanime, la differenza sessuale, una volta reificata, fa leva su un'identit fissa che la echeggia di rimando e appare pi pronta a trasformarsi in una parola d'ordine politica.
Il secondo modo invece non  una presa di distanza, quanto piuttosto una elaborazione, una manipolazione decostruttiva: transgender  la novit lessicale con cui si  preso atto del messaggio essenziale che il genere ha trasmesso. Nel mondo non circolano soltanto due generi ma vari, molteplici e commisti, nel bel mezzo di una libert differenziatrice che comprova a quanti incroci e intrecci la costruzione sociale del genere pu dar luogo. Al punto che esso stesso pu venire arrangiato e recitato l per l, imprevedibilmente, in una performance: il genere performativo, una delle sue pi recenti incarnazioni, elimina le ultime basi biologiche e naturali di un'esperienza umana volatile (e anche volubile) che non accetta etichette.

Simonetta Piccone Stella, sociologa, si occupa di identit di genere e condizione femminile nella societ italiana. Tra i suoi libri: Droghe e tossicodipendenza; Tra un lavoro e un altro; In prima persona; Scrivere un diario.

Gravidanza
di Alessandra Di Pietro
Una donna resta incinta e inizia il viaggio nella stupefacente modificazione del suo corpo, come fosse una performance di arte carnale, anche estrema. Nell'esplosione della fertilit, il mestruo si interrompe, i seni si inturgidiscono, l'utero ha pronto il rivestimento, comincia a ingrossare, il ventre lo segue, il secondo chakra che  sito nella zona dell'ombelico pompa l'acqua, ovvero l'elemento che governa. Alcune hanno le nausee, altre una gran fame, a molte viene voglia di fare l'amore, oppure di dormire, aumenta la sensibilit emotiva. Nel corso dei nove mesi, gli organi interni si spostano per fare spazio, lo stomaco va su, la vescica si comprime insieme all'intestino, dunque la pip diventa urgente e la digestione difficile. La schiena si inarca, spesso l'ossatura si allarga, il bacino si fa comodo, spalle e braccia diventano pi grandi per reggere il peso che verr. Secondo la scienza, la vita che cresce dentro il corpo  un embrione (fino a 8/10 settimane), poi un feto che sar neonato con la nascita: per la madre  un figlio dal momento in cui lo accetta e gli fa largo. Per nove mesi, la coppia divider il cibo, le emozioni, gli stress, le gioie, la dipendenza, le voci, le carezze, l'insofferenza, si creano le fondamenta di un legame affettivo che sar modificato con il tempo e lo spazio ma, biologicamente,  stabilito per sempre.
Il ventre pieno che garantisce la riproduzione della specie , dall'inizio dei tempi e presso ogni popolo, invidiato, temuto e adorato, luogo misterioso e inaccessibile, se non quando la gravida moriva e il frutto dei suoi lombi veniva sezionato e riprodotto in disegni pi o meno fantasiosi. Nelle pitture e nelle statue, la dea madre ha fianchi larghissimi e seni grossi, simboli di fertilit, con vari nomi presiede alla formazione del feto e alla scelta del suo sesso. Nell'Olimpo la selvatica Artemide, simbolo dell'istinto e dell'aggressivit,  invocata dalle partorienti. Nella religione cattolica, Cristo cresce nel corpo di donna e, seppur di rado, sua madre  rappresentata con il ventre tondo come nel meraviglioso dipinto della Madonna del Parto di Piero della Francesca. Leggende e superstizioni sulla gravidanza riproducono senso di rispetto e ansia di controllo: evitare gli spaventi, non uscire di notte, non guardare animali e umani deformi (ma anche i santi martirizzati) per non trasmettere malformazioni al feto (segno della collera divina o dei peccati dei genitori) o, al contrario, godere la visione di quadri bellissimi e rassicuranti, magari del Bambin Ges, non andare ai funerali, soddisfare ogni voglia della madre ma non farla toccare sul corpo durante il desiderio per non marchiare la creatura della sua volutt. Molti maschi hanno paura di fare sesso. In ogni caso, la madre detiene capacit speciali dunque non deve essere contrariata, anzi va assecondata e giustificata per le sue mancanze o infrazioni. Anche nel pi superficiale codice estetico: abiti larghi, comodi, vagamente hippy sono stati il dress code delle donne incinte fino a quando nell'agosto del 1991 Demi Moore pos per la copertina di Vanity Fair e il suo pancione nudo divenne un feticcio planetario che ha ucciso le collezioni premaman e sdoganato l'uso di ogni vestito, meglio se striminzito, per le future mamme.
Fino agli anni 70 chiunque poteva divinare sul sesso del nascituro: oggi non volerlo sapere  un vezzo di qualcuna. L'uso della diagnostica  una benedizione del progresso scientifico di cui in Italia si abusa (lo dice l'Istat). Il corpo gravido  sotto continuo controllo medico, nulla  lasciato all'esperienza sensoriale materna considerata imperfetta e a rischio. Eppure secondo il Protocollo nazionale, in una gravidanza fisiologica, cio che non presenta specifici problemi, bastano tre ecografie, l'Oms raccomanda quattro visite ginecologiche: in Italia la met ne fa sette o di pi, e le ecografie sono almeno cinque e il 30 per cento ne aggiunge altre due, mentre il ricorso all'amniocentesi  sempre pi diffuso anche sotto i 35 anni. Il ricorso a visite e diagnosi  pi alto se le donne sono istruite e seguite da un ginecologo pagato di tasca propria, dunque un business pi che un bisogno di madre e figlio. Alle future madri  imposto di mettere su al massimo nove chili, cos sar pi facile tornare come prima. Nessuna deve/vuole imbruttirsi, ma per stare bene e sentirsi belle, serve fare movimento, mangiare bene, prendersi cura del corpo, includendo positivamente i cambiamenti inevitabili che la gravidanza porta senza accanirsi contro di essi. Imporre regimi speciali durante i nove mesi segna ulteriormente una cesura fra la gestazione e il resto della vita, circoscrivendola a un episodio isolato, che non lascia spazio all'esperienza della continua mediazione fra s e il figlio che inizia con la gravidanza e continua per il resto della vita.
Oggi in rete sono disponibili centinaia di siti che offrono informazioni sulla gestazione, alcuni affidabili, altri cialtroni; spesso il linguaggio  allarmante, l'approccio pessimistico, l'ansia dominante: eppure essere incinte  un avvenimento del tutto naturale, non una malattia dall'evoluzione imprevedibile e sospetta.  saggio dunque affidarsi a una ostetrica di fiducia e a un/una ginecologo/a, poi dare ascolto alle narrazioni di gravidanza pi rilassanti, divertenti e gioiose possibili, scegliendo un semplice criterio: tutto andr bene, fino a prova contraria (e non viceversa).

Alessandra Di Pietro, giornalista, ha lavorato ad Avvenimenti e a Noi donne. Ha curato i rapporti con la stampa e la comunicazione dei ministeri per le Pari opportunit dei governi di centro- sinistra. Tra i suoi libri: Madri selvagge. Contro la tecnorapina del corpo femminile, con Paola Tavella.

Identit
di Annalisa Terranova
Non ricordo pi chi ha scritto che il dramma delle bambine  che finiscono con l'assomigliare alle loro mamme e che il dramma dei bambini  che non ci riescono. La prospettiva  allarmante perch significa che una donna, fin da piccola, non ha altra possibilit che confrontarsi, per mimesi o per dissociazione, con il modello materno. Il ricordo che ho di mia madre  quello di una donna che faceva per noi, e non per se stessa. In pratica, trovava soddisfazione in una iperattiva dedizione. Non stava mai ferma, non si concedeva tregue. La sua identit metteva radici nella manualit operosa al servizio di figlie e marito. Quando la sua mente ha cominciato ad avere buchi neri all'inizio, come tutti, ho sottovalutato. Poi ho capito che la faccenda era seria quando il neurologo le domand di spiegargli come faceva le polpette. Mia madre non seppe rispondere. Eppure le polpette erano la sua specialit: si metteva al tavolo di cucina ed eseguiva il rito preparatorio senza distrarsi, prima la carne, poi l'uovo, poi il pane ammollato ecc. Invece anche quel pezzetto della sua memoria era finito in un buco nero e ricordo di averlo appreso con inerme disperazione.
Io le polpette le compro gi pronte: forse  e inconsciamente   la mia personale, innocua, ribellione all'identit fondata sul fare per gli altri che mia madre mi ha trasmesso. Ma non ci sono solo le madri a pesare sulle figlie con i loro corredi di abitudini. C'erano  e ci sono  anche le favole. L trovi gli archetipi che ti inducono a ritenere che l'ascesa sociale sia preferibile all'autoconfinamento nelle cucine di palazzo. Ma per prendere l'ascensore che ti porta in alto, ovviamente, da sola non ce la fai. Ci vuole quello che Popper chiamava l'aiutante, ergo il principe, meglio se azzurro. Ora, ho sempre pensato che per identificarsi con un'eroina delle favole classiche ci vuole un'abbondantissima dose di autostima e non tutte, purtroppo, ce l'hanno a disposizione. Senza contare quell'ossessione del lieto fine, l'inganno del vissero per sempre felici e contenti che cinque volte su dieci va a finire diversamente, con lui che ti dice: Torni da tua madre, ma prima hai fatto partire la lavatrice?.
Dunque, da che parte voltarsi per avere risposte? Un certo femminismo, ridotto alla brutale massima di Simone de Beauvoir Donne non si nasce, si diventa, induceva alla squalificazione di genere, ma non andava meglio a destra, dove regnava incontrastata l'egemonia del barone Julius Evola, grande ammiratore di Otto Weininger, secondo il quale l'identit femminile era rintracciabile in un'incontenibile attitudine a fare la ruffiana. Oppure ci si accontentava del luogo comune: La donna ha il dovere di essere bella, l'uomo di essere intelligente.
Poi c' la maternit, questo gradino che induce o costringe la donna a diventare anello tra una generazione e l'altra. Questo mistero ingentilito da una retorica secolare che sorvola sui rumori da carne tormentata del parto, il momento in cui pi di ogni altro una donna sente di essere materia aggrovigliata, come diceva quel maschilista di Aristotele, a disposizione dei capricci riproduttivi della natura. E quando sei divorata dalle doglie  come avviene a Martha, la protagonista del romanzo di Doris Lessing Un matrimonio per bene  l'identit si annulla nelle contrazioni di un muscolo facendoti realizzare in un crescendo di cieco furore quante rimozioni ci sono volute per non ammettere che la donna appartiene di diritto al sesso forte. Scrive Rosalind Miles nel suo Chi ha cucinato l'ultima cena? Storia femminile del mondo: la donna degli albori, con sua madre e sua nonna, le sue sorelle e le sue zie, e persino con un po' di aiuto da parte del suo uomo cacciatore, riusc a realizzare quasi tutto ci che in seguito consent all'homo di ritenersi sapiens.
Ma ormai ci siamo arrivate tutte: non nell'essere madre, non nell'essere moglie o compagna si pu rintracciare quel dato di stabilit che ci far da diga contro gli squilibri ormonali e che ci aiuter a fronteggiare una cultura da secoli orientata a sminuire il contributo delle donne alla storia delle civilt. E allora dove se non nella costruzione quotidiana di relazioni con gli altri? In pratica siamo tutte (e tutti) vittime di quella che attualmente e con espressione abusata si chiama identit liquida. Liquido. Umido. Acqua. Simbolo della Grande Madre e simbolo cosmico dell'indifferenziato da cui nasce la vita, della fertilit, della rigenerazione, della purificazione, dell'eterno fluire del mondo. Sar per questo che l'identit profonda delle donne ci sfugge, ci appare inafferrabile e, soprattutto, ci mette alla prova.

Annalisa Terranova, giornalista del Secolo d'Italia, ha pubblicato di recente: Camicette nere. Donne di lotta e di governo da Sal ad Alleanza Nazionale.

Indipendenza
di Caterina Botti
A guardare le giovani donne che frequentano i miei corsi all'universit e il loro affacciarsi alla vita, piene di progetti e speranze su di s, o a pensare alle donne, un po' meno giovani che vivono la loro vita in prima persona, sia essa piena di cose da fare o meno, siano loro spigliate o frustrate, felici o infelici, mi viene da pensare che uno dei risultati di quella lunga marcia delle donne, che oggi chiamiamo femminismo, sia la loro (e anche la mia) indipendenza.
A fronte di una storia millenaria di segregazione, discriminazione, oppressione e dipendenza da padri, fratelli e mariti, le donne si sono guadagnate la libert di movimento, la possibilit di lavorare, di avere risorse loro, di decidere se o meno essere madri, di vivere da sole, l'accesso ai luoghi della produzione del sapere, la possibilit di contaminarli, criticarli o mutarli, ma anche  e soprattutto  la libert di pensarsi a partire da s e non a partire da un ruolo definito o da ci che di loro  stato detto dagli uomini. Anche a fronte di una rappresentazione pubblica che spesso torna a dipingerci come destinate al solo piacere dell'uomo o alla sua riproduzione, noi oggi ci desideriamo e ci sentiamo libere dall'idea di avere un solo destino.
In superficie dunque indipendenza  un concetto importante per rendere conto delle rivendicazioni del movimento femminista, o per misurarne i successi o gli insuccessi. Ma il femminismo , ed  stato, una pratica politica e di pensiero complessa, ed  interessante capire in che modo l'indipendenza  stata declinata al suo interno e, per esempio, se essa sia riducibile a quella pensata dagli uomini o invece diversa.
Se, infatti, in un primo momento, la richiesta femminista sembra essere stata quella di eguagliare gli uomini nella loro capacit di scelta su un piano pratico o sociale, in un secondo momento le rivendicazioni femministe si sono spostate su un piano diverso e hanno investito la libert, per le donne, di pensare a se stesse e al mondo indipendentemente da quanto gli uomini hanno detto su di loro e sul mondo, prendendo dunque la forma dell'affermazione di un'indipendenza simbolica.
Io credo che il primo contesto d'uso del termine indipendenza sia stato quello relativo all'indipendenza economica, come momento fondamentale della libert femminile. Con questa rivendicazione, per esempio, Simone de Beauvoir chiude il suo monumentale Secondo sesso. Nelle ultime pagine del volume ella scrive: Il codice francese non pone pi l'obbedienza nel numero dei doveri della sposa e ogni cittadina  divenuta un'elettrice; queste libert civiche rimangono astratte quando non sono accompagnate da un'autonomia economica. [...]  per mezzo del lavoro che la donna ha in gran parte superato la distanza che la separava dall'uomo, e soltanto il lavoro pu garantirle una libert concreta. Dal momento in cui cessa di essere una parassita, il sistema fondato sulla sua dipendenza crolla; e tra lei e l'universo non c' pi bisogno di un uomo mediatore. De Beauvoir individua dunque nell'indipendenza economica il motore necessario, da aggiungere alla formale uguaglianza di diritti, per far s che le donne siano davvero libere, libere nello stesso modo in cui liberi sono gli uomini. Ma questa sua tesi sembra suggerire una simmetria tra uomini e donne, ed  proprio su questa identit di percorso e di esiti che si articola un movimento critico successivo.
In seguito, infatti, si arriva a pensare che la libert o l'indipendenza femminile non si guadagner a meno di rendere le donne capaci di pensarsi indipendentemente da ci che su di loro hanno detto gli uomini, e che per far ci non sia sufficiente l'indipendenza economica o sociale, n l'uguaglianza di diritti, ma che sia necessario uno sforzo in positivo per dare alle donne la possibilit di rappresentarsi e rappresentare il mondo, e anche la loro libert in esso, a partire da s. Sar necessario negare in altro modo la mediazione maschile, negare non solo quella economica ma anche quella simbolica, quella relativa al monopolio del linguaggio e dei significati. Sar necessario trovarsi tra donne per dire parole diverse su di s e darsi autorit l'un l'altra. Sar necessario muoversi su un altro piano, come dice Carla Lonzi (Sputiamo su Hegel), per significare la propria differenza ed esprimere il proprio senso dell'esistenza.
Ma prima di arrivare agli anni 70 del Novecento  gi in Virginia Woolf, io credo, che troviamo un'anticipazione di questo secondo senso di indipendenza. Seppure Woolf non sottovaluti l'importanza dell'accesso libero delle donne all'istruzione e alle professioni e quindi la possibilit di guadagnare, ella si domanda se abbia senso per le donne unirsi a quello che definisce il corteo degli uomini colti o non abbia pi senso che le donne trovino nuove parole e nuovi metodi (Le tre ghinee). Anche la celeberrima immagine della stanza tutta per s  significativa in questo senso: la stanza tutta per s, ci insegna Woolf, non  solo il luogo fisico che possiamo acquisire con i nostri soldi, ma  anche un luogo mentale, il luogo in cui possiamo pensare i nostri pensieri diversi.  gi qui, io credo, che si inizia a guadagnare un senso nuovo per la parola indipendenza. Nell'Ordine simbolico della madre di Luisa Muraro troviamo la nozione di indipendenza simbolica: Ero attirata dalla filosofia perch cercavo l'indipendenza simbolica dalla realt data. Volevo non trovarmi pi mentalmente in balia di eventi casuali e imprevisti. Ma non riuscivo ad arrivarci, perch la filosofia che poteva mettermi al riparo dal dominio capriccioso del reale, come finalmente ho capito, mi metteva al tempo stesso contro mia madre.
Al di l delle diverse interpretazioni che, dopo questo testo, sono state date della mediazione femminile, per esempio, in prevalenza verticale (le donne autorevoli) o orizzontale (la pratica della relazione tra donne, la relazionalit in genere) il libro di Muraro segna chiaramente, io credo, lo scarto nella comprensione dell'indipendenza, quello che porta a riconoscere che il piano su cui bisogna muoversi  per guadagnare indipendenza   quello del pensiero: la possibilit di pensare differentemente come afferma Maria Luisa Boccia (La differenza politica).
Fra i tanti sviluppi di questo pensiero diverso c' un'ultima tesi che  interessante considerare e lo possiamo fare sempre a partire da Muraro. Muraro sostiene che la vera indipendenza non si guadagna dunque staccandosi dalla madre, ma riconoscendola, riconoscendo la nostra dipendenza da lei. Ora nello stesso modo si pu affermare che la vera indipendenza non consiste nel recidere tutti i legami con gli altri o le altre, ma nel riconoscere la loro rilevanza. La rilevanza delle relazioni, l'idea di una soggettivit relazionale, vulnerabile, esposta e non necessariamente tutta conchiusa in s come in una fortezza, che guadagna indipendenza appunto riconoscendo anche la propria dipendenza, caratterizza molto pensiero femminista odierno (anche in contesti diversi: si pensi a Braidotti o Butler per esempio) e ci restituisce una visione dell'indipendenza diversa da quella tradizionale (o maschile). Allora tornando all'immagine iniziale e alle mie studentesse che se ne vanno per il mondo, la speranza  che possano andarci in modo diverso da come ci sono andati i loro padri e, magari, che possano portare con s i loro colleghi, e che anche i giovani maschi di oggi possano essere diversi dai loro padri.

Caterina Botti insegna Etica delle donne all'Universit La Sapienza di Roma. Tra i suoi libri: Madri Cattive. Una riflessione su bioetica e gravidanza e Bioetica ed etica delle donne. Relazioni, affetti e potere.

Infibulazione
di Carla Pasquinelli
L'infibulazione  la pi grave delle Mutilazioni dei Genitali Femminili (Mgf), un'usanza africana che consiste nella rimozione parziale o totale dei genitali esterni femminili eseguita per scopi non terapeutici. Secondo la classificazione fatta dall'Oms possiamo distinguere quattro diversi tipi.

Tipo I. Asportazione parziale o totale del clitoride e/o del prepuzio (clitoridectomia).
Tipo II. Asportazione parziale o totale del clitoride e delle piccole labbra, con o senza asportazione delle grandi labbra (escissione).
Tipo III. Asportazione parziale o totale delle piccole e/o grandi labbra (con o senza asportazione del clitoride) e successiva sutura che riduce l'apertura vaginale a un piccolo pertugio, da cui defluisce l'orina e il sangue mestruale (infibulazione).
Tipo IV. Comprende tutte le altre pratiche dannose di manipolazione degli organi genitali femminili per scopi non terapeutici (genital stretching, incisione, raschiatura, cauterizzazione ecc.).

Mentre in area urbana le Mgf sono eseguite prevalentemente in strutture sanitarie, nelle zone rurali sono ancora effettuate senza anestesia da praticanti tradizionali, che usano strumenti di fortuna e comportano un alto tasso di mortalit per emorragia, infezione, tetano. Le complicanze vanno dalle lesioni di organi vicini (uretra, vagina, perineo, retto) alle infezioni del tratto urinario, aderenze, ulcere, ascessi, cisti, keloidi, cui si aggiunge il rischio di contrarre e di trasmettere l'epatite B e l'Aids.
Le Mgf sono presenti in 28 paesi diffusi lungo la fascia dell'Africa sub-sahariana con un'impennata a Nord che risale fino al Mediterraneo attraverso il Sudan e l'Egitto. Hanno un'origine oscura relegata in un passato remoto che alcuni fanno risalire ai faraoni, altri all'antica Roma, da fibula, una spilla applicata ai genitali per impedire l'attivit sessuale degli schiavi da cui il termine infibulazione. L'unica cosa certa  che non sono un'usanza islamica, come a torto si tende spesso a credere. Si tratta di usanze animiste gi presenti in loco prima dell'arrivo nel 1050 dell'Islam nell'Africa sub-sahariana, e sono tuttora praticate da societ di religione islamica, animista, copta, cattolica, ortodossa, protestante ed ebrea. Secondo le stime dell'Oms riguardano circa 140 milioni di donne, mentre le bambine trattate ogni anno sono 3 milioni.
Nonostante la loro origine arcaica le Mgf sono un'istituzione tuttora molto attiva nel determinare la vita di relazione e di scambi su cui si basa l'organizzazione sociale di tali comunit. Si tratta di societ patriarcali che hanno fondato le proprie strategie di potere sul controllo della sessualit femminile mediante due usanze che si implicano a vicenda: l'obbligo di mutilare parte dei genitali esterni delle bambine in et impubere nel corso di cerimonie di cui le madri sono da secoli le grandi registe, e l'obbligo altrettanto vincolante di offrire in occasione delle nozze il prezzo della sposa (bride-price), gestito e controllato dai maschi delle due famiglie.
Il bride-price  il compenso che la famiglia dello sposo versa alla famiglia della sposa in cambio di una donna, ma attenzione, non di una donna qualsiasi, bens di una donna pura, escissa o infibulata, pena il rinvio della malcapitata alla sua famiglia la prima notte di nozze e la restituzione alla famiglia dello sposo del compenso versato  sia in bestiame che in denaro  se la donna non  mutilata come si deve. Il corpo naturale  infatti considerato impuro, perch aperto e violabile. Le Mgf sono dunque un obbligo sociale molto vincolante poich garantiscono quella purezza indispensabile per ottenere il prezzo della sposa. Per questo  molto difficile eliminarle. Quello che per noi  una terribile mutilazione, che costituisce una grave violazione dei diritti umani di donne e bambine, per loro rappresenta invece una forma di bellezza e di perfezionamento del corpo femminile. Le prime a difenderle sono spesso proprio le donne, come  accaduto a Copenhagen nel 1980 in occasione della seconda Conferenza Onu sulla donna, quando un gruppo di africane respinse la proposta delle femministe americane di affrontare la questione delle Mgf.
A partire dagli ultimi anni del Novecento qualcosa  cambiato grazie alle campagne di sensibilizzazione promosse da alcuni organismi internazionali (Unicef, Oms, Onu) e da un ampio numero di organizzazioni non governative, cui si  unito in seguito l'Inter African Committee (Iac), un'organizzazione di donne africane impegnata anch'essa nell'eradicazione delle Mgf. Tra i risultati ottenuti va ricordata la nascita di un'opinione pubblica di lite contraria alle Mgf e la promulgazione da parte di alcuni governi africani di leggi che configurano le Mgf come una nuova figura di reato che, a parte un caso isolato, non risulta essere applicata. Ciononostante la pratica delle Mgf non solo non  diminuita, n tanto meno scomparsa, ma, secondo un recente rapporto Unicef, ha addirittura registrato un aumento preoccupante, che nell'arco degli ultimi dieci anni ha visto il numero delle bambine operate ogni anno passare da 2 a 3 milioni.
Questo risultato sconfortante dipende in parte dal tipo di policy adottate dalle organizzazioni impegnate sul fronte delle Mgf, che vengono considerate delle semplici pratiche culturali decontestualizzate da contrastare facendo informazione e formazione. Le Mgf sono qualcosa di pi di una pratica culturale. Sono l'espressione di un complesso sistema economico-simbolico di strategie matrimoniali che hanno come posta in gioco la riproduzione sociale. Eradicarle richiede un impegno che agisca sull'intero corpo sociale, a cominciare dal bride-price e dalla struttura patriarcale della famiglia.

Carla Pasquinelli, antropologa, insegna Discipline demo-etno-antropologiche all'Universit degli Studi di Napoli L'Orientale. Tra i suoi libri: Antropologia delle mutilazioni dei genitali femminili. Una ricerca in Italia e La vertigine dell'ordine.

Invidia
di Gabriella Turnaturi
 sempre difficile ragionare su singole emozioni o passioni separandole dalle altre a cui sono connesse. Nel caso dell'invidia l'operazione chirurgica si fa ancora pi pericolosa perch questa passione  spesso intrecciata al risentimento e soprattutto alla gelosia: Gelosia e invidia sono legate da un nucleo comune di natura emotiva, cognitiva e sociale sostiene in Otello e la mela la psicologa Valentina d'Urso, che ha persino coniato il termine gelinvidia per sottolineare le sovrapposizioni frequenti fra le due passioni. E chi  geloso  sostiene Nancy Friday in Gelosia  sostanzialmente invidia l'altro, vuole essere l'altro. Gelosia e invidia, pur non essendo assimilabili, hanno molti punti in comune: sono tutte e due emozioni distruttive per chi le prova e per chi ne  l'oggetto e ambedue producono una sorta di doppio vincolo con chi s'invidia e/o di cui si  gelosi.
Il geloso e l'invidioso non riescono a staccarsi dall'oggetto della loro passione. Si trasformano in entomologi, in osservatori acutissimi di ogni minimo gesto dell'altro, lo tengono sotto controllo e di questo controllo ossessivo si alimentano ambedue le passioni. L'invidioso e il geloso sono dei voyeur.
L'invidia  vorace, avida, furiosa ed  sgradevole non solo per chi ne  oggetto ma anche per chi la prova. L'invidioso non si piace perch non ha ci che vorrebbe e perch non  chi vorrebbe essere, ma anche perch si sente spregevole e meschino ai propri occhi, mentre l'altro appare non solo pi fortunato, ma virtuoso e perfetto, e ci non fa che aumentare l'invidia. Da chi  invidiato invece questa passione, proprio perch mira alla distruzione e si placa solo con l'annientamento,  percepita come una minaccia continua, come qualcosa che certamente procurer disgrazie e sfortune.  per questo che intorno all'invidia ancora fortemente si deposita un pensiero magico, intessuto di esorcismi, fatture e scongiuri, di credenze nelle pratiche del malocchio e del mal d'occhio. Chi ci invidia ci conosce, ci guarda, ci osserva, , comunque, in una qualche forma di relazione con noi. Non s'invidia chi  troppo distante da noi, chi appartiene a un'altra storia, ma chi ha con noi percorsi comuni. Si prova invidia verso chi riteniamo che, pur partendo dalle nostre stesse condizioni, abbia avuto in sorte doni immeritati: la bellezza, il talento, il successo, il denaro; verso chi ha ottenuto qualcosa che avremmo potuto ottenere anche noi. L'invidiosa si sente vittima di ingiustizie, vittima della pi fortunata che ritiene essere diventata tale solo perch ha sottratto proprio a lei qualcosa. E da questa percezione d'ingiustizia nasce insieme all'invidia anche il risentimento. Chi  invidiata sente su di s tutta questa malevolenza, vive nel terrore di scatenare l'ira e la furia dell'invidiosa, ma non riesce a sottrarsi alla relazione, anzi tende a offrire continue prove di amicizia per accattivarsene la benevolenza, per neutralizzarne l'invidia. Quando una donna percepisce di essere invidiata da un'altra mette immediatamente in moto strategie difensive, cerca di sminuirsi, di nascondere o minimizzare i propri successi, si sforza di apparire all'altra come un'amica affettuosa, come una brava bambina da cui non c' nulla da temere. Alle donne fa paura scatenare l'invidia delle altre perch si teme il disamore, l'esclusione o l'emarginazione dalla comunit femminile, e quindi in presenza delle altre chi  invidiata cerca di scomparire facendo cos proprio ci che l'invidiosa desidera.
A sua volta l'invidiosa ammira e odia l'oggetto della sua invidia e stringe la sua preda dappresso, perch non pu n vuole staccarsene. Fra l'invidiosa e l'invidiata si crea un legame vischioso, una sorta di amicizia ossessiva, si produce una trappola in cui sono rinchiuse ambedue. Trappola intessuta di una profonda ambivalenza fatta di amore, ammirazione e odio e aggressivit. Per le donne la frase come t'invidio spesso si colora anche di vittimismo e di autocommiserazione, contiene un sottotesto che recita guarda come sono buona bench sfortunata, tu potresti aiutarmi. Cosa puoi fare per me? T'invidio perch ti ammiro tanto e mi affido a te. Si perpetua cos l'autoinganno dell'invidiosa e si rafforza il doppio legame.
Di questo singolare e ambivalente legame racconta il film Eva contro Eva, in cui la giovane e ambiziosa attrice ammira e invidia la grande star e tutte e due si lasciano travolgere in una relazione malata fatta di rivalit e affettuosit, ma alla fine sar la piccola e devota ammiratrice a vincere e a divorare l'altra. E di ci narra Via col vento, in cui il rapporto che unisce la splendida Rossella O'Hara e l'insignificante Melania vede un alternarsi dei ruoli. Ora  Melania a dire a Rossella come t'invidio, probabilmente per esorcizzare la gelosia dell'altra, e ora  Rossella a invidiare l'amica perch ha ci che lei, nonostante il suo fascino tanto invidiato da Melania, non  riuscita ad avere: Ashley. Anche qui a vincere, riguardo all'ambito Ashley, sar la povera indifesa e priva di fascino.
Lo splendido romanzo di Magda Szab, L'altra Eszter, narra ugualmente di un'amicizia fra donne in cui l'invidiata Angela, bellissima, ricca, adorata da tutti e piena di ogni virt, si sforza di farsi amare da Eszter, povera, sfortunata, che invece la detesta e l'invidia. Ma anche Eszter non pu far a meno di Angela per poterle infliggere cattiverie, per poter godere nel vederla soffrire e per poter trionfare su di lei quando le porter via anche il marito.
Freud ha teorizzato che l'invidia delle donne  suscitata dalla mancanza del pene, dal desiderio di possedere ci che solo i maschi hanno. Poco aveva guardato al mondo delle relazioni femminili per accorgersi di quanto l'invidia sia una passione che le donne si giocano e praticano soprattutto fra di loro.

Gabriella Turnaturi insegna Sociologia al dipartimento di Scienze della comunicazione dell'Universit di Bologna. Tra i suoi libri: Tradimenti. L'imprevedibilit nelle relazioni umane.

Islam
di Farian Sabahi
Nel mondo arabo esistono due tipi di femminismo: laico e islamico. Le pioniere sono state le egiziane: all'inizio degli anni 20 del Novecento avevano coniato il concetto di nisa'iyya (femminismo) e organizzato le prime attivit.
Il femminismo islamico  un fenomeno  scrive Margot Badran  caratterizzato da un discorso e da una pratica femminista articolata dentro a un paradigma islamico. Badran insiste sulla piena uguaglianza di uomini e donne nella sfera pubblica e privata asserendo che le donne possono essere capi di stato, guidare la preghiera, ricoprire le cariche di giudice e muft.  percepito come pi radicale di quanto non siano le femministe musulmane con un approccio laico e quindi suscita timori (e non solo speranze).
Le femministe islamiche cercano di dimostrare come il Corano affermi il principio di uguaglianza tra tutti gli esseri umani e come l'uguaglianza di genere sia stata sovvertita dall'ideologia patriarcale. Mettendo a confronto la giurisprudenza islamica (fiqh) con il comportamento del profeta Maometto, osservano come il fiqh si sia consolidato soltanto nel IX secolo dell'era volgare e sia stato pesantemente condizionato dal sistema patriarcale. Spiegano inoltre come a sostegno di determinate tesi conservatrici (come le mutilazioni genitali femminili) si portino spesso hadith (detti del profeta) non affidabili o la cui catena di trasmettitori (isnad) non  autorevole. L'obiettivo che si pongono  recuperare il messaggio di uguaglianza presente nel Corano, negli hadith e nelle altre fonti della legge islamica (sharia) utilizzando il tafsir (interpretazione del Corano) e l'ijtihad (interpretazione indipendente delle fonti religiose).
Le attiviste non trovano contraddizioni nell'abbinare il termine femminismo all'aggettivo islamico, ma non tutte si riconoscono in quella definizione, anche perch spesso si differenziano tra loro aderendo a una corrente religiosa oppure a un'altra tendente verso la laicit. I confini non sono per cos netti e anche le femministe laiche sono talvolta obbligate a far riferimento alla religione, per esempio quando chiedono di emendare il codice sullo status personale in vigore in un determinato paese.
All'interno del femminismo islamico le battaglie delle attiviste e i temi trattati dalle studiose sono molteplici. Coloro che lottano sul campo si impegnano soprattutto per mettere fine alle discriminazioni di genere sancite dal sistema giuridico. Dal canto loro le studiose elaborano il concetto in modo diverso e affrontano tematiche differenti. In Arabia Saudita, per esempio, Mai Yamani ha utilizzato il termine femminismo islamico nel suo libro Feminism and Islam: Legal and Literary Perspectives (1996). La turca Nilufer Gole ha fatto lo stesso nel volume The Forbidden Modern (pubblicato in turco nel 1991 e in inglese nel 1996), come hanno fatto nei loro articoli le sue compatriote Yesim Arat e Feride Acar. La libanese Hosni Abboud ha invece esaminato la figura di Maria, madre del profeta Ges, unica donna citata per nome nel Corano.
In Iran i primi movimenti femministi risalgono all'inizio del Novecento. Negli anni 90 l'antropologa Ziba Mir-Hosseini ha realizzato con la regista britannica Kim Longinotto il documentario Divorzio all'iraniana (1998) per dare voce alle donne che si rivolgevano al giudice di Teheran per metter fine a un'unione infelice.  stata Mir-Hosseini con la collega Afsaneh Najmabadeh a utilizzare il termine femminismo islamico con riferimento  in prima battuta  agli articoli apparsi sul mensile femminile Zanan (Donne). Fondato da Shahla Sherkat nel 1991 perch dopo la rivoluzione del 1979 i giornali fanno finta di non vedere i veri problemi delle donne, questo mensile ha diffuso tra le iraniane il desiderio di pari diritti ma  stato chiuso all'inizio del 2008 perch avrebbe diffuso un'immagine buia dell'Iran, compromettendo la salute psicologica dei lettori (dichiarazione del ministero per la Cultura diretto da Mohammad Saffar Harandi). Nel corso degli anni Zanan ha affrontato temi tab come la prostituzione e l'Aids, cambiando la mentalit delle iraniane. Il Nobel per la pace Shirin Ebadi e l'avvocatessa Mehrangiz Kar, esule a Boston dopo un periodo nel carcere di Evin a Teheran, spiegavano per esempio come ottenere il divorzio e la custodia dei figli nonostante le discriminazioni insite nel diritto di famiglia. In Iran oltre al giornalismo di genere c' poi la letteratura femminile: nonostante le discriminazioni di genere le iraniane vantano una produzione letteraria maggiore rispetto agli uomini (Anna Vanzan, Figlie di Shahrazad. Scrittrici iraniane dal XIX secolo a oggi).
Spostandoci a Oriente, in Malesia esiste il gruppo Sisters in Islam avviato nel 1987 da avvocatesse, giornaliste, accademiche e attiviste. Condannano la violenza perpetrata in nome della religione ed enfatizzano la necessit di interpretare il Corano e la Sunna nel loro contesto storico e culturale.
Il femminismo islamico  quindi un fenomeno globale, in cui l'inglese si mescola all'arabo. L'Islam  ormai presente anche in Europa e negli Stati Uniti, dove un lavoro teorico importante viene svolto dalla teologa afro-americana Amina Wadud convertita all'Islam: ha pubblicato il testo Qur'an and Woman: Rereading the Sacred Text from a Woman's Perspective (1999) e rifiutato in prima battuta la definizione di femminista islamica. Oggi d meno importanza alle etichette che le attribuiscono e preferisce insistere sul proprio lavoro attraverso l'interpretazione del Corano e l'utilizzo delle nuove scienze sociali.

Farian Sabahi insegna alle Universit di Torino e Ginevra.  autrice di vari saggi, tra cui: Storia dell'Iran 1890-2008; Un'estate a Teheran; Islam: l'identit inquieta d'Europa. Viaggio tra i musulmani d'Occidente. Scrive di questioni islamiche per le pagine di cultura de Il Sole 24 Ore, Io donna e Vanity Fair. Collabora a Radio Popolare, Radio 24 e Radio Svizzera.

Lavoro
di Susanna Camusso
Nell'immaginario collettivo e comune il lavoro  quello retribuito, in cui c' uno scambio tra attivit svolta, professionalit utilizzata e salario.  questo il lavoro che appare sulla scena pubblica, quello classificabile, che si esamina e si studia. Ed  quello le cui modalit di svolgimento sono incardinate sul modello maschile.
Questo modello non vede, non pensa e non ritiene (a volte esclude) che la relazione, la cura, gli affetti, la genitorialit, l'accudimento, l'assistenza, la gestione del tempo, siano anch'esse forme di lavoro, anche se non retribuito, non visibile e, pertanto, semplicemente ignorato. La donna, le donne, non svolgono un solo lavoro, ma due: quello retribuito e quello gratuito e invisibile. Questa duplicit e questa molteplicit sono connaturate alla loro vita.
 dall'antichit che le donne lavorano. Il mestiere pi antico del mondo si potrebbe dire, smentendo luoghi comuni,  rappresentato da quello delle donne nei campi.
Il punto  che questo lavoro non  mai stato riconosciuto e non lo  neppure oggi.
Eppure non  difficile. Basterebbe provare a fare e a far fare, a tutti, un esercizio molto semplice. Si dovrebbe provare a immaginare la nostra societ e la vita di ognuno, tutti i giorni e in ogni luogo, priva del lavoro delle donne. Emergerebbero con chiarezza la multiformit e la molteplicit delle loro attivit. Quella molteplicit di attivit pubbliche private, retribuite e gratuite che ha fatto coniare la definizione appropriata di acrobate del tempo.
Oggi non esiste un'analisi del lavoro dal punto di vista di genere.
Esso viene descritto e valutato su due piattaforme parallele diverse: quella delle donne che rimane interna al loro vissuto e quella usata dalla politica e dall'economia, che gode del crisma della scientificit, e contribuisce ad alimentare l'immaginario comune e il pregiudizio.
E, infatti, quando le donne sono entrate nel mercato del lavoro in modo visibile e consistente, il loro apporto  stato considerato integrativo e aggiuntivo all'economia della famiglia. Un apporto non strettamente necessario, dal momento che altro era il loro ruolo. Rimane solida, in questa visione, il pensiero che vede nella famiglia e nella casa il luogo delle donne.
Con questa idea che il lavoro delle donne sia aggiuntivo e integrativo dell'economia familiare si negano alla radice gli aspetti identitari, sociali, di affermazione di s, di equa distribuzione che sono interni allo stesso concetto di lavoro. Si negano, peraltro, anche le grandi lotte operaie e contadine che nel passato le stesse donne hanno fatto per affermare  in quel grande movimento che oggi possiamo leggere come la stagione dell'emancipazione  l'acquisizione dei diritti. Proprio quei diritti che sono all'origine della grande stagione del movimento delle donne, quando partendo da s, dalla loro storia e dalla loro condizione hanno individuato il tema della libert e hanno proposto l'utopia del lavoro come scelta e azione di libert.
Il lavoro come libert rimane un'utopia, ma come tutte le utopie tiene vivo il desiderio. Un desiderio che incontra molte difficolt, se lo stesso movimento femminista si ferma alla soglia di una elaborazione sul lavoro.
Certamente ne abbiamo individuato le potenzialit, le ricchezze, le differenze, ma non siamo state capaci di elaborare una teoria capace di sorreggere le richieste di cambiamento. Di fatto questo nostro limite ha lasciato campo libero al modello dell'organizzazione del tempo e del lavoro che rimangono e vengono comunque anche oggi declinate a misura maschile. Lo stesso sistema pensionistico riconosceva di fatto implicitamente il doppio sfruttamento. Il lavoro non riconosciuto, la non esplicitazione della sua complessit permette, oggi, di sostenere, in nome della presunta parit, un sistema pensionistico unico non flessibile.
In questa incompiutezza di pensiero irrompono ora le giovani donne che progettano il loro lavoro e criticano quanto il movimento delle donne ha prodotto finora sul piano culturale e dei diritti. La scommessa su cui puntano e che vogliono vincere  quella di un lavoro come progetto pensato, perseguito, conciliato. Un progetto ambizioso, importante, che si scontra con le condizioni dell'economia, con il tentativo evidente di un arretramento sul piano dei diritti.
Tanto  vero tutto questo che le giovani precarie organizzate hanno coniato lo slogan: Precariet  contraccezione.  la precariet che mette in discussione il diritto alla maternit, un diritto socialmente riconosciuto, ma che in realt non trova alcuna cittadinanza nel lavoro. Un lavoro precario impedisce la maternit e diventa paradossalmente, e tragicamente, un metodo contraccettivo.
Ma anche la fotografia del lavoro femminile retribuito non  consolante: fa emergere il differenziale retributivo, di inquadramento e un pregiudizio sulla maternit che non arretra.
Per queste ragioni il lavoro come progetto richiede una parit non omologante e una misurazione della qualit che guardi alle competenze, alle relazioni, e infine un sistema previdenziale che, riconoscendo la disparit, riconosca la molteplicit dei lavori.
L'azione in questa direzione  urgente. Il peso di questa concezione del lavoro delle donne che caratterizza la situazione nel nostro paese,  lo stesso che determina anche sul terreno dell'economia, oltre che della cultura, l'arretratezza, la mancanza di crescita e di sviluppo nel quale oggi viviamo.

Susanna Camusso  segretario generale della Cgil.

Lavoro domestico
di Paola Piva
Poco stimato nei secoli, con la rivoluzione culturale del Sessantotto il lavoro domestico and sotto zero; le casalinghe a tempo pieno videro crollare di botto il valore sociale del modello. Le giovani divenute padrone di casa in quegli anni misero in chiaro che non avrebbero copiato le madri; il mondo esterno era troppo attraente per lasciarsi invischiare in banali, snervanti, ripetitive incombenze donnesche. La generazione pi vecchia assistette impotente allo scempio di un intero patrimonio di saperi coltivati intra moenia. Tipo:

 la macchia di ruggine si toglie con un impasto di maizena e acqua fresca, sfregare delicatamente e stendere al sole;
 il luned della settimana santa cominciare le grandi pulizie e concluderle all'una del gioved, in tempo per le funzioni di Pasqua;
 a cena dagli amici non portare il dessert, potrebbe sovrapporsi al men deciso dalla padrona di casa.

Futili rituali, insieme a istruzioni efficaci, andarono ugualmente al macero. Nella riproduzione  dicevamo in lingua marxiana  si addensano i conflitti di classe e quelli di genere; il capitale obbliga le donne a farsi carico gratuitamente di rigenerare la forza lavoro; ci torna comodo agli uomini in quanto la reclusione dentro casa rafforza il potere patriarcale sui corpi e le menti di mogli e figlie. Proletari maschi alleati al padrone, contro di noi. Un concentrato di energia negativa, buco nero destinato a risucchiare la falsa coscienza dei compagni.
Nella sfera domestica entr lo spirito contrattuale del tempo. Nel 1976 Laura Balbo profil il mestiere in tre aree: casa (spolverare, lavare, stirare ecc.); burocrazia (banca, bollette, iscrizione dei figli a scuola ecc.); familiari (cucinare, vestire, curare le malattie ecc.). Era il tempo delle grandi ambizioni e anche alla riproduzione occorreva una vera alternativa. Femministe, operaie e sindacaliste si frequentarono.
Piattaforma in tre punti. Uno: alleggerire, ridurre ai minimi termini i compiti necessari. Due: forzare l'uomo a fare la sua parte. Tre: trasferire una quota di servizi fatti in casa ai servizi pubblici. Convergemmo tutte, sia le emancipate che puntavano al lavoro extra-domestico, sia le donne arruolate sul fronte della liberazione sessuale propense a scansare ogni lavoro, dentro e fuori. Un filone minoritario del femminismo rivendicava il salario alle casalinghe; ma l'indennizzo economico sembr un diversivo rispetto l'obiettivo primario.
Il progetto politico era sensato, ma andava in controtendenza, venivano avanti nuovi stili di vita. La societ dei consumi stava alzando lo standard domestico: buon rag cucinato a dovere, meglio dei sofficini Findus; tovaglie col pizzo al posto della modesta incerata; un pomeriggio intero per giocare coi bambini. Ricordo che nel 1981 scrissi un articolo sul manifesto per sdoganare quel piacere intimamente femminile che stavamo gustando dentro casa. Sostenni che la societ nuova doveva includerlo; che chiamare lavoro domestico tutto ci che le donne fanno nella riproduzione non rendeva giustizia alle attivit del benessere, alla cura di s e degli altri. A buon conto mi appoggiai alle argomentazioni di Andr Gorz in Addio al proletariato.
A un certo punto la domesticit si spost dal polo negativo verso quello positivo. E il lavoro di casa cresceva, cresceva. Si diffuse il ricorso alla colf; se la domestica a tempo pieno era stata il distintivo delle casalinghe borghesi, l'aiuto a ore facilit la doppia presenza a molte lavoratrici. La lunga vita di genitori privi di autonomia port tra noi le badanti straniere. Anomale convivenze, dense di problemi che oggi le donne affrontano, negoziando tra loro.
Nel lungo cammino possiamo scorgere i frutti portati dal vecchio progetto politico. Se il primo punto della piattaforma  semplificare il lavoro domestico   stato travolto dalla complessit, oggi per le donne possono scegliere quale valore concedergli nella definizione di s. Casalinghit e maternit non sono tutto; il femminile si esprime su tanti piani. Anche il secondo punto  negoziare il lavoro domestico coi familiari   cambiato di segno. Famiglie da disfare e rifare, convivenze variabili hanno allenato le donne al cambiamento, raffinando le capacit contrattuali nei confronti di uomini, figli, genitori. Pi arduo ottenere servizi pubblici. La sordit dei governi appare costante negli anni.
Corsi e ricorsi. Di recente mio fratello mi ha fatto notare che la mia casa ricorda da vicino quella materna. Strano davvero, non me ne ero accorta. Avendo sostituito l'arredo e cambiato disposizioni pi volte, questa mimesi deve essere avvenuta gradualmente, a mia insaputa. Non mi piaceva l'appartamento lustro e borghese da cui sono uscita ragazza, tanti anni fa, per vivere a modo mio. Ripenso ai miei primi mobili: squadrati, tipo ufficio (marca Mim), da spolverare facilmente. S ai regali di nozze funzionali: lavatrice, lavapiatti, pentole; in soffitta argenteria, vasi, quadri e altre belle cose che potevano ingentilire l'ambiente, ma avrebbero richiesto manutenzione. Tende e tappeti off limits. Questo l'inizio. Quando la mamma veniva a trovarmi, si aggirava scontenta; l'essenzialit che per me era virt rivoluzionaria, a lei comunicava miseria. Miseria culturale. Insulsa opposizione alle opere femminili che con tanta sapienza aveva coltivato la sua generazione. Purtroppo non vide il seguito: avrebbe goduto del mio (parziale) ritorno alle origini. Per inciso. Non ebbe modo di insegnarmi come smacchiare la ruggine: non l'ascoltavo. Ho trovato la ricetta su Google e, per chi oggi non sa cosa sia la maizena, Wikipedia spiega che si tratta di amido di mais. Avrei preferito saperlo dalla mamma.

Paola Piva, sociologa, ha lavorato per molti anni nel sindacato nazionale dei metalmeccanici;  fra le fondatrici del coordinamento donne Federazione lavoratori metalmeccanici. Ha diretto il settore formazione della fondazione Labos. Ha fondato lo studio Come, di cui  direttore scientifico.

Lesbica
di Anna Paola Concia
 il 1968 quando Anne Koedt, militante femminista, scrive Il mito dell'orgasmo vaginale, un libro che smantella una certezza millenaria e nutre fino ai giorni nostri il pensiero femminista e quello lesbico.
L'indicazione della clitoride come centro del piacere femminile d all'uomo la responsabilit di non limitarsi alla stimolazione vaginale e alla donna una certezza: il piacere non viene solo ed esclusivamente da un uomo. L'eterosessualit  una delle scelte possibili come l'omosessualit e la bisessualit.
Il percorso del movimento lesbico mondiale nel corso degli ultimi decenni si  affiancato a quello femminista.  il potere maschile ad aver imposto l'eterosessualit come norma. Il senso di colpa della donna lesbica non  che la conseguenza di un immaginario femminile che l'uomo ha imposto.
Ma non  stato facile far accettare tutto questo alla societ, alla cultura e all'immaginario collettivo. La strada  stata lunga.
Le curatrici del volume Il movimento delle lesbiche in Italia fanno risalire all'8 marzo 1972 la prima presenza di una lesbica visibile in una manifestazione di piazza a Roma.
A Sanremo, il 7 aprile dello stesso anno, un gruppo di loro partecipa alla prima contestazione pubblica organizzata dal movimento omosessuale. La presenza nei collettivi femministi risale invece alla met degli anni 70 e la prima partecipazione in un corteo femminista  datata 8 marzo 1979.
Il movimento organizzato in modo separato sia dal movimento femminista sia da quello omosessuale emerge negli anni 80 e si moltiplica in incontri, iniziative, spettacoli, convegni e dibattiti, e costruisce anche un suo strumento di comunicazione, Bollettino del CLI, il Collegamento fra le lesbiche italiane. Sempre in quegli anni nasce Arcigay Donna, l'associazione che nel 1996, a seguito di una scissione interna, diventer Arcilesbica.
Possiamo trovare nel 1986 in Memoria, la prima rivista italiana espressamente dedicata alla storia delle donne, quello che viene considerato il manifesto del lesbismo italiano, l'editoriale Donne senza Uomini. Coloro che non condividono lungo l'intero arco della vita l'esperienza di (vivere come) partner sessuali, sentimentali ed economiche dell'uomo.
Fin qui la difficile nascita e organizzazione del movimento. Ma si sa che qualsiasi identit comincia a esistere quando viene nominata distinguendola dalle altre con parole nuove. E in quegli anni mancano ancora le parole che, legate al piacere e al desiderio, sono indispensabili per nominare le proprie pratiche sessuali. Il linguaggio del pensiero della differenza mutuato dal femminismo si rivela inadeguato per parlare di sessualit lesbica. Di qui la discussione che provoca contrasto e separazione su tematiche come la prevenzione dell'Aids, il sado/maso, la prostituzione tra lesbiche, la questione trans. Di qui la nuova centralit della sessualit.
Ma l'intento di superare tab e censure  oramai apertamente dichiarato e, una volta trovate le parole per dirlo, il desiderio di presentare e rappresentare la propria storia  diventato pressante. Non si tratta pi di una calamit di cui ci si rende perfettamente conto (parafrasando una famosa frase tratta dal film L'assassinio di Sister George di Robert Aldrich), ma della ricerca di un senso di pienezza, di soddisfazione e di appartenenza che apre al mondo e rende partecipi a pieno diritto.
Dalle teorie sulla societ contra-sessuale di Beatrix Preciado (del gruppo francese Queer du Zoo e autrice del volume Manifesto contra-sessuale) allo sdoganamento dell'utilizzo del dildo, il giocattolo a forma di pene, gli anni 2000 sono trascorsi in un percorso di evidenti tentativi di liberazione dal senso di colpa, di autorizzazione al desiderio negato e della cosiddetta ricerca della felicit.
Oggi nella cultura anglosassone ed europea ormai esistono anche i luoghi e le rappresentazioni del lesbismo. Le biografie di donne del passato vengono riproposte senza tacere la passione che le legava ad altre donne e i romanzi che raccontano di amori tra donne, in passato censurati, ora sono tra i best seller nelle librerie inglesi.
Scrittici come Jeanette Winterson e Sarah Waters (autrici di romanzi di grande successo trasformati anche in film per la tv) presentano al grande pubblico storie di donne che amano donne.
In Italia  evidente l'assenza di rappresentazioni nei media, mentre la narrativa comincia ad affrontare esplicitamente il tema.
Ma bisogner attendere lo sbarco in Italia della serie tv americana L Word per assistere finalmente a immagini felici e di successo di donne senza uomini, di donne che amano le donne.
Resta aperto il capitolo della politica, dei diritti negati, a partire dall'assenza di una legge che contrasti l'omofobia e la transfobia, in cantiere da ottobre 2008, ma non ancora approvata.
Mentre l'arenarsi delle proposte di legge sulle unioni civili tra persone dello stesso sesso incide inevitabilmente sulla tutela delle famiglie lesbiche. E le norme restrittive della legge sulla fecondazione assistita ricadono in maniera pesante sulla loro vita e le costringe a costosi ed estenuanti viaggi della speranza all'estero, per affermare il proprio diritto alla maternit e all'autodeterminazione.
Ma una volta che il desiderio tra donne  stato detto, reso esplicito e soprattutto vissuto e praticato, non  pi possibile tornare indietro. L'omosessualit non  un nostro problema,  un problema della societ eterosessuale scriveva alla fine degli anni 70 Marie Jo Bonnet.
E a quarant'anni di distanza dai suoi scritti, questa affermazione appare una realt.

Anna Paola Concia  deputata italiana del Partito Democratico, eletta alla camera nel 2008.
...
.
...
FINE Parte 1.